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ARNALDO FUSINATO 

POESIE COMPLETE 




SE^TO S. aiOVANNt 

Casa Editrice Madella 

1912 






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ALLE MIE LETTEICI. 



[n punto e in virgola — Dal capo al pie, 
Coi guanti lucidi — Col frac-pare, 
Belando un umile: — Mesdawes, pardon! 
Entro negl'incliti — Vostri salons, 

E colla lepida — Ciarla d'lm di, 

Dal grembo elastico — • D'un vis-d-nisy 
Senza preamboli — Vi spiego il quia 
Di questa insolita — Visita mia. 

Eiranti ed esuli — Sopra la terra, 
Senza un ricovero, — Senza una serra 
Gia minacciavano — Di marcir tutti 
Del mio poetico — Giardino i frutti. 

Percio resistere — Non seppi alPestro 
Di tutti coglierli — In un canestro, 
E collo splendido — Loro apparato 
Tentar Tingenuo — Vostro palato. 

Oh. ! se al solletioo — Di un solo porno 
Eva perdevasi — Col sue buon uomo, 
Per m© die carichi — Ne porto i rami, 
Voi pur perdetevi — Coi vostri Adami! 

Che se a promuovere — L'indocil fame 
Ci vuol la chiaccliera — Del serpe infame, 
Donne, appressatevi, — Che, grazie a Dio, 
In quanto a chiaiccbere — Son serpe anch'io. 



— 4 — 

Come una povera — Artigianella, 

Che il crine infiorasi — Per parer bella, 
Anch'essa in abito — Di tutta festa 
La mia presentasi — Musa modesta. 

Spartiti in dodici — Fascicoletti 
I miei vi spifEero — Versi negletti: 
Con questo metodo, — Care associate, 
La spesa e piocola, — Divisa in rate. 

Siocome rivoli — Che al mar sen vanno, 
I vari opusooli — In capo alVanno 
In due si versano — Volumi interi : 
Nel primo i lepidi, Nell'altro i seri. 

Santa modestia, — Vienmi in soocorso, 
I'amor proprio — Mi spezza il morso; 
Se non m^imbrif^lia — Im mano tua 
Divento un Cicero — Pro domo sua! 

E in ver s'io medito — Al bene immenso, 
Che ool variabile — Verso dispenso, 
Donnine amabili, - — Affeddidio 
TJn'altra Stowe — Mi credo anch'io. 

Se qualche sintomo — D'ipocondria 
Talor v'annuvola — La fantasia, 
Volete un recipe — Da galantuomo? 
Presto due pillole — Del primo tomo. 

Che se del vespero — L'ora romita 
A melanconici — Sogni v'invita, 
Prendete subito, — Prendete un lume, 
E andate a leggere — L'altro volume. 

Nelle mie papfine — C'e un po' di tutto, 
II buffo e il serio, — II bello e il brutto : 
Enciclopedica — Olla podmda, 
Sorrisi e lagrime — Nel grenibo annida. 

Che se Tintingolo — Non v'attalenti, 
Perche gli mancano — Certi ingredienti, 
Donne, sappiatelo, — La oausa e questa : 
Li chiama il Codice — Eoba indigegta). 



— 6 — 

Dunqu'e non fatemi — Le schizzinose 
Se un po' di senapa — Manca alia dose; 
Gil e forza proprio — Lasciarla li... 
L'igiene pubblica — Vuole cosi. 

Pero a riempere — L'involontario 

Vuoto cli'io lascio — Nel naio rimario, 
Mi venne il ticchio — Che ticchio matto! 
D'offrirvi in cambio — II mio ritratto. 

Vedrete che aria — Dolce -e modesta, 
Che baffi all'imc^hera, — Che chioma in testa! 
Son per scommettere — Che al prime aspetto 
Gridate estatiche: — Gran beirometto! 

Dunque coraggio, — Donne mie care! 
Dir non lasciatevi — Scortesi o avare : 
Sono tre povere — Lirette al mese... 
Via risparmiatelie — SulFaltre spese. 

Sento ripetermi — Da ciascun lato : 
— Com'fe simpatico — Quel Fusinato! 
Volete proprio — Ch'io ve lo creda? 
Sottos€Tivetevi — Alia mia scheda. 

Won e gia un titolo — Da buttar via 
Destarvi un briciolo — Di simpatia; 
Ma, se ho da dirvela — In oonfidenza, 
Posso benisisimo — Fame anche senza. 

Vi son simpatico? — M'importa poco, 
S'io s^nto dirmelo — Cosi per gioco. 
Sottoscrivetevi — La prova e questa : 
Gli aocenti yolano — La carta resta. 

Se la mia garrula — Musa canora, 
Vi feo9 perdere — Qualche mezz'ora, 
Oh! ricambiatemi — Quel po^ di bene 
Biconsegnandomi — Le schede piene. 

Ne a qualche reproba — Serva di scusa 
II far satirioo — Delia mia Musa: 
Potete leggermi — Senza paura... 
Ho qui VAdmittitur — Delia Censura. 



— 6 — 

E poi, credetelo, — Al secol nostro 

Piu non si sciupano — Penne ed inchiostro 
In certe ar^uzie — Clie i molli sonni 
SoUeticavano dei nostri nonni. 

A sconce frottole — Tin di sol usa, 
Sbrip^liata zingara — L'itala Musa, 
Nude le braccia, — Corta la vesta, 
Di laide cliiaicchiere — V'empia la testa. 

Or fatta sobria — E vereconda, 
La sollazzevole — Musa gioconda 
Del nuovo secolo — S'informa al gusto, 
E sopra gli omeri — S'allaccia il busto. 

Talor folleggia — Sorxide e scberza. 
Ma sotto I'abito — Stringe la sferza, 
E col sardonico — Eiso vivace 
La pelle al vizio — Strigliar si pia-co. 

Or voi, cli'esempio — D'usanze oneste 
Odiate il vizio — Come la peste, 
Ora aocoglietela — Con buona cera 
La mia festevole — Musa ciarliera. 



T — 



LA DOT^NA UOMANTICA. 



Voi che leggeie tante storie e tante, 
Donne mie care, avreste letto a caso 
La storia di quel diavol zoppicante, 
Che nolle case altrui ficcava il naiso? 
Meno le gaimbe, che non son si birutte, 
Quel diavolo son io che le sa tutte. 

E gik che fo del diavolo il mestiere 
E metter posso ovo mi piaoe il pie, 
Di strane cose vi faro vedere, 
Se avete voglia di venir con me; 
Datemi mano, e dentro il ^abinetto 
Di Silvia, la romantica, vi nietto. 

Neglettamente la persona avvolta 
Neirampia nube del suo bianco velo, 
CoUa chioma sugli omeri disciolta, 
E collo sguardo sollevato al cielo, 
Col capo indietro e coll-e mani in mano 
Giaoe fra ^li origlier del suo divano. 

Tra le pieghe del verde oortinaggio 

Pel socchiuso balcon penetra il giorno : 
Tin to in verde cosi, quel fievol raggio 
Spande u:aa luce pallida d^intorno, 
Ed appar quindi pallido piu ancora 
II pallido visin della Signora. 



^ 8 — 

Poiclie la donna, che por sua ventura 
Di romantiche idee pasce la mente, 
Si sa ben clie dev'^sser per natura 
D'una pallida tinta e sofferente: 
Guai se voles&e far la romanzesca 
Con una faccia rubioonda e fresoa! 

Per questo appunto con sagace awiso 
Beve I'aoeto com'io bevo il vino, 
Colla cipria s'imbianca il oollo e il vise, 
Di canfora profuma il moccicliino, 
E prova un ineffabile diletto, 
Se un po' di tosse le tormenta il petto. 

Ma, ritornando alia g^ntil mia donna, 
Vo' dire a Silvia, 1© vedrete innanzi 
L'un sopra I'altro a foggia di colonna 
TTn centinaio almeno di Romanzi, 
Pila Voltiana che le desta in core 
L'elettrica acintilla dell'araop©. 

Cogitabonda e muta ella riposa 

Sovra il molle guancial languidamente : 
Come appar dalla sua fronte pensosa, 
Qualehe fosco pensier le frulla in mente, 
E sospira la povera tapina 
Che un mantice mi sembra da fucina. 

Forse la turba il sovvenir funesto 
Di qualclie antico inespiato errore? 
della madre, che moria si presto. 
La pia memoria le contrista il core? 
Non e questa, signori, non h questa 
La segreta cagion che la fa mesta. 

Rimpiagne i gioxm delFetade antica, 
Quando gli erranti cavalier gagliardi 
Per un sol fior della diletta arnica, 
Per uno solo de' suoi dolci sguardi, 
In campo chiuso e colla lancia in resta 
Allegramente si rompean la testa. 



— Incliti eroi di quell' eta g'Tiexriera, 
Dov'e ade«iSO il valor, dov'e il coraggio, 
Che la vostra infiammava anirna altera? 
Ahi piu non siete! e runico retacrfrio, 
Che voi lasciaste in dono all 'eta nostra, 
Sono la barba e Tio-noranza vostra. 

L'amante allor d'un guardo e d'un sorriso 
D^ella sua bella si dicea beato, 
E se d'un bacio le sfiorava il visa, 
II cielo gli parea d'aver toccato: 
Adesso invece i f^iovani procaci 
Vog'lion ben altro che sorrisi e baci! — 

E che vuoi farci, o Silvia? altri usi a quelli 
Ha surrO'g'ati il «ecolo corrotto ; 
— Cangiano i tempi, e noi cangiam con elli 
Lascio scritto una volta un uomo dotto : 
Altro seoolo e questo, e o male o bene 
Convien prenderlo, o Silvia, come viene. 

E gik la bella e ormai oonvinta che 
In un secolo in cui la gioventu 
Adopera per brando Vecoutez 
E per elmo un cappello alia Gibus, 
Sia meglio lasciar star I'antichita 
E uniformarsi alia presente eta. 

Pero, gettate via le Mille notti, 
Le Tavole rotonde, i Ricciardelli, 
E i Reali di Francia, e i Don Chisciottiy 
Ch'erano un di suoi libri prediletti, 
Come una tigre del Bengal si slancia 
Sui romanzi ohe a noi manda la Francia. 

E quei romanzi le son scuola intanto 
A ridersi dei vieti pregiudizi, 
A metter certi scrupoli da canto^ 
E un granellin d'incenso ardere ai vi^i, 
Ruminando nel povero cervello 
II gran principio die nel brutto e il bello. 



— 10 — 

CoirHugo e col Soulie cekbra ancli'ella 
Le glorie del veleno e del pugnale, 
E col Balaac in mano prova la bella 
Che, per serbar la fede coniugale, 
L'unico mezzo che a due sposi avanza 
E' di dormire in separata stanza. 

Dumas le insegna oon qual'arte fina 
Si puo still^LT da cento erbe la morto, 
Perche se a ca&o la fedel sposina 
Avesse vog'lia di mutar iconsorte, 
Alia barba del Oodice p-enale 
Possa ammazzarlo senza farsi male. 

E s'informa a un sentir tanto squisito 
Che ogni rumor la turba e la molesta: 
Se gorgheg*gia un' arietta il buon marito, 

— Taci, gli grida, mi fa mal la testa — I 
Se per la casa passeggiano i s-ervi, i 
Ella esclama fremendo: Oh Dio, i miei nervi! 

E se talor nella romita stanza 

In preda a' suoi pensiori s'abbandona, 

E rispettoso il camerier s'avanza 

Ad annunziare alia gentil padrona 

Che il pranzo e pronto, se a Madama place, 

— Adesso io penso! — ella risponde, e tace. 

Oh! pensa pure, illustre solitaria, 
E tutte spiega di tua mente I'ali. 
Oh ! slancia pure i tuoi castelli in aria, 
E, se ti cal di noi bassi mortali, 
I parti alfin del tuo pensier fecondo 
Escan dai torchi a illuminare il mondo. 

Ed io primiero il nome tuo d'intorno 
Andro a cantar colla chitarra al collo: 
Sovra il Parnaso, illuminato a giorno, 
Ballera un valts colle su© Muse Apollo, 
E le tue laudi suoneranno, o bella, 
Fin sulla zuoca del Torototella! 



— 11 — 

Ma rasciando da parte i voli lirici, 
Che in una poesia tutta scherzevole 
Si potrebbero prendere per satirici 
(Cosa che mi saria molto spiacevole). 
Vediam come la fragil creatura 
Profitti ancora della sua lettura. 

Novella Ruth, da quel romanzo e questo 
Industremente spig'olando va 
Un concetto amoroso, un pensier mesto, 
Un grido di dolor e o di pieta, 
E se aH'amante suo scrive un bi^lietto 
Vi caccia dentro tutto cio cbe ha lotto. 

Qui una bestemmia della Sand, cola 
Una sentenza del Balzac, piu giu 
In coda a un paradosso del Dumas 
Un eloquente gemito del Sue, 
Ed un migliaio per lo m^en d^ohf e d^ahi! 
Che, a dire il ver, son commoventi assai. 

E la dove lo pare che un po' di pianto 
Ci cascherebbe proprio a meraviglia, 
Se per dlsgrazia a quell'ufficio santo 
Si rifiutasser le ribelli ciglia, 
Cho fa?... neiracqua le sue dita immorge, 
E Tamorosa pagina ne aspergo. 

Ed il povero amante corbellato 

Che, aperto il foglio di colei ch'eg^li ama, 

Vede Pinchiostro bleu qua e la sfumato, 

— Oh! quanto pianse! — intenerito esclama: 

E cento baci ogli depone intanto 

SopTa le traccie del creduto pianto. 

Ma non per questo argomentar si de' 
Che il corbellato sia sempro Tamante, 
Perclie tra questi qualchedun ce n'e 
Cho no sa tante piii di lei, ma tanto; 
E qualche volta anche la nostra bella, 
Oh! qualche volta la ci casca anch'ella. 



— 12 — 

Mettetele dappresso un ^iovinetto 

Pallido e ma^ro, die per sua fortuna 
Sappia scrivere due strof-e od un sonetto, 
In €ui c'entri un po' d'angelo e di luna, 
Che si chiami una rondine sviarrita 
Nel tempestoso del di questa vita. 

Che favelli d'amari disinganni, 
Di spente illusion, di fior recisi 
Alia corona de' suoi vergUii anni, 
Di cuori infrantiy di perduti elisii, 
E dopo quattro ^iorni la vedrete 
Cascar come merlotto nella rete. 

Oh quanto g^audio in quei solenni istanti 

Che il cuor dischiude a questo amor novello! 

Trai mille baci e i ^iuramenti santi 

D'una fe duratura oltre I'avello, 

D'un ig-notQ piacer Tanima accesa, 

Sclama la bella : a — Alfine io son compresia! 

« Or che m'hai posto sulla f route mesta 
La rugiadosa del tuo amor ghirlanda, 
Una capanna ed il tuo cuore! ,.. In questa 
Altro non chiedo tenebrosa landa : 
E il di che spenta la tua fiamma sia, 
Quel di fia spenta anche la vita mia ! I » — 

E giunf?e il di che I'amatore infido 

La spenta fiamma del suo amor palesa: 
La derelitta con orrendo grido 
— Perfido, esclam.a, ei non m'aveva compresa! 
E in tanta angoscia, disperata allora, 
Cercando va... chi la comprenda ancora. 

Ma se piglia sul serio la faccenda, 
Che la allora la povera Didone? 
Prende un poco d'arsenico a merenda, 
d^ fuoco a due chili di carbone, 
E lieta alP altro mondo se ne va 
A trovar la Teresa di Dumas, 



13, 



Son pero cosi rari qnosti casi 
Da potersi oontar sopra le dita; 
Che tutti quanti ormai son persuasi 
Che la morte e piii brutta della vita, 
E le donne che sien di viver stanche 
Sono piu rare delle mosche bianche. 

Percio, vel dissi, oon ingegno scaltro, 
Se Tin amante la la&cia, la si^nora 
Subito cerca accalappiarne un altro, 
E dopo qnesto Tin altro e nn altro ancora ; 
E s<e la senti, ogni novello amore 
E' il primo amor che le si desta in core. 

Ed an che allora che Teta minaccia 
lUanguidir di sna beltade il raggio 
E la fre&chezza della vaga faccia, 
Non si perde per questo di coraggio, 
Ne come Taltre donne si sgomenta 
Se si vede alle spalle gli anni trenta, 

Poiche scrisse Balzac, che a questa eta 
La donna place piu che in gioventti, 
Perche a trent'anni ha gia stndiato e sa 
Ogni s-egreta delPamor virtu; 
E si sa ben che se Balzac Tha scritto, 
Convien far di cappello e tirar dritto. 

lo pero che romantico non sono, 
E molti vi saran del gusto mio, 
Al signer di Balzac chiedo perdono, 
E gli dichiaro francamente ch^io 
Trovo che meglio si confa a' miei denti 
Un booconcin fra i diciaasette e i venti. 

E questo tra parentesi. — Del resto 
Quando la bella romanzesca vede 
Che con tutto il suo far languido e mesto 
Non c'e piu alciino che le caschi al piede, 
Perche, sparito il giovanil sorriso, 
Di qualche ruga le s'inctespji il vi^, 



— 14 — 

Annoiata di tutto, ella ri&olve 

Prudentemente di voltar bandiera: 
Negli occhi al mondo per ^ettar la polv© 
Sta per le chiese da mattma a sera, 
E, seduta in un an^o] &olita];io, 
Si picchia il petto e blascica il rosario, 

E isicoome fu sempre di buon cuore 
Quando le sorridea la gioventii, 
Ed al prossimo suo sempre ebbe amore, 
Non potendo, or cli^e veccliia, far di piij 
Pel bene dell'afflitta umanita, 
La si fa Snora Sella carita. 

E poi, guardate, quest'infame mondo 
Che disoono&ce ognor Topere buone, 
E d'ogni cosa vnol vedere in fondo 
Del diavol il codin, mondo briooone! 
Dicendo va di qnella 3onna pia : 
Ipocrisia, signori, ipocrisia! — 

care ed inesperte giovanette, 

lo le scrissi per Yoi queste sestine; 
E spero ben che se le avete lette 
Vi sarete oonvinte che alia fine 
Qne^ bei romanzi sono proprio f atti 
Per farvi andare alio spedal dei matti. 



— 15 



I DUE SECOLI. 

(XVIII, XIX). 



Nessun maggior dolore 

Che ricordarsi del tempo felice 
Nella miseria ! 



Si! la memoria del tempo andato 
Fantasma orribile mi sorge allato, 
Ed una lagrima di duolo e d'ira 
Le corde ba^na della mia lira, 
Se il quondam secolo io paragono 
Col nuovo seoolo decimonono. — 

Per quelPingenito d'amore istinto, 
Che al fragil sesso mi tiene awinto, 
Io vengo a gemere, donne mie care, 
Sulle rovine del vostro altare, 
A sparger lagrime soil vostro trono, 
Eoso dal secolo decimonono. 

Perche risorgere non ponno ancora 
Quei beatissimi tempi d'allora, 
Quando il capriocio d'un bel visino 
Spesso de' popoli re^gea il destino, 
E s'inchinayano ministri e re 
Al cenno olimpioo del suo toupet? 



— 16 — 

Tempi felici! la cipria e i nei 
Erano stimoli d'estri f ebei ; 
Era Tin prodigio d'alta meocanica 
I>el ^uar din f ante la forma or^anica, 
E la femminea capigliatura 
tTn testo classioo d'architottura. 

Tempi felici! le caste spose 

Spargeano i talami di gigli e rose; 
Che per espres&o patto nuziale, 
Sciolto d'ogni obbligo matrimoniale, 
II caro oonjuge potea tenere, > 
Marito in partibusy un Cavaliere. 

E il Cavaliere, tronfio e geloso 
Delia sua carica di vice-sposo, 
Muschiato Ilota, si coooipiacea 
Dei bassi uffici della livrea, 
Eicoverando sotto Tasoella 
La vergin cuccia della sua Bella. 

Ma per un oolpo d'apoplessia 
L'incipriato regno finia! - — 
Muggente e torbida Tonda si muove 
Del demagogico ottantanove, 
E nel suo vasto gorgo profondo 
Ribolle il lievito d'un nuovo HK^ndo. 

Ai riti amabili de' cicisbei 
Altri sucoedono gusti plebei: 
Certi Modigrafi in carmagnola 
D'altre abitudini scbiudon la scuola, 
Ed il femmineo culto e travolto 
Dai nuovi dogmi d'un secol stolto. 

Povere donne! fra la tempesta 
Di tanti eventi smarrir la testa; 
E, con sacrilega barbarie infrante 
Le leggi saliche del guardinfante, 
In piazza apparvero seinte e leggiere, 
Come I'Apolline del Belvedere. 



— 17 — 

Ma ahime! sorridere non voile il fato 
A quell 'en-ergico colpo di stato : 
Vinte, depo&ero lo scettro avito 
Sulle rovme del lor vestito, 
E, rassegnate vittime, al morso 
Del Sesiso-briito curvaro il dorso. 

Cosi le barbare leggi mascliili 
Gli antichi sciolsero "asi gantili ; 
E quella donna, che un di sedea 
Del veccbio secolo Sovrana e Dea, 
Oh metamorf osi ! or si CM)nfina 
Al Portafoglio della cucina. 

Cosi, scon vol to I'antico rito, 

Ferooe despota regna il marito : 

E gnai se indocile ella s'att^nti 

Al grande autocrata mostrare i denti!.., 

Nella moderna legislazione 

Centra il paragrafo: pugni e hastone, 

E qnesti ingernmano aurei oostumi 
II seducente s^ecol dei Inmi I 
Cosi procede da poco in qua, 
Sfacciata cinica, la civilta, 
E s,ullo spregio del gentil sesso 
Pianta il termometro del suo pro.^ressc, 

Un di lussavansi sotto grinchini 
Le molli vertebre dei damerini ; 
Ora gli apostoli delVeleganza 
Studiano il codice deirincxeanza, 
E van fumando senza pudore 
Fin sotto il naso delle signore. 

Un giorno entravasi a f rente china 
Nel gabinetto d'una damina, 
E da se stesso parea diviso 
Chi aveva Tonore d'un suo sorriso, 
Chi a porle un bacio giungea soltanto 
Sopra restrema punta d'lin guanto : 

FusiNATO - Poesie 



— 18 — 

Ora si sdraiano coi piedi in mano, 
Sopra gli elastici del sue divano; 
E, dopo il chilo d'una mezz'ora, 
Con un secchissimo : Addio Si^nora ! 
La man le laisciano intorpidita 
Sotto la morsa delle lor dita. 

Se il petit-maitre del settecento 
Movea sui trampoli del oomplimento, 
II filosofico nostro lion 
S'adagia ai coraodi d^el sans-fagons^ 
E sogghignando giuoca al paleo , 
CoUa prammatica del Galateo. 

I venerabili modi leggiadri 

Cosi scomparv-ero dei nostri padri : 
E voi, mie povere donne, dairalto 
Di tanta gloria spiccaste nn salto, 
Precipitando nell' abbandono 
Del nostro secolo decimonono. 

Oh ! ma clie importa, se il ciel nemioo 
Sf rondo le rose del serto antioo? 
Altri v'aspettano penisieri e cure, 
Se non pin splendide, pin sante e pure 
Altri v'attendono gaudi segreti 
Era le domesticlie vostre pareti. 

Sorelle e madri, fanciulle e spose, 

Fornite il compito che Iddio v'impose; 

Fate tesoro di casti affetti 

Nel santi]rio dei vostri petti, 

E serberete pieno ed intero 

Sul cor degli uomini Tantico impero. 



— 19 — 



IL MEDICO CONDOTTO. 



Ed io, ridendo, vengo bel bello 
A gorgheggiarti quel ritornello: 
— Arte piii misera, arte pi\i rotta 
Non c'e del medico che va in condotta. 



Quand'io ti vo^^o, dottar dilotto, 
Suirarrembato bianco ginnetto, 
Che va squassando la aona^liera 
Fra rarruffata lun^a criniera ; 
Quand'io ti ve^g^o sotto rombrello 
Del preadamitioo Ki'igio cappello, 

Coireoonomica pipa chioggiotta 
Che rimpassibile naso ti scotta, 
Caro Leonzio, ool tuo perdono, 
Questo mestissimo salrno t'intuono: 

— Arte piii mi sera, arte piu rotta 
Non c'e del medico che va in condotta. 

Oomfe la libera luce del sole 
Ciascun ti cerca, ciascun ti vuole! 
Col mattutino canto del gallo 
Balzi dal letto, monti a cavallo, 
E senza tregua, senza respire, 
Come la posta sei sempre in giro: 
Via per il monte, gi"Ci per la valle, 
Su pei fenili, dentro le stalle, 
Simbolo vero del moto eterno, 
Sei sempre in giro la state e il verno. 
Oh! non e dunque senza ragione 
S'io ti ripeto qnesta canzone: 

— Arte piu misera, arte piu rotta 
Nob c'e del medico che va in condotta- 



— 20 — 



E^ raezzanotte — per le contrade 
A fiocchi a fiocchi la neve cade — 
Tu fra le ooltri stanoo e beato 
Delia tua sposa ti oorchi allato; 
Gia spento e il lume.. . ma sul piu bollo 
Odi un tintinno di campanello ; 

— Chi e la clie suona? — Son io, Dottore. 

— Cosa volete? — Mia figlia muor-e. — 

— Ora non po&so, sono Dccupato. — 

— Ella e pa^ato, ella e pagato. — 
Al snon di qnesta voce fatale 

Alzi la testa dal capezzale, 

E mentre in fretta ti vai vestendo, 

Era le bestemmie ruggir t'intendo: 

— Arte pin miser a, arte pin rotta 
Non c'e del medico cbe va in condotta. 



Per additarti I'aspro cammino 

Va innanzi il babbo col lanternino : 
II gel t'agghiaccia le dita e il naso, 
Ma non fa case, ma non fa ca'so; 
vStnfa ambnlante ti segne a lato 
La dolce antifona del set pagato; 
E allor che fatte cinque o »el miglia 
Trovar ti credi morta la figlia, 
Miserioordia ! che cosa vedi? 
La moribonda ch'e bella e in piedi! 

— Essa e guarita, grazie al Signore, 
Eelice notte, signer dottore. — 
Come la statna del Convitato 

Tn resti mnto, pietrificato, 
Mentre airoreechio t'odi ronzare 
Qnesto satanico intercalare: 

— Arte piu misera, arte piu rotta 
Non c'e del medico ch^ V9. in condotta. 



— 21 — 



Tragge I'autunno dalla vicina 

Citta in campagna qualche dainiua? 

Te fortunato sei volte e sette! 

Puoi farle il quarto nel suo Tressette, 

Ma se dal placido chilo si desta 

Con un insolito peso alia testa, 

Non darti affanno — si chiamera 

L'illustre medico della citta. 

Oh! le tne mani son troppo vili 

Per toocar polsi cosi gontili. 

Ma guai, Leonzio, ^uai se per caso 

Al duro affronto tu torci il naso! 

I Deputati sono ^alanti 

Colle signore che portan guanti, 

E potrian dirti, Leonzio mio : 

— Scorso e il triennio, vada con Dio. 

Allor ridendo, verroi bel bello 

A gorglieggiarti quel ritornello: 

- — Arte piu misera, arte piu rotta 

Non c'e del medico che va in condotta. 



Se a far la visita tardi mezz'ora, 
Ti mandan subito alia malora ; 
Se qualcheduno, cui duole un dente, 
Sente rispondersi : — Oh! non e niente! - 
E' capacissimo, dottor mio caro, 
Di dirti in faccia: Ella e un somaro! — 
Ordini a caso qualche sciroppo, 
qualche pillola che oosti troppo? 
E' tutto inutile, ragion non. vale; 
Tu sei d'acoordo collo speziale. 



Se tu guarisci qualche ammalato 
E' Maria Vergine che Tha salvato ; 
Ma per disgrazia s'egli ti muore, 
T'urlano dietro: — Can d'un dottore! 
Oh! ma finiamola la lunga storia, 
E il salmo termini con questo Gloria: 
— Arte piu misera, arte piu rotta 
Non c'e del medico che va in condotta. 



22 



TJN'OCCHIATA AI PAESI PICCOLI 



Vi son molti che nel capo si son messo 
Che il vivere in paese sia lo stesso 
Che andarfii a iseppellire in cimitero : 
Ma non e vero. 

Se nei paesi non e bello tntto, 

Non e nemmeno tutto quanto binitto ; 
Parlo cosi per esperienza: Experto 
Crede, Ruperto. 

Intanto il corpo, ed anche un cieco il vede, 
Si rimbottisce ben dal capo al piede: 
I paesi son fatti, a quanto pare, 
Per ingrassare. 

Quando compiuto il mio corso legale 
Feci ritorno alia terra natale, 
Ero slavato, macilento e secco, 
Come uno st^ecco. 

Ma dopo i quinquennali ozi di Schio, 
Che bella metamorfosi, perdio! 
Or chi mi vede cosi fresco e grasiso 
Resta di sasso. 

Sol non vorrei che vegetando ancora 
(Di questi casi se ne vede ognora) 
lo trapassassi dal regno animale 
Al vegetale! 

Bel resto poi h la ragion palese 

Perche tanto s'ingrassi in un paese; . 
La miglior oosa che si possa fare 
E' di mangiare. 



— 23 - 

Kello oitta si fa di notte giomOj 
Di qua, di la, di su, di giu, d'intofno; 
Ma queste le son tutte ore perdute 
Per la salute. 

Invece ne' paesi, come ho detto, 

Si mangia molto e si sta molto in letto; 
Questa, credete, e Tunica igiene 
Per viver bene. 

Se non abbiamo oorsi di carrozze, 
Si va in vettura colle nostre rozise; 
Lo sappiamo T adagio: Chi va piano 
Va seTTipre sano. 

Non ci son balli — e che c'importa i balliP 
Mettono sempre a brutto rischio i calli ; 
E quelFandar continuamente intorno 
Di il capos torno. 

Non c'6 teatri? sign or no! e cosi? 
OoUa musica in uso ai nostri di, 
Chi va ;al teatro e pure il gran balordo : 
Ei n'esce sordo. 

Ed era che ci penso, io rindovino 
Perche sta chiuso il nostro teatrino; 
E' per lasciar le nostre orecchie in pace : 
Cosi mi place. 

Ed aspettando che ritorni intanto 

Sul buon sentier la bella arte del canto, 
Si puo per baoco! in cento altre maniere 
Passar le sere. 

Si va al cafte, si giuoca al suo tressette. 
Si leggono i giornali e le gazzette, 
E a dritto ed a rovescio si discorre 
Di cio che corre. 

Di quk gli affar d'Algeri, alTaltra banda 
Si difi€ute la fama deirirlanda; 
L'un richiama Narvaez al mini^stero, 
L'altro Espartero. 



— 24 — 

Fanno la guerra, segnano la pace, 
Maritano Isabella a chi lor piace^ 
E a quel briccone di Leoomte adesso 
Fanno il processo. 

E alcuni ce no son di questi tali, 
Che credono i tory tanti animali ; 
Altri per Tin sofa prende il Divano 
Del Gran Sultano. 

Tin altro invece, chj. non e si dotto 
Cerca soltanto i Numeri del Lotto, 
Gli Spettacoli d^oggi, gli Arrivaii 
E i Trapassati, 

Altri parlan di bovi o di vitelli, 

Altri del modo di arrostir gli uccelli, 
Delia pioggia, del s/ole e d'altre cose... 
Molto gustose, 

E poi c'e sempre qualclie soiree 

Col suo vin di Breganze e il sno caffe, 
E si ride e si chiaccbiera e si giuoca 
Al For CO e all' Oca. 

Cosi, mescendo all'utile il piacere, 
Allegramente passano le sere, 
Finche giunge Tistante benedetto 
D'andare a letto. 

Ma questo e un nulla. — Nelle gran citta, 
Che siate al mondo o no nesaun lo sa ; 
In un pa-ose per montare in alto 

Non c'e che un salto. 

Guardate quattro volte una ragazza, 
Date uno schiaffb, sussurrate in piazza, 
E il voistro noime andra famoso mtorno 
Per pill d'un giorno. 

Fatevi un nodo strano alia cravatta, 

Uscite in giacca o in gilet nuovo... e fatta! 
Come aU'esposizion delle Belle Arti, 
Da tutte parti 



— 25 — 

Per contemplarvi intorno vi si fanno; 
E poi dietro le spalls vi diranno : 
— Guardate come sciupa i suoi oontanti, 
Perche ne ha tanti! — 

E a proposito d'abiti, volete 

Passar quattr'ore veramente liet-e? 
Venite un di di festa, e vi prometto 
Un gran diletto. 

Vedrete una ciurma^lia di lioni, 
Sarti, scrivani, botteg'ai, garzoni, 
Che delle rozze man cuoprono i calli 
Coi guanti gialli. 

E' ver che avranno per pochi quattrini 
Delia moglie impegnati gli orecchini; 
Ma intanto essi la spaccian da galanti, 
E vanno in guanti. 

Vedrete d»elle care signorine 

Con certo mantigliette e cappelli'ne, 
Tirate fuor da quale he galleria 
*D'Archeologia. 

E indos&o tutto un magazzin di cose, 

E anelli e spille e nastri e pium© e rose ; 
Voglion dare un po' d'aria, a quanto io credo^ 
Al lor corredo. 

Che se per caso alcuna ce ne sia 
Che vesta con un po' di leggiadria, 
Tutte, contro di quelLa ad una voce 
Gridan la croce. 

" — Si dee portare il mantellin, la gonna, 
Che a' suoi tempi portava noistra nonna; 
Non ha buon gusto il secolo d'adesso 
Col suo pr ogres so, 

E giacche m'e scappato questo nome, 
Bisognerebbe che sentiste come 
Certi matxicolati barbassori 
Saltano f uori. 



-.26- 

A tnneiar stille fipall^ ai progressisti ! 
— ^ I ffiovinastri d'oo^gi son ben tri&ti! 
Le cose non andavano casi 
Ai nostri di. 

Tener la pipa in bocca a tutte Tore, 
Frequentar le osterie, far airamore, 
Mancar ai vecchi di rispetto... adesso 
Chiaman progiosso ! — 

Ma dar denari al cinquanta per cento, 
Litigate alia fame un po' d'argento, 
E il prossimo spogliar lino alia pelle, 
Son bagatelle. 

E porre il nai&o nelFaltrui faccende, 

Yoler saper quant'un guadagna e spende, 
E dime quello ehe vi viene in mente, 
Non vi par niente? 

•— - II tale e indebitato alPosteria, 
Quello al Monte mando Targenteria, 
Questo ha. vendlito la pelliccia, e quello 
II suo mantello. — 

Cosi ogni giorno abbiamo un ga^zettino 
Redatto sullo stil delPAretino; 
Non si rispetta alcun, si fa man bassa, 
E il tempo passa. 

Un di al cafffe, non mi sowiene il quando, 
Due person e, sedevano ciarlando, 
Quando passa per caso una signora; 
Ed uno allora : 

— ' Di quetsta almeno non «i pu6 dir male, 
Essa e un tipo di fede coniugale. — 
E I'amico oon aria di mistero: 

— A dirti il vero, 

Mi fu detto ch^ Fulvio Paltro giorno 
E' andato a visitarla a mezzogiorno: 
Eh! qui c'fe sotto qualche pasticcetto, 
lo ci scommetto. — 



— 27-^^ 

L'altTO, ricco di q^uesta novita, 
Corre subito a dire a chi nol sa, 
Che Fulvio ha visitato la siffnora 
Intomo a un'ora. 

Dice un terzo : alle qiiattro ; e qui via via 
11 mezzodi diventa avemmaria, 
L'avemmaria si can^ia in mezzanotte, 
E buona notte!... 

La signora di Fulvio h innamorata, 
E' una donna le^p^iera, una sventata, 
E in quattro g'iorni il povero marito 
E' ben servito! 

Alle spalle co«i d'una innocente 

Si va passando il tempo allegramente ; 
L'onore d'una donna, e ver, s'uocide, 
Ma almen si ride. 

E poi c'fe quel proverbio venerando 

Che il vizio si corregge anche scherzando^ 
E ad un proverbio cosi antico e achietto 
Ci vuol rispetto. 

Dunque se dicono mal di Cajo e Tizio, 
Lo dicon sol per istrapparlo al vizio; 
Vedete, e amor del prossimo fioltanto... 
Lo &copo e santo. 

Se dicon per esempio ch'io dovria, 
In veoe di studiar la poesia, 
Studiare un po€0 la iscienza legale, 
Non dicon male. 

Perchfe chi scrive versi al seool nostro 
Altro non fa che consumar rinchiostro : 
Sul Codiee si vive, ma il Eimario 
Non dk salario. 

E per seguir questo consiglio onesto 
lo dunque la finisco, anzi protesto 
Di mandare il Eimario alia malora... 
Almen per ora. 



— 28 — 



FISIOLOGIA DEL LION 



Ei viene, ei viene : — lo anmiiizia Ponda 
Dei mille effluvi, die lo -circonda; 
Ei vien^e, ei viene : — curviam la testa 
Al biondo principe della foresta : 
Genti profane, fatevi in la.... 
Largo! che passi Sua Maesta. 



Porta un cappello, fondo bombe, 
A mezza pancia scende il gilet, 
Su cui, percO'Ssa dal sol, balena 
Gro&sa nn buon dito I'aiirea catena: 
II raso m-ento fra due si cela 
Inaniidati solini a vela, 
E un irto bavero sesquipe-dale 
Serve alia nuca di capezzale. 
Mezza camicia penzola in ^iu 
Dairampie maniche del pardessus; 
Calzoni stretti collants sul piede 
Senza rimpaocio del ^ottopiede; 
Stivali a larga punta quadrata 
Per la poda^^ra moda beata ; 
Neirocchio mfissa la lente, e in mano 
Tin bastoncino lillipuzziano. . . 
Ecco il ritratto di quel cotale 
Imperatore d'o^ni animale. 



— 29 — 

Proteo novello, di quando in quando 
Di nome e d'abito ei va cangiando; 
Fu petit-mmtre chiamato un di, 
Poi Tnuscadin, indi dandy, 
E finalmente Parip^i e Albione 
Lo battezzarono per un leonc; 
II che significa, con sua licenza, 
Ch'egli e la bestia per eccellenza. 

tia Tanimale, di cui parliamo, 
Non e una fiera, che c'intendiamo : 
L'ugne soltanto ha del leono, 
Del resto e docile come un montone; 
Anch'esso ha piedi, capelli e mani 

I Come il restante degli altri umani ; 

I II sol divario tra questi e quelle 
Sta nella massa del lor cervello. 

a legge infatti correntemente, 
Conosce I'arte del non far niente 
Vi fa uno storico dotto sermone 
Dei letti elastici suirinvenzione; 
Sa che proscritti son da piu mesi 

I numism.atici foulards chinesi, 
Che deve un pure Bolivari-sta 
Soffiarsi il naso nella batista; 
Sa j3he Very, sa che Caremo 

Di tutti i cuochi sono la crem&; 

Cavalca sempre col groom in coda 

Un lungo e magro caval di moda ; 

Parla dei voli di monsu Arhan, 

Di Roux, di Turc e di Zuan : 

Fra i denti mastica un po' d'Inglese, 

II Turf, il Club, lo Steeple-Chase \ 
Con tuono enfatico fuor di se stesso 
Talor disserta sopra il progresso, 
Sopra il progresso che le beirarti 
Pan sulle forbici dei nostri sarti. 

Va in visibilio se gli ragioni 
Dei guizzi aerei della Taglioni, 
E sente un fremito fin nei capelli 
Sotto un alamire della Cruvelli. 



— 30 — 

Parli di scherma? sia benedetto! 

Com-e un San^ior^io tratta il fioretto, 

E ci scx)mmette oolla pistola 

Colpir la rondine che passa e vola. 

Ma se qualcuno sul pie gli pasta, 

Con un sorriso vol^e la testa, 

Ed il domestioo nostro lion 

Gli bela incontro: Moocieu paagdonl 

AUor sol tan to che un oonfratello 
Con la sua dama vuol fare il bello, 
si permette, che tracotanza! 
Di pprre in dubbio la sua costanza, 
Allor Tantico natio furore 
Gli si ridesta nel ^iovin core ; 
Leon diventa, leon che sbuffa, 
Che arruota il dente, che il pelo arruff a ; 
Manda dagli occhi lampi di fuoco : 
— L'armi, e^li ^rida, Tora ed il loco! — 
Ma senipre pronti fra i due nemici 
SopraC'chiamati corron gli amici : 
E' un qui pro quo; non ci si abbada: 
Una bottiglia, e che la vada. 
Al suon di queste sante ra^ioni 
S'arrendon subito i due leonij 
E vanno a specr'nere la lor vendetta 
In un asciolvere alia forcheita. 
Ma. se rinsulto sia troppo forte, 
E' forza allora battersi a morte! 

Alia distanza di trenta passi 

Tuonano Parmi dei due Gradassi; 
Ma falla Tuno, ma Taltro falla... 
Esorcizzata spari la palla!... 
Allor le belve nelle lor tane 
Vivon rinchiuse due settimane; 
Poi si esibiscono di qu^ e di la 
Col braccio al collo per la citta. 

E perch^ dunque dal tuo letame, 
miserabile sozzo ^entame, 
De' tuoi sarcasmi perche far seg^no 
Questo mirabile mostro d'ingegno 
Piega il ginoochio, volgo ignorante, 
Ch'ei ne sa tante, ch'ei n^ sa tanto! 



— 31 — 

Membro a Berlino del Club novello, 
Che fra gViTrimobili po&e il capx>ello, 
Se alcun gli muove gentil «aluto, 
Ei di ricambio fa il ^ordo-muto; 
Ma incontra un inclito socio in hon-tonl 
Gli prida invece: bonjour, co-lion! 
Se siede a pranzo,, oolla mancina 
Divora i piatfT^lla cucina, 
Chh fra i leoni sol la minestra 
Pu5 aver diritto snlla man destra. 
Roasibeeff beefsteak, beef alia moda^ 
Questi s-on cibi ! gli altri son broda ; 
Bordeaux, Champagne? Bottiglie viete; 
Madera, Malaga? Roba da prete. 
Si deve mescere a larga mano 
Nei verdi calici il vin Renano ; 
Poi tra i vapori, che intomo manda 
La colma tazza del the d'Olanda, 
Fnmar sdraiati suU'ottomana 
L' aristocratica f oglia d * A vana . 

Che se per caso gli s'avvicina 
Qualche notabile calza turchina, 
Spiff era subito quattro concetti, 
Che in uno od altro romanzo ha letti : 
Starnuta un v^otso d' Andrea Chenier, 
Mezza canzone di Beranger, 
E in tuon di cattedra mette il suo visto 
Alia vendetta di Montecrisito. 



Se poi si trova vicin talora 

A qualche amabile giovin signora, 
Lungo disteso sopra il divano. 
La gamba manca prendendo in mano, 
Nuovo Lavater la guarda in faccia, 
Poi fra i capelli la man le caccia 
A far coi dotti classici unghioni 
Le frenologiche perquisizioni, 
Jl typva S'^mpre^ vedi port^entQ! 



32 — 



Spiogato ror^ano del sentimento. 

Poscia coU'enfasi del fanati/smo 

Nana i miracoli del magnetismo. 

Al papaverioo sermon loquace 

La bella incredula sbadig'lia e tace, 

E senza aocorgersene, un po^ alia volta 

In nn dolcissimo sonno e s-epolta: 

— Evviva Mesmer! — grida il ^agliardo 

Ma,gnetizzata Tho d'uno sgnardo! — 



E dir, per Bacco! che il nostro tale 
Snlle colonne sol d'un giornale 
Ha fatto incetta di tanto scibile! 
Pare impossibile ! pare impossibilel !. 
Del resto, il Tasso non I'lia mai letto, 
E' un'anticaglia da gabinetto; 
Petrarca, Ariosto? son rancidnini 
Nel pro£cresisivo secol dei lumi. 
Parli di Byron? ti salta fnori 
Cb'egli era il principe dei nuotatori; 
Cliiamar t'attenti parto divino 
La gran Commedia 'del Ghibellino? 
Ei ti risponde: Che dic^ mai? 
Quelle di Scribe son meglio assai! — 



Ma se il leone veder tu vuoi 
Nel quinto cielo de' fasti suoi, 
Vieni al teatro — Taltare e quello, 
Dove pin brilla I'aureo vitello, 
E' qnello il campo dove pin netta 
Spicca la tipica nostra macchietta. 
Dopo mezz'ora ch'e sn il telone, 
Entra in palchetto Tinclito Adone, 
E, qua] dal pnlpito sacro oratore, ' 
Dal suo proscenio si bntta fuoT'O: 
Lancia nn'occliiata da destra a manca, 
Poi siede come persona 'stanca. 



— 33 — 



Posato il gomito sul davanzale, 
La mano al capo ^li fa guanciale, 
Mentr^ riposano le gambe e i pie 
Beatamente sul canape! 
Ed ora un rapido sf?uardo acconsento 
Alia sogf^etta minuta gente ; 
Ora alia silfide, che sulla scena 
Le innocentis'sime gambe dimena, 
Per quattro piedi di caiiocchiale 
Manda uno sguardo sentimental e; 
Ora alio speocbio posto davanti, 
S'acconcia il crine, Tabito, i ^uanti, 
E in mezzo al canto prende diletto 
Di far susurro nel sno palcbetto : 

— Silenzio! — ^ridano, ma non c'e caso, 
Ei ride, cbiacchiera, si soffia il na«o. — 

— Silenzio ! ^ — il pubblico torna a gridare, 
Ed egli seguita a susnrrare, 

Perclie nn Hone matricolato 

Si tiene a gloria d'esser fiscbiato. 



Dope il teatro la moda vuole 
Cbe ool inacao si vegga il sole : 
E gioca gioca la notte intera, 
Finche la borsa divien leggiera; 
Ridotto al verde pur si consola 
Che puo anoor perdere sulla parola. 



E perdi pure, cbe importa poco, 
E' di huon genere perdere al gioco. 
E poi cbe monta? trovar si puo 
Cbi per due rigbe di Pagherd 
Senza bisogno di tanti incbini 
Gli trovi in prestito mille fiorini... 
Mille fiorini, eh! gia si sa, 
In tante code di baccala. 

FUSINATO - Poesze 



— 34 



Guai se di debiti, p^uai se di stocchi 
Non f o&se piono fin sopra ^li ocelli : 
Se non avesise la notte e il g^iorno' 
I'oste o il sarto sempr© d'attorno... 
Lo chiamerebbero^ credete a me, 
Pseudo-lion, lion-inanque! 
Senza fastidi vive cosi 
Lieti e pacifici i lunglii di : 
Ma qiiando, ^iunto sui qTiarant'anni, 
Sente ^li aociaccbi, sente i malanni, 
E per la prima volta sT reca 
Al santo Ufficio dell'Ipoteca, 
E' allor clie naisoe la conversione 
Del benemerito veocbio leone, 
Che rifugiarsi pensa da sa^^io 
Sotto Pusber^o del maritag^io. 



Ei ficca sotto Tizi e Sempront, 
Sensali pubblici di matrimoni, 
Perctie gli pescbino di qua o di la 
L'indispensabile cara meta. 
Sia bella o brutta, sia dritta o storta, 
Zittella o vedova, pooo gl'lmporta; 
Se nel trasporto d'una passione 
Ayessie fatto qualche marrono, 
XJomo di mondo, ci oorre su — 
Son debolezze di gioventii! 
Altro non cerca, altro non spera 
Che Tanreo titolo d'ereditiora, 
Perche i snoi cento mila diicati 
Saldin le piaghe dei tempi andati. 



-35 



UN'IMPRESSIDIS^E AUTUNNALE. 



.n questo punto il tuo gentil bi^lietto 
Per la Posta di Padova m'arriva, 
Col qual mi cliiedi, amico mio diletto, 
Che le autunnali mie impression ti scriva ; 
Ebben, ti scrivero d'un'impressione, 
Che m'ha lasciata... un oolpo di pallone. 

Fre mesi or son nella natal mia Schio 
Noi giocayamo a quel terribil g'ioco : 
II fatal globo era per aria, ed io, 
Che di palloni me no intendo poco, 
Gli vo incontro correndo, inarco il braccio, 
E paff! nella mascella me lo caccio. 

A quella botta, senza canoochiale, 
Tutti ^li astri vid'io del firmamento! 
Schinsi la bocca, e di sangue un canale 
Pareva la mia bocca in quel memento ; 
E netto un dente in terra mi disoese 
Senza bisogno della chiave inc^lese. 

Ed a me, che ^ridavo, come un matto, 
— Eh! non e niente, ripetean ^li astanti, 
Su, via, coraggio, non e niente affatto. - — 
Ma guardate che razza d'ignoranti! 
Credon forse che sia una bagatella . 
Tin p'ofefe colpilo afia mlsl^ella? 



36 



Ch'ei resti tocco nel oervello, ho inteso 
Esiser casi che nascon di frequente, 
Ed un poeta cx)l oervello offeso, 
Sono d'accordo anch'io, non sara niente; 
Ma se por case ei perde la masoella, 
Perduto egli ha la isua virtii piu bella. 

Ma, ritornando a bomha, io ti diro 

Che il giorno appresso al doloTo&o even to 
In guisa tal la gola mi s'enfio, 
Che il pallon ci parea restato drento, 
E fui pur troppo a rimaner oostretto 
Col ghiaccio al collo nove giorni in letto. 

II letto, a dire il ver, non mi dispiace, 
Ch'anzi fu sempre il mio gusto maggiore; 
Ma non poter mangiar quello che piace, 
Era Taffare che mi stava a cuore: 
Era grande, era immense il mio appetite, 
E non potea ingoiar che pan bollito. 

Figiirati che quando mi iWai 

Venti libbre di carne avea perduto : 
Presi in mano lo specchio e mi guardai... 
Poffaremmio! che oosa ho mai veduto ? 
TJn collo giallo si che press' a poco 
Si potea dir fosse indorato a fuoco. 

Coiraiuto del cielo finalmente 
A poco a poco mi rimisi in pie ; 
E se la sorte m'avea tolto un dente. 
La perdita sugli altri ricade, 
Che han fatto tutto cio c'hanno potuto 
Per compensarmi del fratel perduto. 

E qui, se non vi duol, fatevi innanzi, 
Cortesi abitator di Eovereto, 
Che di cene lautissime e di pranzi 
Per otto giorni mi rendeste lieto, 
Ditelo voi se f ecero a dovere ^ 
I superetiti denti il lor me^tiere. 



— 37 — 

Gfiunse intanto rautunnOj ed alle mura 
DeU'ospital mia Feltre io trassi alfine; 
E, fosse il soffio di quell' aura pura, 
il vi&o delle amabili Feltrine, 
In pochi giomi il tuo diletto amico 
Eitorno grasso come un beccafico. 

Ma guarda che disgrazia! allora 
Ch'io mi credeva bello e risanato, 
Airimprovviso, nan saprei perche, 
Quando non fosse per aver ballato, 
meglio, per aver mangiato troppo, 
Mi salto fuor tra mento e gola un groppo. 

Ho scritto un groppo? ebbene, ho preso abbaglio, 
Perche, capisci, quel gentil bailocco 
Che alia gola mi die tanto travaglio, 
Dovea chiamarlo, addirittura gnocco, 
E gnooeo tal, che, a dirtela, a quattr'occhi, 
Pareva il Gran Sultano degli gnocchi. 

Oh se avessi potuto conservarlo 
Intatto fino alia stagion ventura, 
A Verona volevo trasportarlo, 
E v'avria fatto La sua gran figura: 
Che ti so dir, fra tanti gnocchi, quello 
Saria state il piu grosso ed il piii bello. 

Ma il destin non mi voile esser cortese 
Nemm^no di si frivolo con ten to, 
Chfe il medico condotto del paese, 
Dopo averlo tastato a suo talento, 
Necessaria trovo I'operazion'e... 
Oh maledetto il giuooo del pallone! 

Io che divento del coIot del gesso 
Al solo nominarmi la lancetta, 
Un cugino pregai, medico anch'esso, 
Che m'additasse qualche altra ricetta : 
E il mio cugin, ma guarda che birbone! 
Anch'esso m'ordino I'operaziono. 



— 38 — 

Apollo mio, tu che nel tempo andato 
Pxendevi i tuoi poeti per le chiome, 
Prendi pur questo povero malato, 
Ed ei benedira sempre il tuo nom©: 
So non mi porti altrove, anima bella, 
Mi toochera restar senza ma&eella. 

Ahime! che il suono della mia parola 
Al oor non giunse del crudel mes&ere. 
Dacche i poeti della nuova scuola 
L'hanno pigliato a calei nel sedere, 
Ruppe la cetra e digrignando i denti 
Corse in Arcadia a pasoolar gli armenti. 

Non <i'e rimedio — e pfroprio necessario 
Cli'io m'assoggetti alia fatal tortura: 
II perfido cugino sanguinario 
L'asciugamani al collo m'assicnra, 
Cava rastiiccio e colla lancia in resta 
II caro gnocco a trapassar s'appresta. 

Tin sudor freddo mi sentii isnl volto. 
Quando lo vidi con quel coso in mano, 
E supplichevolmente a lui rivolto, 

— Cugino, urlai, per carita, fa' piano! — 
E il buon cugino di pieta commosso... 

A ridere si mise a piu non posiSio. 

E presomi senz'altro per la gola : I 

— Eorti! grido, cbe la grand'ora e giunta.] 

10 cbiusi gli ocelli senza far parola ; 
Ma quando intesi penetrar la punta, 
Un gran ruggito dal mio petto uscio 
Accompagnato da una rima in io, 

Apersi gli occlii, e fuor della ferita 
Un ruscello di sangue ini piovea ; 

11 dottore a^ciugatesi le ditk, 
Nella vagina il Brando riponea, 

E qual Giuditta nella sua vittoria 

a Stavasi tutto umile in tanta gloria. » 



39 



Mi turo oon filaooe il buoo aperto, 
E legatovi intorno un fazzoletto, 
— Guarda, mi disse, di star ben coperto ; 
Anzi gli e meglio che tu vada a letto, 
E se vuoi oonservar la tua mascella, 
Vivi soltanto a brodo e a panatella. — 

Son gia tre di che in letto mi ritrovo, 
Bevendo brodo e mastioando versi ; 
E mentre gli altri spilJano il vin nuovo, 
E son nei giuochi e nei piaceri immersi, 
lo resto qui oon tanto di ganascia 
Me&sa a guisa di plico sotto fascia. 

Addio pendici delle mie colline, 
Dove si speSiSO a poetar mi trasisi, 
Addio burroni delle baize alpine 
Dove insegniva della lepre i pa^si. 
E voi, sogno gen til del pensier mio, 
Tordi fumanti sullo spiede, addio! 

E in eoda a tntto il danno clie m'ha fatto 
La lance tta del barbaro cugino, 
Mi sta qui dirimpetto un certo matto, 
Che ai crepuscoli primi del mattine, 
In gran camicia va girando intorno 
E canta il vespro tutto quanto il giorno. 

« Ben se' crude! se tu gia non ti duoli^ 
Pensando ai casi del dolente amico ; 
« E se non piangi, di che pianger suoli? » 
Basta, voglio sperar che quest' intrico, 
Che pose in tante ambascie il ventre mio, 
presto o tardi se ne andra con Dio. 

Ti mando intanto i miei saluti, e amica 
Auguro la fortuna al tuo Caffe. ^ 
Tu mi conserva I'amistade antica, 
Ed io, che amo gli amici al par di me, 
Preghero il ciel con tutta devozione 
Che ti tenga lontano dal pallone. 



— 40 — 



BELLA MA POVEEA. 



Come Pebano, o mia Lina, 
E' il tuo crin lucente e nero; 
Hai la bocca porporina, 
Hai lo sguardo lusinc^liiero, 
Ed al par d\ina ^azzella 
Tu sei svelta, tu sei snella. 

Quando avvolta in bianca vesta 
Tu passe^^i le contrade, 
Si rivol^e a te ogni testa, 
Og-ni st^uardo su te cade, 
Ogni labbro ^rida, o Lina : 
Oh che bella sicpnorina! 

Suoni Tarpa, snoni il piano, 
Canti al par d'uno stornello, 
Sai I'Inglese, sai I'Ispano, 
Sai dipinger d'acqiierelLo : 
Tanto brava, tanto bella, 
E rimani ancor zittella? 

Un tesor d'immenso ainore 
Nel tuo petto si rincliiude, 
Tu se' un angiol di candore, 
Se' una gemma di virtude, 
E nessun, quest' e eurio-sa, 
E nessun ti cliiede a sposa? 

mia Lina, in due parole 
La ragion spiegar si puote : 
Tu sei bella come il sole, 
Ma una bella senza dote ; 
E i mariti sono rari 
Quando mancano i denari. 



— 41 



BRUTTA MA RICCA. 



Dio che mostro!... Ha iin par di braccia 
Lunghe e scarne come stecclii, 
Gli ocelli loschi, uaa boc€accia 
Clie le viiol maiif^'iar (?li oi-^cclii, 
E due ^ambe ad ipsilonne 
Serpe^gianti fra le gonne. 

Al sue collo fa monile 

Tin o^ozzaccio impertineute, 
Ed, Atlante femminile, 
Con un'aria indiit'ereiita 
Senza perder mai la lena 
Porta il globo sulla sehiena. 

E' ignorante la Sigiiora, 
Capriociosa, maldicente; 
Coniie il vaso di Pandora 
D'ogni vizio e il recipient-e ; 
Tapinella, tapinella I 
Rest-era sempre zittella. 

Nossignori. — Tiitto il giorno 
Una pleiade d'amanti, 
Come gli astri al sol d'intorno, 
Girar vede indietro e avanti : 
Clxe le importa, che le importa 
S'ella ^ gobba, s'ella e storta? 

Centomila ducatoni 

Porta in dote a suo marito — • 

Centomila ducatoni? 

Oh clie form^e da Cerrito! 

Centomila ducatoni? 

Oh che gambe da Taglioni! 



— 42 --. 



LA DIEEZIONE DEL GLOBO. 



Alti delPuman genio 
E portendo&i esempi 
Hanno le sci-enze fisiche 
Mosteato ai nostri tempi. 

E infatti dal miracolo 
Di quel faiinoao porno 
Che cadde suirattonito 
Na&o d'un gran brav'uomo, 

Infino a noi, qiial serie 
Di classici portenti 
Lo studio della fisica 
Non riyielo ai viventi ! 

Qui arditamente squarcia 
Alle monta^ne il dorso, 
E in arse lande inargina 
Di nuovi fiumi il corso. 

La del nostr'orbe interro^a 
Le viscere profonde, 
E con un tocco ma^ioo 
Fa zampillarne I'onde. 

Qui neiransante macchina 
L'afCqua boUente infrena, 
E via per cento miglia 
Come il baLen vi mena. 



— 43 -- 

La la scintilla elettrica, 
Che del pensiero ha Tale, 
Co'Strin^e a far Tuffizio 
Di fattorin postale. 

Ed altri assai iniracoli 
Annoverar potria, 
Se non vi desse noia 
La lunga litania. 

Ma non saremo aR'apice 
Delle seoperte umane, 
Finche del globo incot^'uita 
La direzion rinaane. 

NeH'ottocento quindici 
Tin corpo d'ingeo^neri 
Crede scoprir la biissola 
Che lor faoea nle^sti•eri. 

Ma deirinstabil aero 

Uualche capriccio arcano 
Spe&so turbo il magnetico 
Ago al pilota mano. 

Cosi, senza il sussidio 
Del provvido strumento, 
II globo da queirepoca 
Periglia in preda al vento. 

Pur confidianao! il secolo 
Che progredito ha tanto, 
Avra pur di quest' ultima 
Invenzione il vanto. 

Infatti una scientifica 
Schiera di brava gente 
Suda a trovarci il bandolo 
Laggiu nell'Oriente; 

E c'e a sperar che al termine 
Delia diffieiropra 
Del globo alfin la stabile 
Direzion si scopra. 



— 44 



LE NECROLOGIE 



. . . . Morte fura 
Prima i niigliori, e iascia star© i rei. 
Petrarca. 



Lauda post mortem 



NelVora tale del giorno tale 
Al Paradiso spiegava Vale 
Del signoT Tizio Vaniina santa 
NelVetd fresca d'anni sessanta, 
Nel breve giro di poche aurore 
Spird nel haaio del suo Fattore. 
Lasciando in questa valle d'esiglio 
La Tnoglie vedova^ orfano il figlio. 

Oh! quando passano alnme si care, 

Ampio di lagrirae le segue un mare : 
E infatti un inare di pianto al Duo mo 
Seguiva il feretro di quel huon uorn.o. 
Soli nel mondo, senza conforto, 
La Tnoglie e il figlio piangono il morto. 

Piange la patria, piangon gli amid 
Che lo conobbero nei di felici; 
Piange la turba dei poverelli, 
Ch'ei soccorreva come fratelli,., 
E il sole istesso lassil nel cielo 
Pel signor Tizio si mette il velof 

Oh I Tizio car Of Tizio perduto, 
La tua dimora Iascia un minuio, 
E torna in terra ^ se 710, d'affanno 
1 tuoi parenti tutti morranno! — 



— 45 — 

Di questa specie di litanie, 
Vulgo chiamate Necrologie, 
Tagliate a salmo, listate a nero 
Come le lapidi d'un cimit-ero, 
Voi ne leggete duecento al mese 
Sulle gazzette d'o^ni paese. 

Non son poi gii uomiui tauto birbanti, 
Come diceii4o si va da tanti, 
Se e ver clie adesso ciascuii die muore 
Nel santo bacio muor del Siguore. 
lo dico invece, clii noii lo vede? 
Che andaiido iimaiizi di cju^sto piede 
La broitta nuova s'udra ben tosto 
Che in Paradise non c'e piu posto. 

Siamo in un secolo patriarcale; 
Tutti fan bene, nessun fa male; 
Tutti son buoni, son ^enerosi, 
Figli obbedienti, padri amorosi ; 
E tutti quanti, non si sa oomo, 
Mandano ai posteri il lore nome. 



I nostri vecchi, perche I'istoria 
Li ciroondasse d'un po' di gloria, 
E notte e giomo, poveri sciocchi! 
Avean sni libri la mente e gli occhi. 
Al secol nostro, seool beato, 
Per chi vnol essere immortalato, 
L'unioo mezzo, da guanto pare, 
L'unioo mezzo e di erepare. 

Oh! quanti infatti d'ingegno tondo, 
Sol per far numero venuti al mondo, 
Che senza cure, che senza aff,anni 
Mangiano, dormono e veston panni, 
Quando son morti, vedi miracolo, 
Sono un portento, sono un oracolo! 



— 46 — 



Viveva un medico quattr'anni fa 
In una terra... del Canada, 
II qual nel breve pro d'lin mese 
Di tante boocbe privo il paeste, 
Che d'un quaranta quasi per cento 
In pochi giorni calo il frumento. 
Mori. — La solita Necrologia 



In queste flebili parole uscia: 

— Morte, cbe furi sempre i migliori 
E non rispetti Grandi e Dottori, 
Esulta, o mortel da tutti pianto 
Giaoe fra i tumuli del campo santo 
Ei cbe nel breve giro d'un meso 
Tante ridiede vite al paese!... 
Dell ti sia lieve la terra almeno, 
nuovo Ippocrate, nuovo Galeno! — 



Mori neir Africa un avvocato 
(Non mi rioordo nome e casato) 
Gran baccalare, fior d'ignoranza, 
Che appena stendere sapea un'Istanza, 
Che cento volte gli avidi denti 
Mise a' depositi de' su.oi clienti. — 
La necTologica mesta canzone 
Pianse il Demostene, pianse il Catone, 
Che con magnanimo disinteresse 
Pupilli e vedove sempre protease. 



Udite questa — qui importa pooo, 
Tacervi il nome, tacervi il loco, 
Perche di queste mignatte umane 
Avvi abbondanza piu che di pane — 
Ebben, tra cumuli d'argento e d'oro 
Rendeva I'anima un di costoro. 
Finche egli visse, d'un sol quattrino 
Mai la limo<sina fece al tapino, 
Ma adesso in dielo, scrive Terede, 
Di sue limosine ha la merced^. 



— 47 — 

liliiore un bambino — Dio! ohe sventura 
Da far che tutta pianga natural 
— Biondo era e bello : dal piociol viso 
Moveva un'aura di paradiso. 
Ah! s'ei viveva, non c'e questione, 
Era una testa da Salomone, 
Perche a tre soli mosi d'eta, 
Pare incredibil© ! disse : Papa ! ! ! 

Eh I non c'e verso — vecchi, raorazzi, 
Poveri e ricchi, sapienti e pazzi. 
Perfino i birri, perfin le spie 
Hanno le lore Mecrologie. . . 
Lauda post mortem. — non c'e che dire 
Per aver lode oonvien niorire. 

[o pur che splendida vorrei di p^loria 
Mandare ai posteri la mia memoria, 
Visto che in vita nulla fec'io 
Che renda celebre il nome mio, 
Un gentilissimo scrittor pregai, 
Che nelle lettere'e dentro assai, 
Che mi scrivesse per cortesia 
[Tna magnifica Necrologia. 

n gentilissimo scrittor cortese 
Currenti calavio me la distese, 
Ed io la mando cosi a quattr'oechi 
Ai Redattori del mio Pedrocchi, 
Perche la stampino prima ch'io mora -- 
Se ne son viste dell'altre anoora. — 

— Nel divin haoio — frase obbligata -~- 
Da questo alValtro mondo e passata 
Uaniraa bella del Fusinato 
7n ambe leggi laureato. 
Con grande arriore, con somma cur a, 
Facea la pratica d'Avvocatura: 
— E qui per dirvi la verita 
lo non so ancora che sia mezzd. — 
Ogni rnattina set pre p sette 
Studiava i CoSici e le Pdndette. — 



— 48 — 

— ; Ed io che sono sinooro e schietto 
Vi dico inveoe che stavo in letto. — 
Nuovo Ulp'iano, da cima a fondo 
Sapea le leggi di tutto il viondo : 
Ah! se la morte non lo togliea 
Un nupvo Codice egli scriveaf 

— E, tra parentesi, so dirvi a stento 

I requisiti d'lin testamento. — 

Vero poeta nato e sputato, 

S'ei non moriva^ covie Torqttato, 

Di giorno in giorno volcano in Roma 

Valloro cingergli la sacra chiovia ; 

E forse in Prato da qui a gualche anno 

Una gran statua gV innalzcranno . 

— Ma voi, kttoii, che sotto gli ocelli 
Avete questi miei scarabocchi, 
Voi dir potete s'io sono un vate 
Che il lauro meriti o le sassate. 

Saggio, henefico, gentil, cortese, 
Egli era Vidolo del sua paese : — 
E il niio paese mi taglia addosso. 
A piu non posso, a pin non posso. -- 
Immacolato come un agnello 

II sua depose mortal fardello, 
Senza die Vomhra d^un basso amove 
Turhasse in terra quel vergin core, — • 

— E il morto invece vuol che sappiate 
Che tre ad un tempo n'ha amoreggiate. 

Aniina hella, tu in del volasti 

E tutti in lutto quag gin lasciasti! 
Dehf lascia.., eccetera — e qui, si^nori, 
Vengon le lagrime, vengono i fiori, 
Sooondo il solito depositati 
Sul bianeo marmo dei trapassati. 

Eooomi dunque reso immortale 
Senza aver fatto ne ben nh male: 



49 



Ecoomi io pure tra i fortunati 

Dal necrologioo torcliio stampati ! 

Viva la cara Necrolog-ia 

NuoTO sinonimo della bugia, 

Piastra galvanica clie a suo talento 

Mette i cadaveri in movimento, 

Pozzo artesiano clie butta fuori 

Con ^etto eterno la^rime o fiori, 

Bacchetta magica die airimprovviso 

Spalanca I'uscio del Paradiso, 

Che inciela ctH ebeti, clie i tristi India, 

Viva la cara Necrologia ! 

ii qui ringrazio quel letterato, 
Cbe, vivo ancora, m'ha immortalalo, 
Giacche, da quanto sembra, fra poco 
Andra a finire questo bel giuoco. 
Anzi consiglio tutti quei tali 
Che pretendessero farsi immortali, 
d'andar subito in grembo a Dio, 
di seguire I'esempio mio. 
Perche c'e un tale che ci scommette 
Che vedrem presto sulle gazzette : 
Necrologia d^iin cane Inglesey 
Necrologia d^un hue Pugliese. 
JE fra due bestie chi mai vorria 
Veder la propria Necrologia? 



USINATO - CPoeste 4 



— 50 



ETEBE SOLEOIIICO. 



Benedetto questo secolo, 
Che alia barba dei pedanti 
Non si ferma per ^li ostaooli, 
Ma va sempre sempre avanti, 
E ridendo fa le ficbe 
Alle buone anime anticlie. 

Oh : che iseool di miraooli, 
Ob ! cbe seeol negromante ! 
II vapore, il pantele^rafa, 
II cotone fuminante! 
Fin del ciroolo il qnadrato! !.. 
Oh! che siecolo beato! 



Ma pero, se debbo dirvela, 
Tn fra tanti ritrovati, 
Che finora pullularono 
Dal cervel degli scienziati, 

II piu bello, il piu fasforico 
Egli e VEtere solforico. 

Viva I'Etere solforico 
Eedentore d'ogni m,ale, 
Che in un Eden di delizie 
Cangia fino I'ospedale, 
Che con tanta cortesia 
Ea la guerra aU'eLeo^ia. 

Che stupenda metamorf osi ! 
Questa terra, che finer 
Eu per tanti e tanti secoli 
Detta Terra di dolor, 
Si trasforma airimprovviso 

III un voro Baradiso. 



— 51 — 

Dal suo ^embo erranti ed esuli 
S<e ne f ug^ono i tormenti ; 
Gli aki! e ^li ohi! piii non si trovano 
Nelle lin^^ue dei viventi, 
Ed il pianto, in fede mia, 
Diventato e un'utopia. 

Piu non sono clie im solletic/O 
Le tana^lie del dentista; 
Bistori, lancette, forcipi 
Stan dei bax3i nella lista: 
I bottoni arroventati 
Son piu fres'chi dei ^elati. 

Quel cotal, clie per dis^razia 
Ha una testa da minchione, 
Grazie all'etere solforioo, 
Si fa far I'esportazione: 
Che piaoer quando si desta 
Ritrovarsi s^nza testa ! 

Mi da fuori, Dio non YO<j'lia, 
Alia ^aniba un.a cancrena? 
Via la gamba, e nie ne infischio : 
Hai la f^obba sulla schiena? 
Una piccola fiutata 
E la ^obba e ripiallata. 

La damina tutta spirito, 
Che alle inezie senza sale 
Dei moderni gentiluomini 
Si sentiss© venir male, 
Di quest' etere un fiasichetto 
Porti appeso al braccialetto. 

La ragazza troppo facile, 

Che airamante si die in braccio, 
Inesperta in illo tempore 
A cayarsi dall'impaecio, 
Imperterrita or dira 
Al terribile papa ; 



— 52 — 

« — Quel briccone di Gervasio 
Un fiaschetto m'lia mostrato, 
Ch'era pieno, a quanto dissemi. 
D'un oclore prelibato : 
L'ho croduto pascioli. 
Cliiusi ^li oochi... e mi tradi! — i 

Quando un giorno escan dal torchio 
Le mie pazze ba^attelle, 
Se per caso qualcbe critico 
Mi vorra ^raffiar la pelle, 
Grafli pure a suo talento... 
Non ci sento, non ci &enta. 

Sia lodata in omnia saecula 
Quella testa americana, 
Che mandava -al mondo vecchio 
Questo nuovo tooca e sana, 
E per sempre sia lodato 
Quei che I'ha perfezionato. 

Ed anch'io, sebben di cbimica 
Non m'intenda niente affatto, 
Di quest'etere solforico 
lo ne vado proprio matto, 
E scopersi un nuovo mezzo 
Per averlo a pooo prezzo. 

Ma con spirito evangelioo, 
A' di nostri tanto taro, 
Rinunziando al privile^io 
Delia gloria e del danaro, 
A clii il brama, a chi lo vuole 

10 lo inse^no in tre parole. 

Un sonetto epitalamico, 
Del Di^esto due faeciate, 

11 sermon d'un Accademioo, 
la predica d'un frate... 

E delPetere ne avrete 
Piu di quanto ne Tolete, 



— 53 



IL COTONE FULMINANTE. 



L'altra notte, mentr<> al soHto 

10 dormiva della grassa, 

Chi potrebbe immaf^'inarS'elo? 
Mi comparve in carne ed ossa 
CoUo s^uardo fia.mmec^^'iante... 
Clii?... il Cotoiie fiilmiiiaiite. 

E tirandomi roreocbio 

Con nn pi^lio d'arrabbiato, 
Urlo fuori in tuon drammatico : 
« — Ah poota distj^raziato, 
Possa cofj'lierti la paste! 
Ne sai fare anche di queste? 

Tu delV Etere solforico 
Ti sei fatto apolo^ista ; 
Tra i miracoli del secolo 
Tu Thai messo in capo lista : 
E soordasti, o petulante, 

11 Cot one fu Im inan te? 

lo, ehe feci tan to strepito, 
Tanto chiasso fra i mortali, 
Che copersi tante pag-ine 
Di gazzette e di giornali, 
Dovro dunqne tixar yia 
Senza un po' di poesia? 



— 54 — 

Tu clie canti tante frottole 
Che non valg^ono un haiooco, 
Che trombasti coram populo 
Fin le glorie del tuo gnocco, 
Tu non gratti il colascione 
Per il povero Cotone? 

E si, oorpo del demonio! 
Non fo mica per vantarmi, 
Piu delPEtere solforico 
lo son de^no de' tuoi carmi : 
De' tuoi carmi son piu degna, 
Lo ripeto e lo sostep^no. 

lo, finor modesto ed umile, 
Fui costretto dal destino 
A coprire le miserie 
Del villano e del f acchino : 
Ora, grazie a Stinoo-bello 
Mi fan tutti di cappello, 

Una volta, sotto fog-gia 
Di contorti diavolotti, 
Arriociar dovea le zaz;^re 
Dei galanti zerbinotti, 
E servir per qualche vecchia 
Di turacciolo all'oreochia. 

Ma dal lungo mio servaggio 
Or mi S'Ono emancipate ; 
D'ora in poi sara mio talamo 
La giberna del soldato, 
E diro le mie ragioni 
CoUa bocca dei cannoni. 

Son di Nesso la camicia, 

Che nasconde il fuoco ardente ; 
L'TJniverso s'inginocchia 
Al mio piede riverente, 
Che far posso dei mortali 
Tante maochinte infernali. 



55 



lo, sprezzato veg'etabile, 

Sono il simbol della morle, 
Avro anch'io il mio parafulmini, 
E davanti le mie porle, 
Questa si che sara bella, 
Ve^liera la sentinella. 

Saran mine sotterranee 

Del meroiaio i magazzini : 

I calzoni, le camicie 

Le fettU'Ccie, i vellutini, 
Genti e popoli stupitel 
Saran armi proibite. 

D'ora in poi, se Giove Olimpico 
Un pittor dipinp^era, 
Non piu il fascio delle fol^jon 
N-ella destra gli porru. 
Ma sul vasto parruccone 
Tin berretto di ootone. 

Ora poi clie le mie f^^lorie 

Te rho messe in quadro storico, 

II piu ^rande dei miracoli 
Dirai I'Etere solforico? 
Clie solforico d'EgittoI 

Al primato e mio il diritto. 

Presto dunquc, o miserabile, 
Presto, mano al colascione, 
E daH'Alpi alle Piramidi 
Canta i fasti del Cotone; 
Canta, canta, o in un baleno 
lo ti mando al nulla in &eno. » - 

Spaventat^ a queirapostrofe 
Diedi un ^rido e mi riscossi : 
Tutto pien di meravi^lia 
Le pupillo intorno mossi, 
E m'accorsi che il Cotone... 
Eu una semplice visione. 



— 56 — 



TRE RITRATTI 



Gentili e cortesissimi lettori, 
Se volete saper chi siamo iioi,- 
Vi diro che noi siamo tre Dottori 
Laureati da quattr'anni in poi ; 
Ma il noistro alloro, vi confes&o il vero, 
Ci eosto molto e non ci frutta un zero. 

E noi, ch-e a dirla in tutta confidenza 
Abbiam pieno di ^rinze il borsellino, 
Considerando clie la nostra scienza 
Non v'ka aneor messo dentix) un sol quattrinc 
Pensammo, ma guardate clie pazzia! 
Di ricorrer© a Monna Poesia. 

Non vo' gia dir che avessimo intenzione 
Di scegliere il poetico mestiere; 
Ne guardi il ciel da questa vocazione, 
La piu magra di quante si puo avere; 
Che in questo nostro sublunar pianeta 
Non v'e mestier piu tristo del poeta. 

La nostra intenzione press' a po€o 
Era quella d'unire in una strenna 
I x>ochi versi che cosi per gioco 
Ne scappavano fuori della penna. 
E fame, direi quasi, un mazzolino 
Da darsi a chi lo vuol.., per un fiotino. 



--^ 67 — 

— Come come! una Strenna? E voi chiamate 
Una Strenna quel vostro libriccino? 
Le Strenne devon e&ser rile^ate 
Per lo meno in velluto o in marocoliino, 
E incisa in rame ad ogni quattro pagine 
Es^er ci deve qualche bella immat?ine. — 

Ma se il nome di Strenna vi s^omenta, 
I Eh! poco mal, cambiatelo a capriccio : 

Chiamatelo, qual meg-lio vi talenta, 

Libra, volume, pot-poumi, pastioqio; 

Per noi vi basti il dir che ve lo diamo 

Da poveri dottori come siamo. 

jE poi dovete saper ben voi pure 

Che oerte Strenne, che ora son di moda, 
Non han di buono che le leo'ature, 
I E quel ch'e dentro e peggio della broda : 
i L abito non fa il monaoo — .e i cartoni, 
Signori miei, non fanno i libri buoni. 

Che se umilmente vi veniamo innanzi, 
^ntili associati ed associate, 
]Non ci farete il brutto viso, ch'anzi 
Lo torrete di cuor, quando sappiate 
Che il nostro libro, sia pur bello o brutto, 
Per un fiorino ve lo diamo tutto, 

Per un fiorino avete nientemeno 
Che una risma di paorine stampate, 
Avete un libro tutto' quan to pieno 
l)i scioJti, di sestine e di ballate, 
Per un fiorino avete tre poeti ! ! 
Eh? non vi pare che siamo discreti? 

Ma diranno i benevoli associati : 
— Nel secol nostro noi ne abbiamo a ioisa 
Di questi tali che si chiaman vati: 
E non e mica cosi facil cosa 
Infra tanti poeti da un quattrino 
Trovarne tre che valj2^ano un fiorino. 



— 58 -^ 

Oil! quanti in fatto per aver stamoatd 
Siille oolonne di qualche giornale 
Un'ode, un<a romaaiza, una ballato 
Credon sentirsi sovra il dorso Tale, 
E non rioordan poi, poveri scempi! 
Quel clie ad Icaro avvenne in altri tempi. 

Ma noi senza tirare airalbagia, 
Se non siamo poeti di calibro, 
Non siam nemmeno da buttarsi via ; 
E quando avrete letto questo libro, 
Voglia o non voglia, ci dovrete dire: 
Via, non c'e male per costar tre lire. 

voi cbe avete rintelletto sano 
E poco ci badate alPapparenza, 
Ma d'ogni oosa che vi ca&ca in mano 
Date il vostro giudizio in co.scienza, 
Farete buona ciera, io ci seommetto, 
Al nostro libriecin vile e negletto. 

Altrui vile e negletto, a noi si caro, 

Se dentro il floseio borsellin che geme 
Fara piovere un poco di denaro, 
Tanto cbe ba&ti per varcare insieme 
La veneta laguna, e al meno male 
Passar gli ultimi di del Carnevale. 

Ed or che avete la ragione intesa 

Che i nostri versi ei £e metter fuori, 

benigni letter, se non vi pesa 
Di conoscere un po' questi Dottori, 
Venite qua, ch'io vi ritraggo a penna 

1 tre poeti che stampar la Strenna. 

E qui se avete di saper desio 

Qual sia la terra che vagir ne intese, 
Io vi diro die noi naseemmo a Schio 
Nell' anno iste&so e neiristesiso mese: 
E se saper volete il mese e Tanno, 
Andate alia ParrocX^hia e viel diranno. 



— 59 — 

Da quest'esordio non vi salti in inente 
Ch'io vi spift'eri ^iu tre Bio^rafie ; 
Oh ! nossignori ; io rubo solamente 
I cantorni alle tie fisonomie, 
E ve le &chizzo li con qiiattro tocchi 
Tali quali le aveste innanzi ao^li occhi. — 

Movendo a foggia di zig-zag iL paeso, 
Colle braccia che vanno ciondolando, 
Col palto snlle spalle, e a capo ba^so 
Qualche verso di Dante brontolando, 
Primo di tutti ecco venire avanti 
L'egregio dottor Carlo Fioravanti. 

Dottor, se nol sapete, in Medicina, 
Ed un dottore brutterello alquanto; 
Pero chi qualche tempo L'avvicina, 
Trova che in fine non gli spiace tanto, 
Benehe egli dica ne' suoi versi ad Una, 
Che ha il crine incolto ed ha la iaccia bruna. 

Se voi leggete gli aniorosi versi 
Che gli detto la calda fantasia, 
Di tanto aii'etto li trovate a^persi 
E di tanta pieta, che in fede mia 
Scommett'ereiste mille oontro cento 
Ch'egli si nutre sol di sentimento. 

Poveri illnsi! se il vedeste un giorno, 
Come a me tocca di voderlo spesso, 
Con qnattro fette di polenta intorno 
Sednto in faocia ad nn cappone allesso, 
Gridereste voi pur : Questo e il dottore 
Che co'si dolco -sa oantar d'amore? 

Sulla tavola i gomiti distesi, 

Col sudor che gli vien giu per la faccia, 
Cogli occhi isempre sopra il piatto intesi, 
Menando i denti come un can da caccia. 
Ei mangia mangia, e per mangiar piu in fretta 
La man sostituisce alia forchetta. 



— 60 — 

Chi diria che un carnivore siifatto, 
Oon quel paio di gate da fattore, 
Ci potesse trovare un gusto imatto 
Nelle soavi volutta del core? 
Eppur, signori, il crodereste mai? 
Ei oolle donne e fortunate assai. 

E clii vuol che cio sia perche la sorte 
II prestigio gli die d'esser poeta; 
Chi, perchfe e un pezzo d'uom tarchiato o fortci 
Chi, per qualch^altra ragione segreta; 
Ed alle donne, voi gia lo isapete, 
Piaeciono molto le ragion isegrete. 

Notate inoltre ch'egli e tanto acoorto, 
Che quando siede d'una bella al fianco, 
A furia di ciarlare a dritto e a torto, 
Le fa veder che quel ch'e nero ^ bianco ; 
Le dice per esempio: Angiolo bello! 
E sogna intanto un petto di vitello. 

E mentre un giomo una gentil signora 

A lui piangendo il proprio amor confessa, 
Egli commosso da quel pianto allora 
A piangere si misie insiem con esisa ; 
E pianse molto o pianse amaramiente... 
Perche quel giorno gli doleva un dente. 

E qui, lettori, deH'amioo mio 

Potrei narrar degli .altri casi assai ; 
Ma sento di lontano un calpestio 
Di ferree »carpe, che m'avverte ormai 
Come sia qui per arrivar di botto 
L'altro poeta, medico condotto. 

Se a caso v'incontrate per la strada 
In un ootal con harba irsuta, e in testa 
II crin scorn posto, qual campo di biad-i 
a Nel cui mezzo passata e la tempesta, » 
Col na^ aguzzo e gli zigomi in fuori, 
Osservatelo ben — quegli e Sartori, 



— el- 
se dovesse cantar la Musa mia 

Tutta la vita del poeta nostro, 
I Fn maj^azzin di carta ci vorria, 

Fn milione di penne, un mar d'incLiostro ; 

Ond'e ch'io penso di buttarne ^iu 

L'abbozzo in pochi versi e nulla piu. 

3ompiuto ch'ebbe il corso jsrinna^iale. 
Voile indos'sa.rdi chierico la vesta: 
Ma visto che il cammin sacerdotale 
Offriya molte noie e poca festa, 
La^scio il vessillo della chiesa, e stance 
S'ando a posare d'tin droghiere al banco. 

Via quel pest are il pepe ogni mom en to 
A pianger troppo ispesso il costringea; 
Percio tosto can^^io divisamento, 
E a' suoi lari torno, perche sapea 
« Che in questo mondo instabile e lefj^oriero 
Costanza e spesso il vaxiar pensiero. » 

?u allora che si cosse in tal maniera 
D'una giovin villana del paese, 
Che pig-liarla volea per sua mogliera : 
Ma beocandone pochi in capo al mese, 
Per sost^nere il peso ooniugale 
Voile fare il ma»estro oomunale. 

^orse a Venezia per gli esami — e Taura 
Fosse delle la^ne, o che so io, 
II fatto sta che la sua bella Laura 
Dalla mente €> dal cor presto gli uscio : 
La»scio Venezia e, dell' amor guarito, 
Torn6 a' ripoisi del natal suo lito. 

ia delpQistel paterno Torizzonte 
Troppo ristretto gli toglieva il respire: 
Ed ei, che amava il ciel libero e il monte 
E il suon delFacqua e deH'aura il sospiro, 
Scappa di casa e in veste d'eremita 
Viiol sul monte Sumiinan passar la vita. 



— 62 — 

Di latte si cibava e di forma^^io, 
Dalle pozze beve>a I'acqua piovana; 
Cantando andava delle stello al rag^io 
L'amor perduto della sua villana; 
E tratte al suon delle sue rime intanto, 
Pastoolavan le vacche a lui daccanta. 

Senonche un toro cbe lo vide un^iomo, 
Da subito furor tutto oommosso, 
Mu^c^endo d'ira ed abbassando il oorno, 
Ferocomente ^li si scag-lia addo&sio; 
E, se non scappa, il poYero poeta 
Terminava di far ran.aooreta. 

Veduto allora quanto sia il peri^lio 
Clie la vita buoolica procaocia, 
II nostro Orfeo muto senno e consi^lio.; 
Tagliossi I'ung'liie^ si lavo la faccia, 
E dal monte dis۩SiO alia pianura, 
Corse a studiar fra TAiitenoroe mura. 

E studio tan to, e tanto amor ripose 
Nella sua medicina e chirurgia, 
Che in cinque anni di studi e^li compose 
Non so quanti volumi.,. in poesia : 
E finalmente, alia barba del toro, 
Si cinse il crin dicl meritato alloro. 

Ed or che fatto Medico condotto 

Guadagna quasi tre lirette al giomOj 
E tiene a' suoi comandi un cavallotto 
Clio ^"10™© e notte lo conduce intorno, 
II misero ei si cbiama in fra i viventi... 
Eh! a questo mondo non si e mai contenti. - 

In pochi versi v'ho tirato giu 
II ritratto de' miei commilitoni : 
Ma sono stanco che non posso piu, 
E voi, lettor, che siete tanto buoni, 
Permettete che prenda un po' di fiato, 
E poi vi daro quel del Fuisinato. — 



— 63 — 

iuando in poclie parole v'avro detto 
Che non sgn oRobbo, cbe non 8ono storto, 
Che ci veggo anche senza rocchialetto, 
(E questo ai nostri giomi e un gran cx)nforto) 
JE che in oomplesso non son bel ne brntto, 
Quando v'ho detto cio, v'ho detto tutto. 

3he se il mio capo e un pocolin peLato, 
Non mi devo per questo vergognare; 
Eu colpa d'un giudizio sperticato 
Che, nel eervello non potendo stare, 
A poco a poeo svaporo, e quel caldo 
Fe' cascare i capelli al vostro Arnaldo. 

Vaggiungo inoltre che per mio malanno 
Mi mancan quattro denti mascellari 
Ed altri quattro presto s-e ne andranno ; 
Dunque pensate voi, lettori cari, 
Se posso aver fortuna, or che mi tocca 
Far I'avvocato senza denti in bocca. 

Ma, passando al morale, io vi confesso 
Che quel poco d'ingegno naturale, 
Che per sua grazia il ciel m'avea concesso, 
L'ho lasciato pur troppo andare a male; 
Che da quel di ch'io diventai studente, 
L^arte solo studiai del non far niente. 

Ma, perche non mi diate tutto il torto, 
Io vi diro che per la prima volta 

10 na'era allora innamorato morto 
D'una fanciulla assai leggiadra e colta : 
E quando in petto il prime amor si desti, 
Si ha proprio vogli^ di studiare i Testi ! 

Fu allor che neiraccesa fantasia 
Un avvenir di rose anch'io vedea ; 
Ma fosse colpa del destine o mia, 

11 fatto sta, che mentre io mi credea 
Porle ranello nuziale in dito, 

I^a ragazza mi died^i il benaervito? 



— 64 — 

Al triste annunzio delLa mia sventura 
Lung^o un rug^ito mi sooppio dal petto ; 
Glii^nai di rabbia, •e nella man secura 
La punta baleno d'uno stiletto; 
Ma buon per me die nel dolor mio tanto 
Un fido amico mi ve^liava accanto. 

E poi che il ferro mi strappo di mano, 
E il mio prime furore ebbe calmato, 
Compresi anch'io nel mio cervel balzano 
Che uccidersi a vent'anni e un ^ran peocato 
Poiche, da quanto par, da Adamo in gin, 
Morti una volta, non si nasoe piii. 

Fu allora che nn addio dato bo all'amore, 
Ed i pugnali li bo laisiciati in pace; 
Che da quel j?iorno mi son meseo in core 
D'imitar, come fo, rap© sagace, 
Che va volando da quel fiore a questo, 
Vi suggie il buono e las'cia stare il resto. 

donne mie, voi mi piaoete tanto, 
Che per voi non &o quelle che tarei : 
Vi lodero, v'inalzero il mio canto, 
Vi sacrero tutti i sospiri miei; 
Ma non per questo, dbnne carQ e belle, 
Mi graffiero per voi neppur la pelle. 

Un giorno anch^io mi compiacea sovente 
D'andar vagando per la notte bruna, 
Ed alia cara che mi stava in mento 
Scriver romanze al chiaro della luna; 
Adesso invec-e il mio m.aggior diletto 
E' cenar bene e poi ficcarmi in letto. 

E la, disteso sulle molli plume, 
La pipa acoendo come sono avvezzo, 
E d'un modesto lanternino al lume 
M'inebrio ai versi del cantor d'Arezzo : 
La pipa in bocca e il Guadagnoli in mano, 
(( Mio ben non cape in intelletto unaano. » 



~ 65 — 

Guadagnoli, o mio duce e maestro, 
dittatoa: della gioconda rima, 
M'ispira un soffio del tuo facil estro, 
A^ miei scherzi da tu rultima lima; 
E forse allora il verso mio dara 
TJn po' di g'usto a chi lo leg^era. 

qui finisoo. — Vol, lettori, intanto 
Oomprate il libro, e se vi place, bene; 
Che se j>er caso non vi place tanto, 
Fatene cio che meglio vi oonviene; 
Comprate 11 libro, quel che importa e quetsto: 
Siam troppo ^randi per hadare al restp. 



JSiNATo - Pome 5 



— 66 — 



A LEONZIO SARTORI 



II poeta gentil, che a^ndava intorno 
Col sue maofro e sciancato ronzinante, 
E in cento ottave ci cantava nn ^iorno 
Gli strani eventi di sua vita errante, 
Ei, che da un anno si credeva morto, 
Alleluia, alleluia! e alfin risorto. 

Tu se' risorto, e dopo un anno intero 
Che la tua penna non iscrisse rima, 
Dal letargo ti desti, ed il pensiero 
Volgi alPamico dell'eta tua prima. 
E, quasi io non I'avessi sulle dita, 
M'intuoni I'ele^ia della tua vita. 

E stanoo stance della dura soma 

Che la tua schiona e a sopportar oostretta, 
Cambiar vorresti il tuo col mio diploma 
E col Co dice mio la tua lanoettaj 
E il tuo fiorino e il tuo fedel ^innetto 
Colla mia pipa e col mio doloe letto. 

Ma tuo danno, per Bacco! — se un addio 
Dato ai volumi delLa santa I^ea, 
Fo'sti venuto a metterti com'io 
Sotto i vessilli dolla dotta Astrea, 
Potresti allor, senz'andar tanto intorno, 
Startene in letto tutto il santo sriorno. 



— 67 — 

d^a tu, povero illuso! in quell'eta 
Che sente molto e -che poco ra^iona, 
Piu che i tripudi della ^ran citta, 
So^navi de' tuoi monti la corona; 
E mille volte t'ho sentito dire: 

vivere tra i monti oppur morire. 

— Oh i miei monti, gridavi, i monti miei, 

1 cari monti del mio suol natio! 
II canto dei pastori e degli augei, 

II suon del vento, il mormorar del rio, 

II cielo azzurro, i limpidi tramonti!... d 

Tientili adesso que' tuoi cari monti. 

d!.a ades.s<o che ti tocca in su ed in giii 
Correrli quei tuoi monti e giorno e notte, 
E stracco alfin da non poterne piu, 
Eitorni a casa colle ooste rotte, 
Oh ! non e vero, Melibeo diletto, 
Che adesso ti fa goTa anche il mio lotto? 

3 fu certo per spirito d'invidia 
Che Taltro di, quando venisti a me, 
A fin che m'aocusassero d'accidia, 
Scrivesti ch'ero in letto alle ore tre ; 
Ma non e vero, ve lo giuro! — ancora 
Alle tre ci mancava un quarto d'ora. 

Ne crediate, perch'egli ve I'ha detto, 
Che il Codice io lo lasci addormentato : 
Quand'egli venne e mi trovo nel lotto, 
D'un aureola di fumo inooronato, 
Egli vide soltanto il Guadagnoli... 
II Codice I'avea sotto i lenzuoli. 

Ma giacche sollevo quelLa linguaccia 
II vel che i miei segreti rioopria, 
Al lettore cortese or non disipiaocia 
S'alle sue spalle voglio dir la mia, 
E dipingerlo proprio alia distesa 
Quando viene al mercato a far la sT)esa. 



— 68 — 

Dal suo ^rigio cappello inooronato, 
Tutta schizzi di siangue la persona, 
Col mantel come un va^lio crivellato', 
Colle brache di cuoio alia dragona, 
Come un frate die va di porta in porta 
Lo vedete girar oolla sua sporta. 

E qua due soldi di cannella, la 

Quattr'once di formaggio piaoentino, 

Qui una coda d'olente baccala, 

Li per la festa un quarto di taocliino, 

Ed alle gambe Napoli, il suo cane, 

Che spesso ad ufo gli provvede il pane. 

E poi con questo fresco delizioso 

Monta a cavallo, e colla goccia al naso 
S'avvia bel bello pel cammin scabroiso; 
Ma spesse volte gli suocede il case 
Ch'egli perda la sporta, e poveretto! 
Andar gli tocchi senza cena a letto. 

Ed egli e proprio allor, Leonzio caro, 
Quando mi narri queste tue sventure, 
Quando bestemmi che non bai denaro, 
Disgrazia questa cbe risento io pure. 
E' proprio allor cbe, a' casi tuoi commosso, 
Una risata trattener non posso. 

Ma s© talora sospirando riedi 
Al desiderio dell'eta fuggita, 
Oh ! non creder ch'io sia qua! tu mi vedi 
De' cinici mordaci archimandrita ; 
Che allor a anch'io mi fo penso'so e mesto 
Membrando i gaudi che fuggir si presto. 

Se tu sapessi quante volte e quante 
Col volo del pensier ritorno anch'io 
Alia memoria di quell'ore sante 
Ch'io t'aveva compagno al fianco mio, 
E confidava nel gentil tuo core 
La lunga istoria del mio primo amore! 



— 69 — 

3on a spalla il fucil, le mani in tasca, 
Per le colline si prirava -a caso: 
Saltavano gli auwei di frasca in frasca 
E cantando volavanci sul naso, 
Mentre, in una soave estasi immersi, 
Si andava a g'ara improvvisando versi. 

E d'una cara giovinetta il nome 
Mi tremava sul labbro, e il verso uscia 
DaLla calda e conimossa anima come 
TJn'onda di profumi e d'armonia, 
E a lei sui rag^i del^nascente sole 
Mandava il suono delle mie parole. 

Oh Dio! quanto ramava! a' suoi ginoccbi 
Per adorarla mi sarei prostrato ; 
Per un sorriso de' suoi languidi occhi 
Contro una tigre mi sarei slanciato ; 
Delia sua bocca per un bacio solo 
Avrei n^ille sofferte ore di duolo! 

Oh ! ma che giova revocar per dip 
Dalle fredde sue oeneri il passato? 
Vieni, ridi con me, Leonzio mio, 
Grida tu pur: quello ch'e stato e state! 
E cerchiamo clie tirino al giocondo 
I quattro giorni che si sta nel mondo. 



— 70 



IL COR CONTENTO. 



Cinquant'anni ho sulla schiena, 
E son grande, grasso e groisso; 
Ho un faccion da luna piena, 
Tondo tondo, rosso rosso^ 
E la gola lio seppellita 
Sotto un lardo alto sei dita. 

Sono sano come un pes-oe, 
Son robusto come un toro; 
Ogni di la pancia cresce, 
Ed allaro^asi il piloro : 
Mangio p bevo a mio talento, 
E mi cbiamo Cor contento. 

Quando bo voglia di sdraiarmi, 
lo mi calo piano piano, 
Quando faccio per alzarmi, 
Mi puntello oolla mano, 
E in tre tempi... un, due, tre... 
Ouff! cbe caldo! sono in pie. 

lo, vedete, ^azie al cielo, 
Non bo imbrogli pel oervello; 
Cbe sia caldo, cbe sia gelo, 
Cbe sia brutto, cbe sia bello, 
Cbe sia pioggia, nebbia o vento, 
Eesto sempre Cor contento. 



— 71 — 

M'hanno detto che m'ha colto 
L'altro f^^iorno la tempesta, 
Che del solito raocolto 
Quasi nulla orniai mi resta; 
Eh! pazienza, il prossim'anno 
Rimediar sapra il malaniio. 

Un casin mi fu dal foco 
L'altra notte incenerito : 
Sta a veder che per si pooo 
Dovro perder rappetitol 
Se ne abbrucino anche cento, 
Non ci abbada un Cor contento. 

Non c'e caso — il mal umore 
Non si posia sul mio viso ; 
La letizia ho sempre in core, 
Sulle labbra ho sempre il riso ; 
E se piansi in vita mia, 
Piansi solo d'alle^ria. 

Pure il di che mia mo^liera 
— Poveretta! — se n'e andata, 
Una la^rima sincera 
Giu da un'occhio m'e eolata ; 
Ma, passato quel memento. 
Son tornato Cor contento. 

In mia vita, lo confessa, 

Non ho letto un sol ^iornale: 
Gia per me sempre e lo stesso, 
Vada il mondo o bene o male: 
La mia sola occupazione 
E' il Lunario del Schiesone. 

lo le lascio sempre stare 
Le politiche questioni ; 
lo non penso che a man^iare 
E mang'iar de^ buon bocooni : 
Questo e runico elemento 
Che mantiene il Cor contento. 



- Y2- 

Ogni di, quand'lio pranzato, 

10 mi sdraio un'ora buona 
Sul cuscino sprimacciato 
D'una morbida poltrona, 

E al dormir roochio velando 
La mia pipa vo fumando. 

Alia &era poi m'asp^etta 

11 mio solito picchetto; 
Ma passata mezz'oretta 
Torno a casa e vado a letto; 
Vado a letto e m'addormento.. 
Bella 00 sa un cor contento! 



— 73 — 



ALLA SVANZICA. 



E' dunque ver clie i medici 
T'hanno di g'ia spedita, 
Che non v^e al mondo un farmaco 
Che ti con&ervi in vita, 
Che se' a morir costretta, 
Povera svanzichetta? 

Esterrefatto al subito 
Cader di tanta stella, 
Mi chiudo nel silenzio 
Delia solinga cella, 
Pregando per Pantica 
Agonizzante arnica! 

E came un di, fra i ruderi 
Di Solima, s'udia 
SulFarpa melanconica 
II vecchio Geremia 
Can tar col pianto in gola: 
QuoTTwdo sedet sola; 

Cosi dairime viscere 
lo pair sollevo un canto 
E come un'onda scorrermi 
Sento dagli occhi il pianto 
Pel fine che t'aspetta, 
Povera svanzichetta! 



— 74 — 

Oh ! qnando il core ai palpiti 
S'apri d'un lungo afEetto, 
E' pur cm del dividersi 
DalPadorato oggetto; 
E tu, carai, ben sai, 
Di quanto amor t'amai! 

A te venien sulPaure 

I miei sospiri ardenti ; 
D'antioo o nuovo conio. 
Col venti o senza venti^ 
In tasca od in musina, 
Fosti la mia retina. 

E quando la tua imagine 
Era le altrui man vedea, 
Non so perche, ma Tanima 
Un acre mi rodea 
Senso di gelosia, 
svanzichetta mia. 

Eternamente string^erti 
Avrei voluto al petto, 
Ma tu, crudel, dimentica 
Del mio costante affetto, 
Tu mi negavi spesso 

II tuo lucente amplesso. 

E, .abbandonata ^ a^rimpeti 
D'un meretricio amore, 
Sfogliavi della splendida 
Tua giovinezza il fiore 
In feste, in pranzi, in oene 
E in alti^ gioie oscene. 

Talora, e ver, partecipe 
Delle miserie umane, 
Recavi nel tugurio 
All'affamato un pane, 
E rattoppavi il saio 
Al povero oper-aio; 



— 75 -^ 

Ma spesso di nequizie 

10 ti vedea stromento, 
E nei furtivi fremiti 
D'un turpe abbracciamento 
Collier perfin t'udia 

11 baeio della spia. 

Eppur oon queiringenua 
Fede clie mai non muta, 
Anche ne' tuoi deliri, 
Sublime prostituta, 
lo ti serbavo intera 
La mia passion primiera ; 

E con queiraria supplice 
Cbe il solo amor c'impara: 
« Torna, dicea, al mio baeio, 
svanzicliotta icara, 
Torna alia mia scarsella, 
svanzichetta bella-! » 

AUor, pentita, profuga, 
Della mia voce al pianto 
Con amoroiso anelito 
Mi discendevi accanto, 
E dopo un quarto d'ora 
Tu soomparivi ancora. 

Ma ormai sooocata e T ultima 
Ora di tua partita; 
E delle tante ffioie 
Cbe t'abbellian la vita, 
La casisa sol t'avanza, 
La cass,a di Finanza. 

In quell'oscuro baratro 
Da tutti abbandonata, 
De' tuoi frequenti crimini 
E delle altrui peccata 
Dovrai soontare il fio 
Con un eterno oblio. 



— 76 — 

Ma no! clie una profetica 
Voce mi grida in petto 
Che, in un novel battesimo 
Nome mutando e -aspetto, 
D'ogni trasoorsa pecca 
T'assolvera la Zeoca. 

E allor, rifatta vergine 
Dal iuoco e dal eroginolo, 
Com'anima clie scioglie 
Dal purgatorio il volo, 
Eisorgerai vestita 
D'una rseoonda vita. 

Pur nella metamorfosi 
Che Tavvenir t'appa^esta, 
Un solo voto ed idtimo 
A proferir mi resta: 
— Deh! non tornar mutata 
In carta monetata! — 



— rr — 

LA CAPEICCIOSA. 



Tu mi domandi se nel core eterna 
La fiaanma serbero che mi ^overna? 
lo ti rispondo : la tua bella amante 
Neirinoostanza sol sempre e costante; 
Og^i ti chiamo, e ver, ranp^elo mio, 
Forse doman ti mandero cou Dio. 

Come la imvola 
Che porta il vento, 
O^ni momento 
Cang^io d'amor; 

Onda volubile 

Che scende e s'alaa, 
Ape che balza 
Di fiore in fior, 

Finche m'acoomodi, 
Finche mi piaci, 
Cerco i tuoi baci, 
Vivo in te sol ; 

Ma quando il palpito 
Del cor vien meno, 
Sovr'altro s^no 
Racchiudo il vol. 

Cosi oon vario 
Desio novello 
Da questo a quelle 
Volando o^nor, 

Come la nuvola 
Che porta il vento, 
Ogni momento 
Cangio d'amof. 



— 78 



UN PEOGETTO SCIENTIFICO 



Gli amoni racconti, le lieto novelle, 
Che i dotti Congressi portaro alio stelle, 
M'han messo neiranima iin vivo desio 
D ' and arci anc or io . 

Nuotare beato da sera a mattina 

In mezzo ag^li ofJEluvi di tanta dottrina, 
Trincarsi la scienza al par del Sciampagna, 
Che bella cu^oca^na! 

Nel tempo pas-sato, che tempo balordo! 
I Sa^gi eran sette, se ben mi ricordo; 
Son mille, duemila i Saggi d'adesso... 
E wiva il progresso ! 

C'e il rischio che in tanto diluvio di soionza 
Io debba, meschino, restarmone senza? 
So leggere e sorivere: or ben, mi daranno 
Perdinci! uno scanno. 

In riga di soienza son povero, e vero, 
Ma questo, alia fine, non conta uno zero ; 
La porta che metto dei dotti al Congres<so 
Ha Largo Pingresso. 

Eh ! venga chi vuole — sien belli, sien brutti, 
Sien giovani o veochi, c'e posto per tutti... 
Si narra che c'entrin perfino le spie; 
Ma 8ono bugie. 



— 79 — 

Peraltro mi dissero (e credo che sia, 
Per<3lie chi lo disse men fe' R,aranzia) 
the po&sono entxarci, quand^hanno im diploma, 
Le bestie da soma. 

CLe bella notizia! per ^razia di Dio 

Ire quattro diplomi li ho in taaca ancor io, 

J^ il prosaimo autunno, se il cielo m'assista, 

Saro della lista. 

- Ma contro i poeti sai bene che c'e 
A tanto di Lettere un auto-da-fe! 
Che importa? il mio caro diploma presento, 
E dotto divento. 

3 sante Aocademie, il volg^o profano 
nrequiem-aeternam vi canta, ma invano 
Vivete, vivete; la vostra esistenza 
Propaga la scienza. 

^oi vostri diplomi fornite il vapore 
Delritalo scibile al locomotore; 
Per vol sbucan fuori da tntti i cantoni 
Bianti e Soloni. 

?erfino alio donne, ne i casi »on rari, 
Largite il diploma di inemhri onorari; 
J^ ai viewhri effettivi del dotto Con^resso 
S^innesta il bel sesso. 

) sante ^Accademie, Tinoenso accettate 
the V arde m gmoochio un povero vate; 
i^ mento vostro se ade&so gli e dato 
Levarsi a scienziato. 

^\_T^?ga I'autnnno! col vol del desio 
Miei can colleg^hi, Taffretto ancor io: 
ti aspetta la quondam retina dei mari, 
Colle^hi miei cari. 

)i gaudio compresa le braccia ci stende 
-^ al collo la dotta medao^lia ci appende: 
AUegri o colleo^hi ! Venezia si aporesta 
A farci ^r;aii f esta. 



— 80 — 

E accio che la scienza per quella infinita 
Di vicoli rete non vada smarrita, 
Agrincliti dotti sara re^alata 

La Guida sta-mpata. 

Che ^iorni di gaudio, o miei confratelli, 
Che giorni di gaudio saranno mai quelli! 
Con poichi fiorini, se il ciel mi da vita, 
Faro il sibarita. 

C'e qualche spettaoolo? che bella risorsa 
Gpoderlo, ma senza por mano alia borsa! 
Al collo il diploma vedendo attaccato, 
Diraniio : Abbonato. 



Teatri, conoerti, fostini, hujfets,, 

Le porte d'ingres&o fien schiuse per me 
Che magica chiave, che salvaoondotto 
II nome di Dotto! 



per me: 



E a fin che col dolce di tanti tripndi 

Si mosca anche Tutil che viendagli studi, 
Faro verso sera la mia passeggiata 

Con qualche scienziata. 

In soffice gondola, al chiaro di luna, 
Andro contemplando Tazzurra lagnna; 
E qnando avro sonno, che Dio mol perdoni, 
Andro alle Setsisioni. 

Ma qnesto e un bel nulla — la bazza migliore 
Ce I'offre a buon prezzo ramico trattore; 
Per e&ser scienziato, m^han detto, conviene 
Mangiare ma bene. 

E' appunto per questo che ho gia stabilito 
Proporre al congresso rantico quesito: 
« Se sia preferibile il cuoco Franoese 
Od il Piemontese. » 

Dir mal dei Congressi, bricoon d'un Brofferio* 
Si vede ch'e un uomo di poco criterio, 
Qiial fonte inesaust'a d^arcana dottrina 
Nd« ela btltJin^^! 



— 81 — 

i e ver che SMlVom^nibns dei dotti Oongressi 
L^o scibile umano fe' pochi pro^ressi ; 
Ma almeno dei puddings piu varia e la pasta, 
E q lies to non bast a? 

allor che di scienza lo stomaco pieno 
igli ozi ritorni del patrio terrene, 
5e a ca^o dinia>ndino al nuovo scienziato 
Che cosa ha imparato, 

I tuon cattedratioo deiruoiuo che sa 
indro spifterando le gran novita, 
E della mia scienza versando tra lore 
L' immense tesoro, 

ro che a Venezia c'e molti canali, 
Dhe tutte le case son poste siii pali, 
E, pare incredibile! nessuno si cura 
D'andare in vettnra. 

ro che le donne son belle, son care, 
Jhe al Lido si gode la vista del mare, 
E in piazza San Marco, quest' e scrprendente! 
C'e sempre gran gente. 

ro che i colombi nell'ora fissata 
^Jonvolano in piazza a tor I'imbeccata, 
Dhe intesi a San Servolo elogi sbracciati 
Dei no'stri Scienziati. 

ro che I'alato Leone feroce 
Per troppo ruggire ha perso la voce, 
E, messagli a caso la mano snl polso, 
M'accorsi ch'e bolso. 

I se chiederanno ch'io proprio confesisi 
Ohe eO'Sa ne pensi dei dotti Congressi, 
Mettendomi allora la mano sul petto 
Diro chiaro e netto : 

1 trenta, (juaranta (nessuno si opponc) 
3on gente di vaglia, son brave persone; 
Ma tutti quegli altri, compreso me stosso, 

Son teste di gesso. 
SINATO - Poeste 6 



— 82 



LO STIJDENTE DI PADOVA 



Se fa conoscere 
Le vie del mondo, 
Oh buono un briciol 
Dl vagabondo ! 
Oh che sapienza 
La negligciiza! 

Meinorie di Pisa, 
G, Giusti. 



PARTE PRIMA 



Studente, corae inse^na la gTammatica, 
E' il participio di Studiare, ma 
Dacche un tal nome conferi la pratica 
A clii frequenta PUniversita, 
Tutti sanno die il nome di Studente 
Vuol dire: Un tal che non istudia niente. 

Difatti un giovinotto di vent'anni 
Ch'e fuggito alLe braniche del papa, 
Cli-e per la testa non ha certi affanni 
E aente il gasse della fresca eta, 
Mi pare ch'abbia tutta la rao-ione 
Se la vita vuol far del buontempone. 

Cosi giovin puledro innamorato, 

Se puo fup'C['ir dalla rinchiusa stalla, 
Corre saltando per I'erboso prato, 
E al lontano nitrir della cavalla 
Vibra intorno la coda e allaro^a il naso — 
E' vecchio il paraxon, ma torna al caso. 

Qui dira qualche vecchio brontolone : 
« Mio Uio ! che ^ioventu ^Slenza giudizio! 
Lascian stare lo studio e la lezione 
Per darsi al ^iuoco, ai passa tempi, al vizio.. 
Eh! lasciatelo dir, che ai tempi suoi 
Facean ben peg^io ohe non fate voi. 



— 83 ^ 

lanti, cime d'ingeft^no e di dottrina, 
IJel secol nostro oraooli vivonti 
Qiiando studiayan le^^e o modi-cina, 
n che vuol dire quand^erano Studenti, 
benza pension anch^ossi e senza affanni 
be li voller godme i loor quattr'anni. 

•^ dir oon cio che quando siam scolari 
Si Jia poca vo^ha di pensar sul &erio • 
fci se han fatto cosi, lettori cari, 
ranti uomini di polso o di criterio 
Ml pare, e non a torto, ch'anoo adesso 
51 debba oompatir cii fa lo stesso. 

^cKe ci siamo press' a pooo intesi 

5iilla deiinizion dello Studente, 

J lettori benevoli e cortesi, 

^i preg^o d'ascoltarmi attentamente, 

^h 10 passo ad abbozzarvi, o bene o male 

d suo ritratto fisico-morale. ' 

3ete voi quel fiero ^iovinetto 

^on quel far tra I'ardito e I'impacciato, 

^tie porta al mento un piccolo ciuffetto 

J olezzante cosmetico incro^tato, 

1-^ par che dica col ^irar de^li occhi : 

>ono btudente ancli'io, n^ssun mi toochi? 

I 

la gran c^erarchia degli Studenti 

^gli lorma il primisisimo gradino : 

'tudia il prim'anno, ed e percio che il senti 

;ai oolleghi chiaimar Matricolino- 

^erribil nome clie vuol dire, in fondo, 

mo €li^ ancora non cono&ce il mondo. 

3eiato il collo, e r,ala del cappello 

ull orecclno calata, ad un bottone 

len sospeso dell'abito un ra.ndello 

ne avria stancato il braccio di Sansone • 

'Una gran pipa arabescata fuma, 

n e tutto gesso e ch'ei pa,g6 per schiuma. 



— 84 — 

Per le strade bestemmia ad alta voce. 
Tutta la notte e su per i biliardi. 
Per darsi I'aria d'un ^arzom feroce 
Cerca la compa^nia de' piu j?aj]^liardi, 
E dal piaoer non si ritrova piu 
S'lm di qiiart'anno puo trattar col tu. 

Se a caso passen^c^iando la contrada 
S'abbatte in una vispa sartorella, 
Bravamente sbarrandole la strada, 
L'odi gridar: Cava da Dio! die bella! 
E alia quacquera, la senza permesso, 
Schiude le braccia ad un fraterno .ainple&so 

Ma spesso avvien che la fanciulla inp^rata 
Scivoli fuor dell' amoroso braocia, 
E oolla mano del ditale armata 
Un bernocoolo tal gli stampi in faccia, 
Clie Gall chiamato avrebbe, ed a ragione, 
II bernoccolo della seduzione. 

Quand'e a teatro e^li isi crede in piazza, 
E fa vna casa del diaYolo, un bordello; 
Canta coi cori, fiscbia, urla, schiammazz. 
Batte in terra il baston, grida: Cappello! 
Fin cb'arriva qualcun di que' signori, 
C'banno il diritto di caociarlo fuori. 

Va oogli amici a berne un biccbierino? 
E' il buon matrioolin che paga il conto ; 
Gli domandano in prestito un fiorino? 
Mi meraviglio! il fiorinetto e pronto; 
Giooa alle carte? ve' poter del fato! 
Me lo mandano via »empre pelato. 

Gosi, passando da un incerto all'altro, 
A proprie spes'3 le sue idee rischiara : 
A poco a poco divien furbo e scaltro 
E la gran sicuola della vita impara ; 
E franco e disinvolto finalmente 
Indossa la divisa di Studento. 



- 85 _ 

5tiidente! o nome benedetto e santo 
Quante memorie tu mi dosti in petto ! 
beiito tremarini dentro ^li ocelli il pianto 
A rammentarti sol, nome diletto, 
tile mi torni alia mesta fantasia 
L OTo piu hete della vita mia; 

Jiiando, inconseio del lutto e de^-li affanni, 
lutto cuor, tutto ardir, tutto speranze, 
Coil ardente desio dei miei vent^anni 
lo non sognavo die tripudi e danze, 
^ qual tartalla m mezzo ai lior smarrita 
Volava mcontro alia mia nuova vita, 

; mi parea die tutto riso e festa, 
Sapris'se I'lmiver&o a me davanti, 
^ dolcemente trascinata in questa 
Unda perenn^a di novelli incanti, 
Quasi credea nel mio pensier ^iocondo 
l^osse creato per me solo il mondo. 

giorni, o sere placide sfumate 
in oompagnia di spensierati amici, 
U mie facih amanti non araate, 
O giuodii, o edie di que' di fdici, 
Ahi pni non siete! ed or solo una mesta 
1^1 vol memoTia qui nel cor mi resta. 

^ Ehi ehi, signer poeta, cosa fa? 
:^lla tira un po' troppo alPelegia. 
:^oi siam venuti a ridere, non gia 
i salmi ad a-scoltar d'un Geremia : 
be va mnanzi eosi, mio bel messere, 
Ian to fa che c'intuoni il Miserere. 

La, via, siate buonini e oompatite 
Quest accesso di spleen retro>spettivo ; 
Quelle tristi memorie or son svanito, 
^d 10 ritorno al mio verso festivo ; 
In quanto poi a quelle tre strofette, 
i^ ate penisier di non averle lette. 



— 86 — 

Tornando dunqiie dove siam rimasi, 
lo vi diro che mi son messo in mente 
Di mostrarvi, o lettor, tiitte le tasi 
Ch'elettrizzan la vita alio studente: 
Che S'e qualcuna ne lasciassi iuori, 
La colpa non e mia, ma... dei Censori. 

Come sbo'ccan nel mar fiumi e torrenti, 
Come i rai si concentran nella lente, 
Ai primi di novembre ^li studenti 
Calano tutti alia Citta sapiente, 
E specialmente dacclie usci il Decreto 
Che alle proroohe antiche ha posto il veto» 

Quasi fratelli giunti di lontano, 

Che da gran tempo non si son veduti, 
Tin abbracciarsi, un stringersi di mano, 
tin ricambio di baci e di saluti ; 
E un enirare e un uscire a tutte Tore 
Per certe porte di cattivo odore. 

Risuscitata la citta morente, 
Alia vita novella si ridesta ; 
Per le contrade brulica la gente, 
Le botteghe si metton come a festa, 
E dappertutto a letters stampate : 
Qui si affittaxo staxze ammobiliate, 

E come sul finir di primavera 
Escono fuori dalle loro biche, 
E procedendo in lunghissima schiera 
Affaccendate corron le formiche 
A far la necessaria provvig-ione 
Prima che arrivi Tinvernal sta^ione, 

Cosi tu vedi attillatine e snelle, 
E nel lor bianco zendalino awolte, 
Una nuvola uscir di sartorelle, 
Che o^aie, seducenti e disinvolte, 
Sgambettan per le strade indietro e avant 
A |;imorchiar g-li antichi e i nuovi amanti 



I —87 — 

In quefito modo lo scolar s'appresta 
A festeg-giar grinauorurati studi : 
ton poche dramme di giudizio in te^ta 
Ma con molta salute e molti scudi 
Incurante dell'ocrgi e del dimani/ 
bretta li la sua vita a piene mani. 

Tutte I'ore del o'iorno lo vedete 
Andarsene a giron di qua e di la : 
Fer sorveghar la pubblica quiete 
La notte fa la ronda per citta ; 
E non c'e dubbio cli'egli vada'a letto 
benza la cara Mandoletta in Ghetto. 

Qualchedun cbe patisce d^ottalmia 
L che qumdi la luc>e gli fa male, 
be, andando a casa, incontra per la via 
11 molesto chiarore d'un fanale, 
^^v non avere quelle splendor ne^li occhi, 
ton due sassate me lo manda in tocclii. 

Un altro per la danza appassionato, 
the^Yorrebbe ballasse tutto il mondo, 
nt^ ui.- ?^^^ ^^ qualche diso^raziato 
tn abbia la sorte d'esser grasso e tondo 
La senza orchestra e senza ballerina 
Me lo fa sgambettar la monferrina. 

Qnalcli'altro cli'lia studiato la ginnastiea, 
^u pel pilastri esercita il bastone, 
Ma per virtu della sua forza elastica, 
bucoede spesso la combinazione 
the il bastone va a cader, cosi per caso, 
-Ui qualche onesto passeggier sul naso. 

Per solito Tonesto passeggiere 
Egli e un beccaio, che'so io? un facchino, 
the, com e noto, I'hanno per mestiere 
i> andarsele a cercar, col lanternino, 
La furia di cercar, nasce sovente 
the mcontrano il baston dello stud^nte: 



— 88 — 

E allora un tafferu^lio, un sottosopra, 
TJno scambio di puc^ni e di le^nate. 
In fin die arriva in siil piii bel deU'opra 
Una pattu^lia a baionette alzate, 
E, dalli dalli, lo -studente mio 
Va a finir la nottata a San Mattio. 

E avrebbe guada^nato un torno al lotto 
Se pot-ssse camparla a qnesto patto • 
Ma spoaso av^aen che il nostro o^iovinotto 
Mentre e li nel suo letto quatto quatto, 
A mezzanotte oon poca creanza 
Sente airuscio piocliiar della sua stanza. 

Chi picchia? — Amici! — e il poveretto illuso, 
Acceso il lum-e con lo zolfanello, 
In caimicia da notte balza ^iuso, 
Oorre alia porta, tira il chiavistello, 
E si ritrova, oli vista inaspettata! 
Tra i casti amplessi... della forza armata. 

Poi col loro soccorso eopli is'allaccia 
I calzoni, il panciotto, la velada, 
Ed appoggiato all'amorose braccia 
Esce fuor della stanza e scendio in strada 
Dove pronta Taspetta una vettura 
Per rioondurlo alle paterne mura. 

Gli apre Tun lo sportel, vedi che onore! 
L'altro gli porge gentilmente il braccio, 
E siocome Tandar oosi a queirore 
Potrebbe porlo in qualche brutto impaccio. 
Due di loro, ma quanta oortesia! 
Pensan bene di fargli compagnia. — 

E augurandogli intanto buon viaggio 
E buona permanenza ai patri lari. 
Finche un altr'anno diventato sagg^io 
L'arte di farle alia sordina impari.^ 
Ritorno agli altri che im'aspettan ^i^ 
Sul Dortone deirUniversita. 



— 89 — 

E' Tora della .scuola — in su ed in ^iu 
Per scli atri del colle^io venera.ndo 
Pas&sggia la studio^sa o^ioventii, 
Sbadi^^liando, ridendo, cantiechiando. 
E in mezzo ad essa i venditor di cialde 
Col nolo ritornel : Sfogliate caldel 

E chi le^^e gli Avvisi agli Studenti, 
Chi niastica in silenzio la lezione, 
Chi alle sfog'liate va mostrando i denti, 
Chi zufola, chi fa oonversazione, 
Finche dal suo coviglio e&ce il bidello, 
E s'attaeca al cordon del campanello. 

E'Scono i professori a quel segmale, 
E dietro ad essi im'onda di studenti 
Lor fan oodazzo fin all' ample sale, 
Gelide ^sepolture di viventi, 
E di svao'ati un jotosso cap/annello 
S^arresta airuscio ad aspettar I'appello. 

Signor A. Signor B. — con gran fracasso, 
A quest'esordio Puscio si spalanca ; 
Col taba,rro sugli oechi e a capo basso 
L'irruente dnappel qua e la s'impanca, 
Ed a schivar la minacciata cro-ce 
Risponde il suo : present el ad alia voce. 

Ma se, omesso Papp'ello, i profes&ori 
Cominciano a dir su la lor leggenda, 
Felicissima notte a lor signori! 
Chi va al biliardo. chi va .a far merenda, 
Chi a studiar la lezion dalPanajoroisa, 
E chi a far... che so io?... qualch'altra cosa. 

Che se per caso vien la tentazione 
Ai profesisori (e cio speaso succede) 
Di far la chiama a mezzo la lezione, 
I nostri disertor di buona fede 
Eorzatamente trovamsi arrolati 
NelPeisercito santo dei Crociati. 



— 90 -^ 

E questo in vol Ontario arruolamento, 
Che di metodo e in uso tutto ranno, 
S'accresce almen d'un cinqnanta Tier cento 
AUorche il carnoval, con tanto danno 
Del progresso scolastico s'avanza 
Tra il fragor de' violini e della danza. 

E a dire il vero, un giovinotto che 
Tutta lunfra la notte, poveretto, 
Non ha fatto altro die menare i pie, 
'Nh vede I'ora di fieoarsi in letto, 
Mi pare che non sia tanto minchione 
Se va a dormire e sala la lezione. 

E poi se a &cuola nasce I'aocidente 

Ch'ei si metta a ronfar, non sai, lettore, 
Che qualcuno potria malignaniente 
Suppor che la lezion del professore 
Fosse la causa di quel brutto efietto? 
E^ meglio dunque ch'egli vada a letto. 

Ma allora quando egli si avra bevuto 
Le sue dodici orette di riposo, 
Per rifarsi del tempo ch'ha perduto 
State certi che il giovane studioso 
A ripetere andra la sua lezione... 
Dove? forse alia scuola?... eh no, al Vegliont| 

Il'Veglione! oh la magica parola, 

Ch6 a tanti il core fa balzar nel seno... 
Ma a furia di ciarlare arsa ho la gola 
E mi sento la voce venir meno ; 
Lasciate dunque ch'io ne beva un sorso, 
E poi riprendo il file del discorso. 

Parte Seconda. 

Musa! tu che fino da piccina 

Ti piacesti ai bagordi e airallegria, . 
Vuoi venire a goder la Cavalchina 
Del tuo matto poeta in compagnia? 
A babbo Apollo chiedine il permes-so, 
Ed io, s"e vuoi, ti paghero Tingresso. 



— 91 — 

Ma guarda di non far la bocca storta 
Se intendi qualche bnitta parolaccia; 
Direbbero che fai la gatta morta 
E sarien buoni di ^hi^narti in faccia, 
Che gia le Muse da pnran tempo in qua 
Han perduto il pudore, o ognun lo sa. 

Ma il lontano fron fron del contrabbas-so 
M'avverte che il ve^lione e incominciato ; 
Presto dunque, fi^i'liuola, affretta il passo 
Che sarebbe davvero un ^^ran peccato 
Non s'aves&9 a godere in largo e in tondo 
Lo spettacol piu bel di questo mondo. — 

Dai lor palchetti illuminati a festa 
Le signore vestite in tutta gala 
Sorriaendo reclinano la testa 
A contemplar la fragorosa sala, 
Dove s'urta muggendo e si dimena 
Delia bollente gioventu la plena. 

E qui tu vedi un naso di cartone 
Che soffia fuor Tapologia del na&o, 
La una donna con tanto di barbone, 
In scial di carta e in cappellin di raso, 
Che la materna gigante^s-ca poppa 
Porge al suo caro fantolin di stoppa. 

Uno con cento campanelli indosso, 

TJn altro con un grande imbuto in testa, 
E faccie tinte di celeste e rosso, 
E berretti di cuoco, e in mezzo a questa 
Onda di cap! ameni, erra>nte e solo 
Qualche Pace vestito da Spagnuolo! 

E un andare e un venire, un fuori e drento, 
Un urtarsi, un girarsi a quella giiisa 
Che fa I'arena quando spira il vento, 
E fischi acuti e crepiti di risa, 
E acoenti d'ira, orribili favelle, 
Voici alte e grosse e suon di man obn elle. 



— 92 — 

Ma gia il galoppo, col fragor del tuono, 
Per recheg^iante curva si diffonde: 
Galvanizzati al provocante suono, 
Questi a quello s'abbraccia, si oonfondo, 
E disperatam^nte si travolve 
In una vortioDsa onda di polve. 

E via via galoppando a testa bassa, 
Come cavalli che non ban piu briglia, 
L'uno sulPaltro si riversa e pas^a, 
E un intreccio di gambe, nn parapiglia, 
E a suon di calci rotolante al snolo... 
II berretto del povero Spagnuolo. 

Ma chi e quel veglio che vostito a nero 
Qua e la s'aggira saltellante e snello? 
Al fier sembiante, al portamento altero, 
Al lampeggiar del brillantato anello, 
Alia tinta dei baffi e dei capelli, 
Id ti rawiso, eterno Monticelli. 

Salve, vetusto! e poi clie sei si grande 
<c Che per mare e per terra batti Tale, 
E per lo inferno il nome tuo si spande », 
Non fincresca che un umile mortale, 
Memore ancor di que' beati giorni, 
Al suo Carlino col pensier ritorni. 

Oh ! quante volte nel rigor d^l verno 
Per sgranchirmi le gambe a te traea! 
Oh, quante volte Toochio tuo paterno 
D'una rabbiosa lagrima splendea, 
Quando mirava I'inesperto pie 
Imbrogliarsi nel fare il pas-glisse. 

Salve, o Carlin! la tua gentil memoria 
Eternamente mi vivra nel core, 
Ed anche allor che saturo di gloria, 
Al bacio tornerai del tuo Fattore, 
Verro sulla tua pietra sepolcrale 
Lagrimando a ballarti la finale. 



— 93 — 

Ma ^ia la squilla del ^ran campanone 
Al carnoval sonato ha Tagonia; 
Tra gli estremi singulti del veglione 
La folia si dirada e sguscia via, 
A bassa voce bestemmiando un vale 
AlPanima del quondam carnovale. 

E isulla sera dello stesso giorno. 

Se alia stazione tu rivolgi il pa.sso, 
Confuso al fischio del vapor, d'intorno 
TJdrai levarsi insolito un fracas/so, 
E un concerto di voci acute e basse 
Uscir fuor dei vagon di terza class€. 

Son quattro centinaia di studenti 

Ch'hanno in Venezia il camoval passato, 
E caldi delle lunghe orgie recenti 
Van celebrando a perdita di fiato 
Le belle conquistate ed i quartuzzi 
Trincati nel museo di Giacomuzzi, 

Ma allorquando neirumil cameretta 

Van passando in rasisegna il lor budget^ 
Oh Venezia, Venezia maledetta^ 
Che profonde ferite al porte-monndie ! 
La quaresima e giunta, e a quanto pare 
Molti saran costretti a digiunare. 

Percio, sign or i, se vedete a caso 

Qualche studente giallo e macilento, 
Coirocchio pesto e profilato il naso, 
Che sul baston va caimminando a stento, 
Non vogliate pensar subito a male... 
E' effetto del digiun quaresimale. 

perfida quaresima, in die imbrogli 
ISTon avviiuppi il povero studente! 
Giu dalle spalle il mantello gli togli, 
Gli tegli la ginniistica del dente, 
E lo riduci a quell a tal distretta, 
Che volgarmente chiamasi Bolletta, 



— 94 ~ 

Ma non per questo avete a ereder mai 
Ch'eg'li perda la bussola e il corag^^io. 
TIno studente i^^oora^giarsi? oh ^uai! 
Anche fra rombra ei sa trovare un raggio, 
E si stilla il oervel, Tag^-iizza, il pugne, 
Pur di sfuggir della bolletta all'ugiie. 

E qui, se alcun de' miei lettor desia 
Ch'io gli spieg-hi in pocliissime parole 
Delia bolletta Z'etimolog'ia, 
Gli diro cbe oosi chiamar si suole 
Quelle scontrin bollato, quel viglietto 
Che si da in cambio dei tabarri in Ghetto. 

E gia che il labbro ha proferito un nome 
Oelebre tanto negli Eug^anei fasti, 
Se vuoi sapere, o mio lettore, il come 
Provveda il Ghetto dcUa borsa ai g^uaisti, 
T'affida a me: non per vantarmi, ^ai, 
Ma in queste cose son dotto assai. 

Allor che la campana vespertina 
Annunzia Pora dell'Avemaria, 
Col cappello sugli occhi e a faocia china, 
Siccome ladro che inseguito sia, 
Ti slanci coiramico fardolletto 
Nei tenebrosi vicoli del Gh-etto. 

Al cordon d'un'oscura porticella 

Timidamente la tua man s'appressa: 
Al suon della squillante campanella 
S'apre un'imposta, ed una voce fessa 
Come lo stride d'affamata arpia 
Pioye dall'alto a domandar chi sia. 

— TJno studente! — tu rispondi, e in fretta 
A quel nome spalancasi la porta, 
E in cima a una scaletta stretta stretta 
Tu vedi comparir pallida e smorta 
Al morente chiaror d'un fanaletto 
La romantica faccia d'Isacchetto. 



— 95 — 

?u ascendi asoendi, e alfin dopo mezz'ora 
Arrivi al quinto pian del casamento: 
Apre una porta il buon vecchietto allora 
E ool berretto in man ti mette drento 
Ad un ampio salone rococo 
Tappezz.ato a tabarri ed a paltd, 

roi sul naso inforcando un par d'occhiali, 
Dispiega avidamente il tuo fardello, 
E li senza intervento di sensali 
Tu gli lasci in deposit© il mantello, 
Ed ef?li in man ti snocciola un sovrano 
Che se pur cala... mai non cala un grano. 

)h! canti pure il seoolo esaltato 
II santissimo Monte di Pieta, 
Le Ca&s^ di Risparmio, il Patronato, 
E gl'Istituti pii di Carit^; 
lo cantero finche avr5 fiato in petto 
La liberal filantropia del Ghetto. 

) Ghetto umanitario, o Ghetto oaro, 
Lascia che intuoni alle tue glorie un canto! 
Tu il padre sei di chi non ha denaro, 
Tu tergi agli occhi del tapino il pianto, 
E attento involi delle tarme ai denti 
I tabarri dei poveri studenti. — 

^he se a qualcuno non garbasse un ficc 
D'iandar con quel fagotto sotto il braccio, 
Ha sempre pronto un generoso amico 
Che in ogni caso il cavera d'impaccio; 
E quest'amioo, che il buon Dio I'assista, 
E' lo spirto gen til del Patinista. 

Egli e questo il satellite oostante 
Di queir astro che chiamasi Studente: 
IJn giorno tu il vedrai liscio e galante, 
E dopo quattro di sbricio e pezz-ente, 
A seooaida che volge o trista o lieta 
L'instabil sorte del maggior pianeta 



— 96 — 

Caineriere_, stafRer, pa^gio, facchino, 
Per far di tutto a questo mondo e nato : 
Porta lettere, batte racciarino, 
Ed agente di cambio patentato 
Lo vedi viag^iar sera ^e mattina 
Carioo di tabarri in Palostina. 

Ma se per caso sul mantel ci sia 
Inscritta un'ipoteca antecedente, 
Allor si clie la calda fantasia 
Ribolle nel cervel dello studente; 
E tanto si lambicoa e si tartassa 
Cbe il bandolo ritrova alia matasisa. 

E qualcheduno con stottile in^e^no, 
Quando gli manca una mi^lior risorsa, 
Lasciando in pe^no lo scon tr in del pegno, 
Trova talun che gli rif a la borsa ; 
Qnalch'altro invece, per uscir d'imbroglio, 
Corre al caffe, prende la penna e un foglio. 

a Caro babbol — ler Valtro ver la strada 
Distrattamente Tni e caduto il Testo 
Da uno strap^o che avea nella velada : 
Dunque vi prego di spedirmi, e presto , 
Due marenghini, e vi prometto ch^io 
Sard piu attento in avvenire. Addio. » 

a Cara mamma! mavveniie una disgrazia: 
Al biliardo perdei fiorini trenta, 
E se tu, mamma, non mi fai la arazMa 
Di pagarli per me, mi butto in Brenta : 
Dunque li aspetto senza fallo. Intanto 
Voglimi bene, e ti saluto tanto, » 

Tin mio compagno, ei stesso me Tha detto, 
Tutti i denari al ginoco avea perduti : 
Eran quasi due giorni, poveretto, 
Clie non toecava cibo, e cosi acuti 
Stringeangli il ventre del digiun gli artiglx 
Da scusare Ugolin se mangio i figli. 



— 9T — 

terzo giorno, per distrarre un poco 
Qpella gran fame che sentia negli ossi, 
Si mise a gironzar cosi per giuoco 
Davanti Tus-cio di raesser Zangrossi : 
Quando Todor che usciva dal fornello 
Tutto ad un tratto gli schiaro il cerWlo. 

ede p'er caso un cane li vicino 
Che^ in santa pace si rodeva un osso : 
Egli cava di tasca un cardoncino 
E quatto quatto gli si cala addosso; 
Al callo glielo allaccia ed in cucina 
L'avvinta belva dietro a se trascina. 

oscia s'asside al des-co apparecchiato, 
E il suo Melampo gli si acooscia ai pie : 
Ordina un riso, un les&o, uno stuato, 
Un pasticcio, un arrosto, un jardinet, 
E oon cura amorosa al fido cane 
iVa dispensando le carezze e il pane. 

)me si fu inapinzato a crepapelle, 
Bomanda il con to. — Cinque lire. — Bene! 
Caccia la man per tutt© le scarselle, 
Fruga, rifruga, e il boraellin non viene: 
II camerier lo guarda, ed egli: — Ov'e 
Bunque la borsa?... ah! la lasciai al caffe. 



L un batter d'occhio vado e vegno: 

Che se di me non ti fidaasi mai, 

Guarda, ti lascio il mio Melampo in pegno; 

Ma bada ben che non ti scappi, sail... 

— Non dubiti, signore! — Egli ©see in fretta. 

E il cameriere e ancora li che aspetta. 

qui cent'altri stratagemmi e cento, 

lettori, mi corrono alia mente; 

Ma perche troppo vasto e Targomento, 

A voi basti s-aper che lo studente 

bene o mal cerea; di far le spese 

Infin che arriva il primo di del mese. 

rSIKATO - Poesze 7 



— 98 



E aspettando che spuntino ^-li albori 
Di questo o-iorno tanto sospirato, 
lo sarei d'opinioiie, o miei lettori, 
Che pigiiassinio intanto un po' di fiato : 
Andate dunque, ma tornate presto 
Se avete voglia di sentire il resto. 



Parte Terza. 



Son battute le nove del mattino 

E in lunga processione gli stndenti 
Deirnfficio postale al finestrino 
S'affollano bramosi, impazienti, 
Ji< aspetta aspetta, alfin si fa ved-ere 
Colla penna all'oroochio il dispensiere. 

tu che cerchi dalPeterno aspetto 
Gli Qcculti indovinar moti del core, 
E sulla faccia altrui studiar reffetto 
Delia gioia, dell'ira e del dolore, 
Yieni e A^edrai che forme nuove e strane 
Dan le passioni alle sembianze umane. 

Guarda un poco quel povero tapino 
Che cogli occhi daH'orbite schizzanti 
Va scorrendo il lun^hissimo listino 
Da tanti giorni consultato e tanti ; 
Di', non gli leggi suiriroso 'aspetto 
Quella bestemmia che gli rugge in petto? 

Guarda queiraltro con che brutta booca 
Stende la mano a un roseo bigliettino, 
Pensando, poveretto, che gli tocca 
Tirar fuori fin Tultimo quattrino 
Dalla vedova borsa, e per che cosa? 
Per leggere una lettera amorosa. 



— 99 — 

E rabbioso la stringe e la spie^azza 
Convulsamente tra Iq avare dita, 
E si ch'ei Tama la ^entil rap^^azza 
E darebbe per lei fino la vita; 
Ma quando s'lia biso^^no di contanti, 
Si manda a quel paese anche le amanti. 

Guarda invece quell' altro — il labbro, il volto 
Spiran la s^ioia che ^li ride in petto : 
Ei trotta via con passo allegro e sciolto, 
In man stringendo il suo fedel ^ruppetta, 
E alteramente per la strada intanto, 
Semina i pezzi del si^illo infranto. 

Ma perclie di repente arriccia il naso, 
La f route incrospa e si fa scuro in viso? 
Ahi poverin! qua e la ^uardando a case, 
Egli vide brillare airimpro"\^4so 
Dell'enipio sarto i forniidabiH occhi 
Dietro i pilastri del oaffe Pedrocchi, 

E^li tenta fugc^ir, ma Pinumano, 

Come nibbio che vista ha la sn^ preda, 
Gli piomba addosso, e col cappello in mano 
Gli spiega in faccia la terribil sclieda; 
E I'amico cpruppetto, ancora oaldo 
Pa.ssa in saccoccia al creditor ribaldo. 

Nen piangere, infelice! ti conforta 
Gol pensiero dei ^iorni che verranno ; 
O^ni speranza non e anoora morta, 
Che o'ia siam giunti alia meta dell' anno, 
Ed estremo ri medio a tanti mali 
Le saute arriveran Feste pasquali. 

La Pasqua per i poveri scolari, 

E' una specie d'autunno in miniatura ; 
Scappano a casa. e pieni di danari 
Fanno ritorno uirAntenoree mura, 
Finche, temuta ed aspettata tanto, 
Lor cala addosso la station del Santo : 



— 100 — 

Station fatal© che, a ^uisa di vorarine, 
Nell 'ample fauci tante borse inpfhiotti, 
Ma segni forse le piu belle pagine 
Nella vita del nostri giovinotti, 
Che a lor dinanzi un paradi&o stcbiudi 
Di feste, di sollazzi e di tripudi! 

Alia mattina, al sorter deirauroxa, 
Si riversan nel Prato della Valle 
In cappel bianco e colla cacciatora 
(jettata i^ans-fagon^ sopra le spallo. 
Le dolci consacrando ore del Letto 
Ki Sedioli di Nardi e di Bissetto. 

E piu tardi^ &co€cato il mezzogiorno, 
Escono in gala a divorar coffli ocelli 
lie cento belle clie stiptate intorno 
Stan sui divani del Cafte Pedrocchi, 
Ampia caldaia ove ribolle ^e fuma 
In guanti bianclii del Bon-ton la scliiuma. 

Poi c'e il teatro — e qui, cari lettori. 
So sentiste che diavol di fracasso ! 
— Brrrava ! inimensa ! divina ! f uori I f uori ! 
Questi st^n pel tenore, quelli peL basso; 
E in mozzo a tanto musical ba^ordo 
Egli e un prodigio se non resti sordo. 

E allorquando le silfidi dc^nzanti 

Sen vanno allegramente o a cena o a letto, 
Una legion di cavalieri erranti 
Le attendon nel vicino vicoletto, 
E di scudo lor servono -e di scorta... 
Spesse volte anche dentro della porta. 

Ne finiscono qui per gli student i 
Tutti i piaeer della stagione estiva, 
Che d'Abano alle igieniche sorgenti 
Una gran folia di stranieri arriva, 
E de' bagnanti a sorvegliar la cura 
Corrono gli studenti in gran vettura. 



— 101 -^ 

Oh! bisof]^na vederli in sette, in otto. 
Sopra nn calesse cba si sfas-cia a tocclii, 
Spin^ere innanzi un map^ro cavallotto 
Con tanto di meda^lie sui o-inocchi, 
E infondergli lo spirito e la lena 
A furia di ie<?nate in sulla schiena! 

Ma dietro ad essi galoppar tu senti 

Tra i fischi e ^li urli nn nnovo Rabicano : 
E' nn'altra carrozzata di studenti 
Che ai lor compagni voglion tor la mano, 
E Questi per serbar il lor deooro 
Raddoppiano la biada a Brigliadoro. 

Una nube di polvere circonda 
I dne gagliardi corridor fnmanti ; 
Trabalzano i calessi e vanno ad onda, 
E or I'uno e indietro ed or si caccia avanti, 
Finche snccede che I'un Taltro addosso 
Vanno tutti a finirla in fondo a un fosso. 

Ma a guisa di pallon gonfiati a vento, 
Che, tooco il suol, rapidamente sbalzano, 
I nostri Antomedonti in un momento 
Guizzano fuori, in sulle gambe s'alzano, 
E generosi stendono la mano 
Ai prodi Brigliadoro e Rabicano. 

Poi oon solerte cura ai due piagati 
Risciacquate le costole e i ginocchi, 
E i guasti fomimenti rappezzati. ^ 
Saltano ancor sui fracassati cocchi, 
E tra gli applausi e le sfrenate grida 
Toman ridendo a rinnovar la sfida. 

Ma ahime! che sovra il limpido sereno 
Di questa vita spensierata e allegra 
Veggo S'puntar colla tempesta in seno 
Una gran nube minaicciosa e negra, 
E in cima ad essa una figura i^fame 
Che porta scritto sulla fronte : esame ! 



— io^ -^ 

AlPapparir di questo spettro esoso, 
Corre per Tossa un fremito, mortale ; 
Al vivere agitato e fragoroso 
E' successo un silenzio sepolcrale, 
E di g^ramaglia la citta si veste, 
Quasi oolpita d'improvvisa peste. 

Son deserte le piazze e le contrade, 
Spopolati i Caffe degli studenti^ 
Sono cliiusi i teatri, e per le strade 
Di nottetempo piii muggir non sienti, 
Sturbatori dei sonni padovani 
I cori del Nahucco e dL^WEriiani. 

A quando a quando, come un cane sperao, 
Qualche studente inoontri per la via, 
Che a capo cliino e in suo pemsiero immerso, 
Non ti guarda nenimeno e passa via, 
Erontolando fra i denti qualche brano 
Di Diritto Canonico o Eo'mano. 

Air alba se ne van soli soletti 

Misurando le Acquette indietro e avanti 
Coi loro inseparabili Ristretti; 
E la sera, come ornbre vaqolanti, 
Si veggono girar di qua e di la 
Pei deserti bastion della citta. 

E questi, borbottando a voce bassa, 
Rumina una lezione di botanica ; 
Quegli spiega alia rondine che passa 
Tin astruso quesito di meocanica; 
Questo oonfida sospirando al vento 
I paragrafi del Regolamento. 

Ma h giunto il giorno degli esami. — Un nom( 
Esoe dall'urna, ed a quel nome un Tizio 
S'alza dal banco, e pallido siccome 
TJn condannato che s'avvia al supplizio, 
Mogio mogio s'avanza, e la persona 
Lascia cader sulla fatal poltrona. 



— 103 — 

, destra e a manca va ^irando ^li occhi, 
Si piega, si contorce, si dimena: 
Colle man va fregandosi i ginocchi, 
S'arrovescia aU'indi^stro r olla scliiena 
Per miettere rorecchio alia portata 
Di ricever la provvida imbeocata. 

- « Ella che in dieci mesi di lezioni 
Non si trovo presente a un solo appello, 
Mi dica scnza tante oontorsioni 

Che coisa e la caluniiia? — E' un venticello — 
Ma bene e il dolo che oos'e? — Che inezia! 
E' un paes>e tra Padova o Venezia. — 

- Bravissimo! e giaoche si vede schietto 
Che il suo forte si e la geografia, 

I La mi s-aprebbe dir qual sia lo stretto 
Po'Sto tra Francia ed Inghilterra?... Or via, 
Presto! risponda. » A tal quesito astruso 
Tizio s'imbroglia e resta li confuse. 

mpietosito il professor cortese. 
Quasi per dargli la risposta in bocca, 
Rinnova la domanda, e a piu riprese 
Del vestito la vianica si toooa : 
Questi, rimesso sulla buona strada, 
Risponde trionfante: E' la velada! — 

>opo venti minuti finalmente 
Egli esce fuor da quel secondo inferno, 
E va via zuffolando allegramente 
Come se avesise guadagnato un terno 
— Com'e andata? — Benon! per eccellenza! 
Ho fatto un esamone da ewjinenza. 

\L allorquando ne' suoi certificati 
II vagheggiato onor delV eminenza 
Si trasformi in due pali appiccicati 
Con un conforme e un poca diligenza, 
Esterref atto alia fatal notizia : 

• Oh che ingiustizia, ei grida, oh che ingiustizia! 



— 104 ~ 

Qualch^altro che la pensa da prudente, 
Nella lista si pon del refrattari. 
aocusando una febbre intermittente, 
Monta in vapore e vola ai patri lari, 
E tra le caccie e il vin novello oblia 
Le noie e il mal della percorsa via. 

Cosi un poco alia volta tutti quanti 
AlParrivar delPantunnal vacanza, 
Tra i lung'hi amplessi delle afflitte amanti 
Cbe piangon Pimminente vedovanza, 
Panno ritorno alle natali sponde 
Di debiti ripieni e di seconde. 

Ma siccome sapret© al par di me 

Che ogni regola vuol la sua eccezione, 
Cosi, fra tanti, qualcliedun oe n'e 
Che studia, che frequenta le lezioni 
E porta via la solita eminenza 
In costumiy in pvofitto e in diligenza. 

Ma d'altronde, s'e ver che Peceezione 
Suol confermar la regola, cosi 
Ne vien per nocessaria deduzione 
Di tutto Quello che narrai fin qni. 
Che in fin dei conti il nome di Studente 
Vuol dire: Uii tal che non istudia niente. 



105 — 



UN ATTO DI CONTRIZIONE. 



Miserioordia ! Tho ben fatta grossa! 
Al mio diletto beniamino un'ara 
Alzar voleva, e <^li scavai la fossa : 
Oh triste fato! oli rimembranza arnara! 
Deh ! oon me la^rimate, o buona gente, 
Lagrimate il destiu del mio Studente! 

Povero fifflio! e chi Tavrebbe detto 
Che tal sventura si serbava a te, 
Allor che meoo ti portavo in letto 
E ti leccava dalla testa al pie, 
E a f arti sempre piii le^giadro e ^aio 
E notte e di ti spazzolavo il saio? 

Che €or fu allora il tuo, che sentimonto 
Quando credevi di volar superbo 
De' fratelli al so^nato abbracciameoito, 
E invece ti vedesti, oh oa&o acerbo! 
Da' tuoi cari reietto e rinne^ato, 
Comie fosti il figliuolo del poecato? 

Deh! mi perdona, o povero innocente, 
Se cadde tua ^iornata innanzi sera : 
lo pur vivea sicuro e con^fld^nte 
Che t'avrebbero fatto miglior ciera, 
Ed inveoe i tuoi barbari i'ratelli 
Ti mandaron senz'altro ai TrovatelU. 



— 106 -^ 

Ma e tutta mia la colpa — io mi credei 
Di vestirti alia moda e t'ho vestito 
Come si oDstumava ai teanpi miei ; 
Percio, allorqiiando tu se' al miondo uscito, 
Ben mille voci t'han gridato dietro : 
— E' lo studente di vent'anni addietro. — 

Pero fra tanti ce ne fiir di quelli 

Che, mossi a compassion del poveretto, 
Se lo strinsero al sen come fratelli 
E diviser con esso il de&co o il tetto, 
E lo difeser sempre a dritto o a torto 
Contro i crudeli clie il voleano morto. 

Eh! lo capiseo anch'io clie il mio figliuolo 
Ha pill d'un qualche peccatuccio addosso, 
Che lo mostrai »otto iin aspetto solo, 
Ne la midolla volli estrar daH'os&o ; 
Ma, perdonate, si dovea per qnesto 
Dar tanto peso ad nno scherzo onesto? 

Qualchedun, per esempio, nel mio caso, 
Invece di pigliarja coll-e buone. 
Indispettito torcerebbe il naso 
E vierrebbe seinz'altro in suira^one 
A difendcr con solidi argomenti 
II suo Studente in faccia a^'li sttidenti. 

E direbbe con voce altitoninte: 
— a Uditori cortesi e non cortesi, 
lo scendo a sostenere a voi davante 
Fino alPultimo sangue la mia tesi: 
E spero ben se mi darete ascolto, 
D'nscirne fuori a pieni voti assolto. 

a Chi rappres-enta un tipo aualsisia, 

Dar sj-li dee quella tinta e quel oontorno 

Che distins^iie la sua fisonomia 

Da tutte Taltre che gli stanno intorno, 

Vale a dire quel carattere deciso 

Ch'e tutto proprio e con nessun diviso. 



— 107 — 

Or bene — nei racoonti e nei romanzi, 
Se vi mettono in scena uno studente, 
Voi lo vedete comparirvi innanzi 
Allegro, spensierato, impertinente 
E di debiti pieno sino al collo, 
Coiine quel matto di Giovanni Frollo. 

Poco si cura della propria pelle 
Quando si tratta di menar le mani ; 
Ama il sigaro, il vin, le sartorelle, 
Vive deiroggi ne pensa al dimani. 
Ha un'aria tutta sua di me ne impipo... 
Ecco, isignori, lo studente-tipo. 

S'io v'avessi dipinto il giovinotto 
Diligente, studioso, sparagnino, 
Che si da Taria deiruom saggio e dotto-, 
Che abborre il giuoco, la donnetta, il vino; 
Rispiondetemi voi candidamente, 
Avreste ravvisato lo studente? 

Si vede ben che non le avete lette, 

Perch e in tal caso vi terreste al zitto, 

Quelle quattro magniliohe strofette 

Che Meinorie d\i Pisa in fronte han scritto : 

Non vi par che si possa aver quei gusti 

Se li ebbe anch'esso nientenien che un Giusti?» 

>osi forse direbbe quell'aadace 
Per trarsi fuori di quel brutto intrico; 
lo pero, che non s-on oosi tenace, 
A voi mi volgo, o miei studenti, e dico: 
Per carita, non mi vogliate morto; 
ConfeS'SO il vero, in qualehe cosa ho torto. 

Dhieder doveva alia commossa lira 
I suoi conoenti piii soavi e belli 
Per seiorre un canto come il ver lo inspira 
A queiramore che vi fa fratelli, 
E a quanta parto il vostro cor rinchiude 
Di magnanimi sensi e di virtude. 



— 108 -^ 

E dipingervi la del Brenta in riva, 
Allorohe I'onda minacciosa e scura 
Fra gli argini crollaiiti ribolliva, 
Profetessa di lutto e di sventura, 
E voi, fidenti, del periglio in faccia 
Oppor la forza delle mille braocia. 

E in voi salutar dovea il mio canto 
I germi della nuova era nasoente, 
E i forti impulsi e il generoso e santo 
Amor di patria che la giovin mente 
A pill severi pensamenti eBtolle 
Fra tanta vita scapigliata e folle. 

Ma per poggiare a si superba altez^za 

Chiedeasi il vol di pin gagliardo ingegno, 
E la mia Musa ai soli sclierzi avezza 
IS'on voile nscir dal suo giooondo regno : 
Ben conoscea clie per volar si forte 
Avea le penne nn poco troppo eorte. 

Or siccome il peceato confessato 
E' mezzo perdonatOi io vo' sperare 
Che il mio spirto oontrito ed umiliato 
Mi far^ I'altro mezzo perdonare; 
Sioche, miei cari, se oosi vi place, 
Ecco la mano e concludiam la pace. 

Ed or che siamo amici come prima, 
Io vi dir5 che quell' improvvid'ira 
Che vi desto la mia giocosa rima, 
Una segreta simpatia m'inspira, 
Perchfe a nn nnovo di vita ordin prelude 
Che alia ventura gioventu si schiude. 

E allor che ai fasti dei maneschi ludi 
E al menzognero d'altri tempi incanto 
Vedro antepor di piu leg^giadri studi 
E di piu austere discipline il vanto, 
Allor diro che il nome di Studente 
Vuol dir un tal che molto pensa e sente. 



— 109 — 



IL LAUREANDO. 



A MIO FRATELLO. 



>ottore in ambe!... santa parol a 
Cli'empie la bocca, che il cor consola ; 
Dottore in ambe!!... titol bellissimo 
Che ti fa dare delVillustri ssimo , 
Titol mapfnifico, titolo caro 
Che oQsta e vera, qualche danaro, 
Ma da diritto fino agli sciocchi 
Di farsi credere pcente coi fiocchi. 
Forse e per questo che il Dottorato 
Og^g^i e un articolo molto cercato, 
Che, in quest-o s^eeolo, degli i^noranti 
Ve ne son tanti, ve ne s-on tanti, 
Ed a miriadi o^gi i Dottori 
Sicoome i funghi saltano fuori. 

^u pur fra poco, dolce fratello, 
Sarai tu pure del bel drappello; 
Tu piir chiamato sarai Dottore 
Come il tuo caro fratel ma^giore, 
Che da quattr'anni gia laureate 
Ancora un soldo non ha toccato; 
II che dimotstra come si deve 
Che Varte e lung a, la vita e breve, 

la p^li aforismi lascio da un lato, 
E vengo a dirti del Dottorato, 
E ad uno ad uno t'andr6 narrando 
Tutti i doveri del lattreando. 



— 110 — 

La prima cosa, la piu importante, 
L'indispensabile fra tutte quante, 
Guardati bene! non far sproposito, 
E' il tuo deposito, e il tuo deposito : 
Quaiido le milLe lire Lai pa^ato, 
Sta pur sicuro, &ei laureato. 

Dopo il deposito^ gia siamo intesi, 
Subito dopo ven^on le Tesi, 
Che sostenere tu ti proponi 
Con centomila sode ragioni. 
Povero diavolo! da quanto pare, 
Quest' ardua impresa ti fa pensare, 
Clie almen ci vogliono cinque o sei mesi 
A porre in ordine un trenta Tesi. 
Niente paura, caro fratello 
Niente paura! va dal Bidello: 
Vecchie o recenti, cattive o buone, 
Ei te le pesca fuor del Cassone. 
— Ma I'amor proprio? — Lascialo li; 
Tutti i Dottori fanno cosi. 

Quando le Tesi tirasti fuori, 

Tu eorri a legg-erie ai professori. 
Essi diranno : — sul tale o.sr^^etto 
Faremo il tale, tal altro obbietto; 
Ella risp'Onda cosi e coisi. 
Ha inteso bene? — Professor si. ^ — 
Dunque coraggio. .. Oh! a proposito. 
S'e ricordato del suo deposito? — 
Professor si — Baista oosi. — 
E gentilmente ti fanno scorta 
Fino alle soglie della lor porta. 

Ma spunta alfine I'alba gioconda 

Clie al crin t'appresta la dotta fronda. 
Per le botteghe, per i cantoni 
Sonetti, Epigraii ed Iscrizioni 
(Che per f ortuna dei loro autori 
Secondo il solito, non han lettori) 
Servon d'avviso per chi nol ea 
Che un Dottor nuovo quel di si fa. 



— Ill — 

Per raccadeinico reg-olamento 
Quel di tu devi sbarbarti il mento, 
Perche chi ha la barba, se tu nol sai, 
Fn buon dottora noii sara mai. 
Cosi spelato, pulito e bello, 
Nel camerino vai del Bidello 
Dove cominciano ad abbi^liarti 
0, per dir ineglio, a mascherarti. 

Sopra t'insaccano un zimarrotto 
Fnto, bisunto, tarlato e rot to, 
Fedecommesso inalienato 
Di quanti aspirano al Dottorato, 
Prova palpabile, prova visibile 
Che son le vesti cosa infungibile : 
Poi sopra Tinclita testa legale 
Fn berrettone sesquipedale : 
E imbavagliato cosi, il Dottore, 
Al par d'un quondam Inquisitore, 
Con Lento e jsrrave solenne incesso 
Dell'Aula magna varca Tingresso. 

In toga azzurra, bavero bianco, 
I due Bidelli gli stanno al fianco, 
E in lor pensiero van ruminando 
Le niancie in pectore del Laureando. 
Dopo mezz'oTa che ciarlan fuori 
Entrano in aula i profiessor, 
E ricambiandosi un complim^nto 
Nelle Lot seggiole si caccian drento: 
E^mentre miagoli a' tuoi TJlpiani 
L'opuscoletto sui panni-lani 
L'uno tabaoca, Taltro sbadiglia. 
Quell' altro al sonno chiude le ciglia, 
E spettatori di tua lettura 
Restan gli affreschi pinti alle mura, 

Allor Le tesi che tu hai stampato 
Nelljo-ccasione del Dottorato 
Cominci a leggere, e i Professori 
Per oonfutarle saltano fuori. 



^ 112 ~ 

Tu ^ia che a mente sai la risposta, 
Rispondi subito con f accia tosta : 
Che se per qualche strano aocidente 
La tua risposta t'lisci di mente, 
Di' pur spropositi quanto ti pare, 
Non ci abbadare, non ci abbadare: 
I pro'fessori sono oortesi... 
Han altro in capo che le tue Tesi: 
Qnando le mille lire hai pa^ato, 
Sta pur sicuro, sei laureate. 

Alfin si leva quel profesisore 
Che fa Tufficio del Promotore : 
Ti fa giurare fedelta eterna 
Al savio regime di chi govema, 
Poi ool doctissimuSy col proestantissimus 
E con cent^altre parole in issiwMs, 
Paternamente schiude le braccia 
E ti da un bacio in sulla faccia. 
Al caro amplesso, quasi abbian Pale, 
I Profesisori piglian le scale; 
Era i due Bidelli tu resti ^olo 
Che van dicendoti : — Me ne consolo. — 
E mentre piegano il zimarrotto 
Unto bisunto, tarlato e rotto, 
Era i oomplimenti ti van cantando : 
— Signer Dottore, mi raccomando. — 
Ed il tuo povero borsello allora 
D'un par di talleri si sgrava ancora. 

Fratel mio caro, tu crederesti 

Che nulla a spendere piu ormai ti resti ; 

Ma, signer no, ma, signer no. — 

Sotto i magnifici atri del Bo 

De' tuoi compagni la comitiva 

Ti corre inoontro gridando: Evviva! 

E di tua borsa Tultimo avanzo 

Va consumato tra cena o pranzo. 

Tu dici allora nel tuo pensiero : 

— ' Dottore io sono, Dottore, h vero, 

Titcl magniiico, titolo caro, 

Ma che mi costa troppo danaro. — 



— 113 



LA EICETTA 
DEL MEDICO CONDOTTO. 



Madre! dal nostro medico 
Reduce or ora io sono : 
Oh! com'e caro e atfabilc; 
Com'e oortese e buonol 
Se ne' miei mali alcuno 
Giun(2^e a vederoi sotto 
madre mia, queiruno 
Qli fe il medico condotto. 



— S-enti, dicea il buon vecchio, 
Senti, la mia Lisetta : 
Se del tuo mal desideri 
La provvida ricetta, 
Cio che t'affli^jE^e e accora 
Tutto narrar mi dei. — 
Ed io p^li dissi allora 
I patimonti miei. 



Dissi che in fondo all'anima 
M'agita un senso arcano ; 
Che per le insoiiiii coltrici 
Cerco riposo invano, 
E per le vene scorrermi 
Come una fiamma io sen to, 
Benche al di fnori nevichi 
E il focolar sia spento ; 

FusiNATO - Poesie 8 



~ 114 — 



E .^e le tstancli© cig-lia 
Trovan di sonno un'ora, 
l)io ! come strani e torbidi 
Sono i miei sogni allora! 
Veggo un'ignota forma 
Vagar nel mio pensiero ; 
La guardo, o si trasforma 
Sotto i miei sguardi in Piero. 



Qli dissi ancar tche libero 
II mio respir non s'alza, 
CLe d'un assiduo palpito 
Sempre il mio cor trabalza, 
Che la scomposta mente 
Sempr© un pensier m'iiigombra 
Cb^e pill del sol lucente 
Amo le atelle e Tombra. 



E se con Pier mi mandano 
A mietere nel campo, 
D'un turbamento insolito 
Tutta qui dentro avvampo, 
E ^on oosi distratta, 
Che tante volte in sbaglio 
Lascio la spiga intatta 
E le dita mi taglio. 



Gli dissi cbe domenica 
Qnando nell'orto andai, 
Invece del prezzemolo 
Dne dalie dispiccai, 
E I'altro di che Rosa 
Si marito con Santo, 
Senza saper per oosa, 
Tntta la notte bo pianto. 



— 115 — 

Poi gli narrai eke ai Vosperi, 
Quando il fermo e sonoro 
Canto di Piero spandesi 
Per le volte del coro, 
Tanto «oave un'estasi 
Mi ooo^lie in qnel momento, 
Come se mi rapissero 
Lassu nel firmamento. — 

Quando la^ lun^a istoria 
Delle mie pene intese, 
Con un sorriso il medico 
Tin taccuino pxese; 
Ne strapp6 via una pagina, 
Tin&e la penna e s-crisse; 
Poi, ripie^ando il fo^lio, 
— Dallo a tua madre — - ei disse. 

Strada f'acendo, indomito 
Tin desiderio io sento 
Che mi tras'cina a lo^or«ere 
Cio ch'era scritto drento : 
Ma g-narda se vuoi ridere! 
Quel matto d'un Dottor 
M^ordina: Piero ^ il Parroco 
E un anellino d'or. 



— 116 



BETTINA IN CITTA'. 



Benvenuta! benvenuta! 

T'e pia-ciuta — la citta? 

Via raccontaci tin momento 

Le tue cento — no vita. 

Fortunata la Bettina 

Che s'e fatta cittadina! 
— In citta, non c'e che dire, 

Si sta meglio ctie al villaggio', 

Pur che giungasi a capire 

Quelle straimbo di lin^ua^sfio ; 

Che vi parlano in tal guisa 

Da scoppiarne dalle risa. 

Hanno un g^ergo cosi strano, 
Che, scommetto, nol comprende, 
Ne anche il nostro Cappellano... 
E s] ch'e^li se n'intende! 
Ve lo giuro in fede mia, 
Non si sa che lingua sia. 

L'un dioeami I'altro giorno 
Ch'io risplendo come un astro, 
Ch© il mio seno e fatto al torno, 
Che il mio collo e d'alabastrO) 
E, che il cielo me ne ^ardi, 
Ho due freccie negli sguard'i^. 

La mia voce, a sentir lore, 
E' la voce d'un Uuto, 
Le mie treceie sono d'oro, 
La mia pelle e di velluto, 
E la booca, a quel che c'han detto, 
E' di perle uno scrignetto. 



— 117 — 

tin orribile fi<?uro 
Con un naso liing'o iin braocio, 
Mi diceva a muso duro 
Che ivipastata io son di ghiaccioy 
Perche un di lo persua^i 
Ch'io non amo i brutti nasi. 

E un signer che a quando a quando 
Incontravo per la via, 
Oso dirmi sospirando 
Che nel cor io lo feria; 
Io che tremo', a dirla schietta, 
Sol ch'io vec?p^a una lancetta. 

Poi fra gli altri un certo matto 
• Delle Grazie mi fea nido; 
Voleva un altrO' ad ogni patto 
Farmi madre di Cupido : 
Ma guardate cbe idea pazza, 
Dir ch'e madre una ragazzal 

Tin veceliio pretendea 
Ch'io mi fossi diventata 
Nientemeno che una Dea 
Degna d'essere adorata; 
lo una Dea? in fede mia, 
Quest'e proprio un'eresia. 

Non c'e case — quei signori 
Col lor modo di parla.ro 
Dicon tali e tanti orrori 
Che vi fan racoapricciare : 
Nel mio povero villaa-qrio 
Non si parla quel linguaggio. 

Convien dire certamente 
Che quei cari cittadini 
Veggan tutto differente 
Da noi altri contadini. 
Oh!... sarebbero per case 
Quei due votri ch'han sul naso? — 



118 — 



IL SOGNO FELICE. 



voi che amate quanto avvien di strano 
Sovra la seena del consorzio umano. 
Qua tutti in folia intorno a me venite ; 
Quel ch'io vidi asooltate e poi stupite. 

E oominciando dalla piu curiosa, 
Vidi qualclie marito e qualche spoea 
Dopo venfanni che il Sig^nor li uni 
Andar d'acoordo come il prime di. 

yidi in alto aalir qualcli'uom dabbene 
Senza bisog'no di curvar le seliiene, 
E qualche letterato, anche fra noi, 
Campar col frutto degli scritti suoi. 

"Vidi qualche Nahab dal fan^o nato 
TTmiT serbarsi nel novel suo stato, 
E qualche parruocon di antica data 
Cantar le glorie della via f errata. 

Vidi d'un vero duel Palma oompunta 
Pianger Terede sulla zia defunta. 
E sinceri talvolta e non mendaci 
Vidi scambiarsi fra. due donne i baci. 



— 119 — 

Vidi d'un Sieniso di pieta soffiiso 
D'un Esattore Comiinale il mu&o. 
Vidi, ma signor si, vidi anche questo, 
TJn fattor probo e un cortigiano onesto. 

Vidi Temi bandir dalle sue mura 
La cabala, la frode e rimpostura, 
E vidi alzarsi, oh porteiitoso esempio ! 
La g^Qgna al vizio, alia virtude il tempio. 

Vidi rinerte gioventu presente 
A magnanime imprese erger la mente, 
E un po' alia volta col voler di Dio 
Eifarsi il mondo a modo vostro e mio. 

Vidi quanti vi son popoli e genti 

Vivere insieme senza mo<strarsi i denti, 

E in quel crogiuolo die noi cliiamiam Progresso 

Fondersi tutti in un fraterno amplesso. 

Vidi... ma tutti questi casi strani 
Ed altri ancor clie vi diro domani, 
lo li ho veduti, e a dirlo mi vergogno, 
lo li ho veduti, ma soltanto in sogno. 



— 120 



UN BTJON DIAVOLO. 



Messer A^apito, — Se nol sapete, 

E' il piu buon diavolo — Di quanti siete: 
Ha pfli O'cchi piccoli, — E' grasso e tondo, 
E' il miglior pecoro — Di quosto mondo. 

Potete metterlo — Arrosto o allesso, 

Quel caro Agapito — E' ognor lo steisso; 
Ha colma I'anima — Di latte e miele, 
Ed un tal fegato — Che non lia fiele. 

Se alio spettacolo — Mi trovo in piede, 
La compra sedia — Egli mi cede; 
E se nel muovermi — Gli pesto un callo, 
« Scusi, rispondemi, — E' state un fallo. » 

« Signor Agapito, — Prenda un bicchiere — 
« Ma sono astemio! » — « Via, per piacere 
E il nostro Agapito — La tazza ingoUa : 
Che pan di zucehero, — Che pasta frolla! 

« Perche tant'ilare — Si mostra adesso? 
Son tempi critici, — Non e permesso, » 
E ser Agapito, — Sia benedetto! 
Empie di lagrime — II fazzoletto. 

In&omma mangialo — crudo o cotto, 
Quella buon'anima — Non dice motto. 
Nei climaterici — Giorni che furo 
L'han fatto battere — Fino il tamburo. 

Ei della Civica — Guardia modello 
Facea I'ufficio — Di questo e quello : 
Tin di fu in guardia — Sett'ore buone... 
Fu detto V Omnibus — Del battaglione. 

Percio la patria — Eiconoscente, 
Premiando i meriti di quel valente, 
Lo chiuse in burchio — Tre mesi interi 
A far la visita — Dei passeggieri. 



--- 121 — 

Tornata airalveo — La gran fiumana, 
Un'amenissima — Testa balzana 
In tuon drammatico — Gli si fa appr-e&so : 
« Signer Agapito, — S'e compromesso! » 

I Che dice? oh diavolo! — C'e ramnistia — » 
(( Si, va beni&simo, — Ma scappi via. » 
E il nostro Agapito — Non vuol di piu : 
Monta in piroscafo — Corre a Corfu, 

La trova nn profugo — Che gli donaanda: 
a Per qua! miraoolo — Da questa bandar d 
E ser Agapito — In tuon sommesso:: 
« Capperi! il burchio!... — Son compromessal 

« Eh via ! — po.&sibile? — Per questa inezia? 
Creda e uno sbaglio — Torni a Venezia. » 
E il nostro martire — Noleggia un topo 
E sbarca a Chioggia — Due mesi dopo. 

« Ah, iser Agapito, — Alia buon'ora! 
Adesso e un vivere — Altro d'allora! 
Ql'iniqui sparvero — Di del terrore! d 
E i&er Agapito: — (c Gloria al Signore! » 

a Ah! ser Agapito, — Che tempi brutti! 
E ricchi e poveri — Siaim iti tutti! 
Tornasse Tepoca — Del quarantotto! » 
E ser Agapito : — « Che terno al lotto ! » 

Insomma Agapito — Gli e chiaro e tondo 
Ch'e il migior peooro di questo mondo! 
Dove lo mettono — Egli rimane; 
E' proprio il simbolo — Del marzapane. 

Serio coi serii, — Lieto coi lieti, 
Ateo cogli atei, — Prete coi preti; 
Vero telegrafo — Dei gusti altrui, 
Per gli altri muovesi — Non gia per lui. 

Con Tizio anarchico — Fin dentro Tosso, 
Con m^ satellite — Del voglio e posso : 
Quest'oggi oandido, — Doman scarlatto... 
Evviva Agapito — E chi I'ha fatto! 



» 



122 — 



IL TTJRCOFILO. 



Abbasso i Cosaccbi, evviva il Corano! 

Volia-mo a difendere il Vallo Trajanol — x 
E via pei sentieri del Viasto c^iardino 
Correa saltellando Pardito Pierino. 

Con lena affannata d'appresso il se^^uia, 
Settenne fanciulla, la bella Maria, 
E udiafii la mamma ^ridar da lontano : 
« Da bravo, Pierino, va piano, va piano! — 

« — Abbasso i Cosa-celii ! evviva Maometto ! — 
Risponde ridendo il picciol folletto; 
E corre piu lesto vibrando qua e la 
La spada che in dono gli diede il papa. 

Nei croocbi domestici intese sovente 
Parlar deU'etema questione d'Oriente, 
E quel bricooncello, bench^ battezzato, 
Divenne addirittura un Turco arrabbiato. 

La e proprio curiosa cbe in questa p^ran guerra, 
Che tutta minaccia scon voider la terra, 
Partep^gin pe' Turchi perfino i bambini, | 
E stian per la Russia soltanto i Codini! I 

E' forse per questo clie molti ban s-commesso 
Che avremo dal Bosforo il vero Progresso : 
lo dice ch'e un m^no : — per altro chi sa? 
Sa fajrn© di belle quell' Omer-Pa«cia. — 



— 123 — 

Ma intanto Pierino, correndo, p^ridando, 
Rotando pur sempre rindomito brando, 
Sospinto dal fuoco clie p^li arde nel seno, 
Un mondo di Ru&si distende al terreno. 

Orribil-e vista! i morti, i feriti 

Son foglie di ^elso, son tralci di yiti; 
Perfin Tali bianche d'un bel farfalliiia 
Fur tronche dal f erro del nostro Pierino. 

-Ma in mezzo al suo ardente trasporto ^uerriero 
Tin yaso di fiori gli sbarra il sentiero : 
■ — Abbasso Osten-Sacken ! S'avventa alia pianta 
F il raino piu bello d'nn colpo ne scbianta. 

a — Che hai fatto, Pierino? — ^li grida Maria, 
Che, como vi dissi, d'approssio il seguia — 
Tu sai che la mamma ne avra dispiacere... 
Oh guai se per caso lo viene a sapere ! — » 

« — Eh via, che la mamma non dee saper niente » 
— a La mamma sa tutto, signer insolente; 
E poi che il tuo fallo si merta una pena, 
Stasera il &ignore stara senza cena. — » 

Cosi prorompeva I'irata mammina, 
Cui fea nascondiglia la siepe vicina; 
E intanto la spada strappava di mano 
Al gran difensore del Vallo Trajano. 

All'aspro rabbuffo, eonfuso, smarrito, 
Pierino declina lo sguardo awilito, 
E come due perle rotonde, lucenti, 
Gli treman negli occhi due lagrime ardenti. 

Commossa a quel pianto, la pia sorellina 
Con timido passo pian plan s'avvicina, 
E^ supplice come chi teme e chi spera 
Si volge alia mamma con questa preghiera : 

« — Se e vero, mammina, che sei tanto buona, 
Perdona a Pierino, perdona, perdona! 
L'amore pei Turchi lo trasse in errore... 
Oredeva Osten-Sacken mutate in un fior©. 



— 124 — 

Fiffurati dunque clie il ramo spezzato 

Sia proprio Osten-Sacken li bello e spacciato: 

Se cio fosse vero, diresti : benone! 

Via dunque perdona la buona intenzione. — » 

La pronta ed arg'uta difesa fraterna 
Protesse Pierino dall'ira materna; 
Che al dotto sermone, spontaneo, improvviso 
Sul labbro alia mamma spuntava un sarriso. 

Ritorna a Pierino la fronte serena, 

Ricupera il brando, conquista la cena: 

Poi torua a gridare cacciandosi in letto : 

« — Abbasso i Cosaicclii ! evviva Maometto ! — » 

Ed or elie la frivola storiella fiui, 

Mie belle lettrici, vi laseio il buon di 
Convinto elie tutte nel fondo del cuore 
Vorreste Osten-Sacken mutato in quel fiore. 



125 — 



L'UOMO-BUDELLA. 



Volete sentirla la bella storiella 

DeirUomo-budella? 
Ebben, ve la narro tal quale I'appresi 
Dai fogli francesii: 
Toi gia la sapete, clonnine mie care, 
Ci vengon di Francia storielle si rare. — 

Un bel mezzogiorno, prodigio dell' arte 

Dal campo di Marte 
Un grosso omiciattolo con tanto di pancia 

Nell'aria si slancia, 
E i plausi di cinque, seimila persone 
Salutano il volo deiruomo-pallone. 

Un uomo che voli, non c'e die ridire, 

Fa propriio stupire. 
Pero, riflettendo, non trovo la oosa 
Si meravigliosa, 
Che intesi narrare da vari stranieri 
Che gli uomini in Francia son molto leggieri. 

Ed anzii dirovvi che certi giornali 

(ISTon gia gli ujBficiali), 
Fra Taltre notizie, ci dan per sicuro 

Che I'anno venture 
Vedremo per aria qualcun che a ogni costo 
Yorrebbe la in Francia restare al suo posto. 

Ma ricaro intanto a me non abbada, 

E segue sua strada : 
Sospinto dal yen to che innanzi lo caccia, 

Dimena le braccia, 
E ratto solcando raereo cammino, 
Si trova in campagna davanti un casinQ, 



— 126 — 

Facea nn gran caldo — e stenza sospetto 
Nel 8U0 gabinetto 
Madama. .. (i giornali ne tacciono il nome) 

Disciolte le cliioine 
E in tntta la pompa del suo neglige, 
Si stava provando un nuovo gilet. 

E forse pensava la Bloomer francese 

Che in capo ad un mese 
In bracLe a Parigi vedransi le donne, 

E gli nomini in gonne: 
Ma nn oolpo di vento spalanca il balcone 
E dentro vi soffia I'audace pallone. 

AlloT elie apparire si vede davante 

Quel nuovo sembiante, 
Da un subito e santo pudore sospinta, 

La bella discinta 
Le chiome scomposte sul capo si assesta... 
E poi sulle spalle si getta la vesta. 

Ma rUomo-budella con poca creanza 

D'intorno le danza; 
Sorpresa la dama d'ardire cotanto, 

S^invola in un canto; 
Ma il nostro impudioo novel Don Giovanni 
Con foga crescente s'appicca a' suoi panni. 

— Signore! la dama si mette a gridare, 
Lasciatemi stare. 
Se siete, qual credo, un gio.vane onesto, 
TJecite ma presto... 
Uscite vi dico, uscite, o per Bacoo!... 
Ma I'altro piu vivo raddoppia I'attacco. 

Siocome una volta nel bagno f amoso 

Con piglio sdegnoso 
La casta Susanna torceva gli sguardi 

Dai sozzi vegliardi, 
Cosi la signora, Susanna modello, 
Dai baci rifugge del sozzo budello. 

E scbermo facendo del braccio pudico, 

Eespinge il nemico : 
II satiro ardito fa un piccolo salto 



— 127 — 

E toma alPassalto; 
Ma dossa il ributta con impeto tale 
Che sotto lo caccia del letto nuziale. 

fO strano rumore ferisoe Tudito 

Del fiero marito, 
Che aseende le scale, spalanca la porta, 
E pallida e smorta 
Dinanzi ^li s^uardi in bianca sottana 
Gli appare la nuova Lucrezia romana. 

- Che cosa e suocesso? — La mog^Ue smanita 

II letto g^li addita : 
Ei volge lo SKuardo, e sotto ci vede 

La punta d'un piede. 

— Ah infame! — egli grida, e in meno d'un 

[credo 
Discende e ritorna con tanto di spiedo, 

- Vien fuori, o t'infilzo con questa mia spada — 

Ma Taltro non bada. 

— Vien fuori, o il cervello ti schizzo nel muro - 

Ma Taltro sta duro. 

— Vien fuori... e travolto da un impeto d'ira 
S'abbassa, pei piedi Tafferra e lo tira. 

fon pin dalla molla compre&so del letto, 

L'elastico ometto 
Si gonfia, s'innalza... ma il truce marito, 
Mandando un ruggito, 
Addosso al fugg^ente d'un salto si slancia, 
E il ferro gli pa^ssa traverso la pancia. 

Jn fischio 6ul naso mando del g^eloso 

Lo spirto... gazO'SO, 

E in fascio discesero le flosoe budella 
A' pie della bella, 

Che, Yolta al marito, ridendo gli grida: 

— Tu se' un globicida, tu se^ un globicida! — 

lui termina, o donne, la bella storiella 
DeirUomo-budella. 
Ne risero tutti, ma fu chi ass^ri 
Che fiera cosi 
Col reo seduttore mo/strossi la bella 
Perch^ si trattava d'un uom di budella. 



128 — 



ALL'ONOEEVOLE PEOTO 
BELLA TIPOGRAFIA GUGLIELMINI 

IN MILANO 



Proto mio caro! ho ricevuto or ora 

Col preme in fronte quella vostra istanza, 
Che dalla Musa mia, sperando implora 
Quattro versi che, in segno di esultanza, 
Offrir volete, nel suo di nuziale, 
Alia figlia del vostro principale. 

lo vi ringrazio tanto d'un onore 

Che, a dire il ver, di meritar non so ; 
Ma son oostretto, e me ne pian^e il cuor-e, 
Son oo»stretto a rispondere nn bel no ; 
E cio pel semplicissimo argomento 
Che avete scelto un cattivo naomento. 

Non eradiate che questo sia nn pretesto 
Ch'io pesclii f uori per piantarvi li ; 
Proto mio, ve lo ^iuro e vel protesto 
Che domani, o al piu tardi g^iovodi, 
Ho a mettermi in viag^^io pel Friuli 
Ed a.ncor non ho fatto i miei banli. 

La scnsa sara f orse insnfficiente : 
Ma se la marescialla Saint-Arnaud, 
Per villeg-giar due mesi in Oriente, 
Cinqnecento vestiti imhagaglid^ 
Troverete ben giusto, o proto mio, 
Che un po' di roba la imbagagli aneh'io. 



— 129 — 

Se il privilegio d'operar portenti 

Dal ciel mi fosse per due di concosso, 
AUora senza tanti complimenti 
Farei versi e bagao^li al tempo istesso; 
Ma sicoome non -sono un Sant' Antonio, 
Soelgo il viaggio e lascio il matrimonio. 

Qui forse mi direte, o Proto caro, 

Che il viaggiar porta via di molto argento, 
Mentre meglio impiegando il mio denaro 
Potrei cavarne piu del s-ei per cento; 
Proto mio, sara ver, ma c'e un gran guaio.. 
Direbbero ch'io sono un usuraio. 

E' per cio che quel po' di ben di Dio, 
Ch'e la fortuna par che non mi nieghi, 
Amo meglio impiegarlo a mode mio 
Che a paodo vostro... non so so mi spieghi; 
E poi se il mutuatario va in malora, 
Ehj siete voi che mi pagate allora? 

Finche dunque mi e dato in via legale 
Sottrarmi al vostro seducente invito, 
Proto mio, non ve n'abbiate a male, 
Se irrevocabilmente ho stabilito 
D'andarmene a diporto alquanti erjomi 
La nel Friuli e ne' suoi bei dintorni. 

Se voglio divertirmi ho forse torto? 
Voi certo mi direto: Oh, signer no! 
E poi in giornata andarsene a diporto 
Vuol dire far la guerra a Niccold: 
Cosi almen trovai scritto, e qualche mese, 
In un vocabolario angle -francese. 

E voi che al par di me, da quanto sento, 
Siete un Turco arrabbiato o pooo meno, 
Bovete in fin dei conti eisser contento 
Se anch'io m'appresto, per un mese almeno, 
A far cio che laggiu nei Principati 
Van faoendo gli eserciti alleati. 

FusiKAto - ^cfesie 9 



— 130 — 

Dunque, da bravo, non toroete il naso 
Se i pochi versi a rifiutar m'ostino ; 
Che qiiando non c'e caso, non c'e caso, 
E convien rassety-narsi al suo destino : 
Anclie lo Czar voile far mari -e mondi, 
E fece un dietro-froiht dei piu ^io€ondi. 

Sicche di versi, se vi pare -e piaco, 
Amico mio, non se ne parli pin : 
Mettete pure il vostro cnore in pace 
E di necessita fate virtu, 
E il vostro duol si mitic^lii al riflesso 
Che il matrimonio si fara lo stesso. 

S-e poi temete ehe alia giovin sposa 

Desti il voistro silenzio ira o oordop^lio, 
Credete a me, non v'ha pin facil cosa 
Che il trarsi fuor da cosiffatto imbroglio 
Ditele, e non direte una bugia, 
Che in quest'affar tutta la colpa e mia. 

Che se per caso, a quanto voi le dite, 
La sposina gentil fede non presta, 
Per questo, o Proto mio, non v'avvilite, 
Che un'ultima risorsa ancor vi resta : 
Fate gemere i torclii e pubblicato 
Queste quattro strofette improvvisate. 

Poi prendete un bel foglio arabescato, 
E stampateci sopra in aureo inchiostro : 
Questo scherzo d\4.rnaldo Fusinato 
(0 Fusinato Arnaldo a piacer voistro) 
Offre alia sposa in segrio d'allegria 
Devotamente la Tipografia, 



131 — 



XL POETA E LA GLORIA 



Nou hai tu risuscitato 
Le memorie del passatol 



n un ^OiS'Sp scartaf accio 
Ripde^ato sotto il braccio, 
IJii po€ta pien di boria 
Venne al tempio della Gloria : 
Piochio all'uscio — e a un finestrino 
Fe' la Gloria capolino. 

Chi e che picchia? — Sono un vate 
Con un fascio di Ballate, 
Due migliaia d'Epi^rammi, 
Sei Trag-edie e cinque Drammi, 
Che umilm^ente io vi presento 
Per entrar... — Dove? — Qui dentro. 

Ma di te, perdona, sai, 
Non intesi parlar mai. — 
— Eh lo credo, le mie rime 
Io le scrisisi in stil sublime ; 
Percio il mondo non m'lia inteso... 
Sono un Genio non compreso! 

ire al mondo io non badai, 

E stampai, stampai, stampai : 

M'ispiro un volume intero 

La Viola del pensiero, 

E la Luna mi die il tema 

Per un epico poema. 

i oomposi un flebil canto 
3opra i Fior del Cajriposanto, 
^uarant'inni manzoniani 
3opra i miei sospiri arcani, 
E in cent'odi pubblicai 
Quanto piansi e quant o amai. — 

Ma di patria I'amor santo 
^on fu se^no del tuo canto? 
Pel tiio cielo, pel ttio Stiolo 



— 132 ~- 

Non trovasti un inno solo? 

Non hai tu risuscitato 

Le memorie del passato? - — 

— II passato, in verita, 

10 lo lascio dove sta ; 

11 presente e troppo scuro, 
E, parlando del futuro 
Capirete che un poeta 

Non pno farla da profeta. — 

• — Se il poeta, o signorino, 
Non puo farla da indovino, 
Puo destar negli altrui petti 
Alti sensi e grandi affetti : 
Ma cbi spreca in vane fole 
L'armonia di sue parole, 

Chi alia patria cbs Tinvita 

Non oonsacra e inpegno e vita, 
Scriya pur volumi interi, 
Ma il mio tempio entrar non speri. 
Disse — e in faccia al menestrello 
Chiuse irata lo sportello. 

A quest' atto il b'uon ngliuolo 
Resto ]i come un pduolo : 
Poi, eom'uoin dal sonno scosso, 
Mornioro tutto conimosso: 
- — Alia patria cli-o ni' in vita. 
II mio ingegno e la mia vita ! — 

E slanciato fuor del braccio 
II suo j'rosso scartafaccio, 
11 pentito menestrello 
Tiro fuori un zolfanello 
E le mani si soaldo 
Al poetioo falo. 

poeti, che sciupate 
In fumo'se cicalate 
La bollente fantasia, 
Che il destino vi largia, 
Ricordate il zolfanello 
Del pentito menestrello. 



— 133 ~ 



ALLA LUNA 



ve, bioorne Cinzia, 

) volgarmente Luna, 

yhe via pel ciel ti dondoli 

^me un'arg^entea cuna ! 

^^ermati un po€0, o cara, 

5 le tue glorie dai mio labbro impaia. 

n io di melo arcadico 

jiiulebbero il mio verao ; 

iia s-e nol vedi sooirere 

Croppo f orbit o e terso, 

jieve disgrazia h questa... 

Cieni il concetto e butta via la vesta. 

e se non puoi comprendere 

/estrania mia favelLa, 

^litrovati un'interprete 

in quaiche arnica stella ; 

^'hai tante a front e e a tergo, 

^he qualchednna intendera il mio gergo, 

nque per poco arrfestati 

La nelreterea volta, 

E 1' amoroso cantico 

3el tuo poeta asoolta; 

Povero canto, e vero, 

Ma elie m'esco dal eor franco e sincero — 

ando dall'onde sor^ero 

V'ego'o il tuo bel sembiante, 

Mesto mi fa quel raggio 

^i rosso e fiammeggiante ; 

Perclie I'idea mi rende 

D'incauta nave che nel mar s'accende. 



— 134 — 1 

Ma quando solchi Taere 
Come una ^onfia vela, 
Con Tin p^iocondo f remito 
L'alma con te s'incela, 
E piu clie in alto ascendi 
E piu soave a^'li ooclii miei riisplendi. 

Non c'e clie dir, mao^nifico 
E' senza dubbio il sole, 
Ma in fin dei oonti splendere 
Solo di ^iorno ei suole, 
Diinque, mancando anch'esso, 
Ci si vedrebbe, su per p^iu. lo stesso. 

Ma tu, fanal nottiva^, 
Tu gigantesco faro, 
Quando piu infosca I'aria, 
Allor tu fai piu cliiaro, 
E dal faleato corno 
Piovi una luce che s'aceosta al ""iorno. 

Tutto qui t'ama — t'aniano 
L'erbe intristite e i fieri 
Che dal tuo ra^g-io aspettano 

I rug-iadotsi umori, 

E pel tuo bacio, o Luna 

Ha un palpito d'amor fin la lao-una. 

T'ama e t'innalza un cantico 
L'errante pellegrino 
Perche gli fai da lampada 
Tra Tombre d-el cammino; 
T'aman le buone madri 
Perche agli amanti fai la ^uerra... e ai ] 

Nei secoli cbe furono 

Tempio tu avesti e altare ; 
In Eoma alle puerpere 
Facevi da comare, 
E col tuo santo aiuto 

II diflacile p^rto era compiuto. 

II caociator volgevasi 
Al tuo divin soccorso 
Se gli venia il capriccio 



— 135 -- 

Di dar la caocia all'orso, 

E tu cortese, e umana, 

I/aiutavi a scannarlo entro la tana. 

erfino i Galli (e in musica 

Norma ce n'oii're un saggio) 

Ad invocar correvano 

II protettor tuo rao'^'io, 

Perclie le quercie antiche 

Sgombrassi alfin dalVaquile nemiche. 

oi... ma gla stanca e sazia 
Delia noiosa rima 
Acc-enni di riprendere 
II tuo cammin di prima, 
Giacche ti ^arba poco 
Star ferma tanto neiristesso loco. 

I poi, dacche il pacifico 
De^li astri statu quo, 
Uscendo fuor delPorbita, 
laOrsa maggior turbo, 
Devi ogni di trovarte 
In conferenza col pianeta Marte. 

anne, su dunque, affrettati 

Al tuo convegno, o Luna, 

Ne pel luoente tra,mite 

Nube t'ofi'uschi alcuna, 

Ma via fra stella e stella 

Segui il tuo corso ognor serena e bella. 

1 allor clie nei pronostici 

Vedro del mio lunario 

Eistabilito I'ordine 

Nel mondo planetario, 
I E, come ha Dio disposto, 
' Tutti gli astri rimessi al loro p-osto, 

)e' monti miei sui vertici 
Deh! scendi a riposarti, 
E se ti sciolsi un cantico 
Ora c'hai sol due quarti, 
Avro piu fiato e lena 
Per ricantarti se rotonda e piena. 



136 -^ 



VIVA IL BLOOMERISMO. 



Allegre, mie donne! d'un'era novella 

La splendida stella — gia ve^go apparir : 
Lo stras'cico informs, che i piedi v'annoda, 
Nel ciel della Moda — sta presso a svanir ; 
Tramontan le cuffie, s'eoclissan le flronne,.. 
Un'era novella v'attende, o mie donn^! 

Di nastri, di blonde, di crepe, di percalli, 
Di sciarpe e di scialli — s'accenda un falo; 
E nnanime un grido dovnnque risuoni, 
Evviva i calzoni! — salute ai pultdf 
All'ossa spolpate deirinclite nonne 
Lasciamo in leg'ato le rancide gonne. 

Ma yoi, mie donnine, si fresche, si belle, 
Le viete g^onnelle — buttatele fp.^ '- 
Intorno alie^ambe venti aune di Sftoffa! 
ElPera ben g^offa — la moda clie fu. 
Venite, correte, copiate il modello 
Ch© in via la Lionne del Mondo novello. 

DalPorlo dei larghi cakon quadrigliati 
Dell'uosa ealzati — le spuntano i pie; 
Dis^endon dal petto sulP agile fianco 
Le falde d'un bianco — gilet di pique, 
E fuori dal breve taschin le balena 
Dell'aureo cilindro la ferrea catena. 



— 13T — 

iu snella si slancia la vita elegante 
Dal drappo cascante — del suo casacchin; 
II grigio e piumato cappel calabrese 
Allarga le tese — sul corto suo or in, 
E in nodo leggiadro Tazzurra cravatta 
Ai lucidi e aaldi solini s'adatta. 

-elPocchio ha la lente^ poggiato sul mento 
Sta il porno d'argento — del breve Scoutez; 
Ha il sigaax) acceso tra il labbro gentile, 
Al passo maschile — costringe il suo pie ; 
E quando saluta, con stretta cortese 
V'impalma e vi scuote la mano airinglese. 

h provvida Moda, riforma sublime 
Che Tonta redime — di barbare eta! 
Gia scuote I'infamia del giogo profano 
Del genera umano — la cara meta, 
E in barba dei gravi moderni Catoni 
Si strappa le gonne, s'allaccia i calzoni. 

)li provvida Moda, che al fragile sesso 
La via del progresso — dischiudi cosi! 
Per te svincolate le gambe saranno, 
ISTe piu torneranno — que' barbari di 
Che in giro la donna, gentil Cirenea, 
Di dieci sottane la croce traea. 

fon piu dalla ooda, che in terra si volve, 
XJn turbin di polve — vedrem sollevar ; 
Non piu, donne care, quel vo-stri visetti 
Tra i pizzi e i naerletti — dovremo snidar ; 
E piu castamente saprem se la sorte 
Vi diede le gambe ben dritte o ben storte. 

)h prowida Moda! Pavaro marito 
II cielo col dito — gia tocca per te! 
Tin tempo le note delPempia modista 
Copriva-n la lista — dell' annuo budget; 
Adesso le mogli, gioite, o mariti! 
Saranno Teredi dei vostri vestiti. 



— 138 ^ 

D'uii veochio tabarro faranno un mantello, 
Un bel giubberello — d'un ex frac-pare^ 
^odranno m comune camicie e calzoni, 
^retelle e speroni, — cravatte e gilets, 
h^ inyeoe di cuffia, la sera nel Letto 
iJei caro manto porransi il berretto. 

— « Cbemoda indecente! » nel mondo i^noranvi 
iJa qualche pedante — gridando si va. i 

a Lbe moda mdecente! » risponde la yo-ce 
JJi qualche foroce — ebiadita belta; 
±i^voi ripetete senz'altro all'audace 
1) un anghca Bloomer il frizzo mordac©. 

~A. Che moda indeoente! » — gridava una cert 
^1.^^ • "^^ sooperta ~ le spalle ^d il sen. 
« -bh niente, mia cara, rispose la bella, 
La vofitra gonnella — clie spazza il terren, 
Alzatela al collo d'un sedici dita, 
E si com'io sono, saret© vestita/ » 

Si grida la croca al nuovo vestito; 

10 nulla d'ardito — ci posso trovar. 
be e ver cbe le donne da tante stagioni 
in casa i calzoni — son use a portar, 
Davvero una sorda ragione non veggio 
Perche non li portin puranco al passeggio. 

— II canto di guerra su dunque s'intuoni : 
±iynva i calzoni! — salute ai paltd! 
Di lacere €uffie s'inaJzi un trofeo, 

11 vostro Tirteo, — mie belle, saro, 

E al noto proclama rub an do uno squarcio, 
— donne, vi grido, seguitemi, io marciof 

Seguitemi! io marcio sul reo pregiudizio 
Che il v-eochio edifizio — non osa scrollar; 
Seguitemi I io marcio ,sul popol rubello 
Che airidol noyello — rifiuta Taltar, 
E accuso e proclamo Codine le donne 
Che I'anno venture non smetton le gonne. 



139 



ABBASSO IL BLOOMERISMO 



Popol maschile, dal sonno ti de^ta ; 
Orribil tempesta — s^addensa su te! 
La donna eon empia sacrile^a mano 
C'invola il pastrano — ci ruba il gilet; 
Ed una ribelle di brache ooorte 
Minaocia i diritti del sesso pi^ forte. 

Su dunque, fratelli, leviamoci in massa, 
E il nembo €li^ passa — vedremo svanir. 
La sfera giuridica del ses&o maschil^e 
Se il sesso gentile — s'attenta assalir, 
Con tutta la forza dei nostri polmoni 
La guerra formale s'intimi ai calzoni. 

Ma prima, o mie donne, clie il guanto di sfida 
Sul campo omicida — vi seenda a gittar, 
L'abisso cbe ai piedi la Bloomer vi soliiuse, 
Mie povere iliuse, — vi voglio additar ; 
E spero ridurvi con &ode ragioni 
AI giogo legale dei vostri padroni. 

Oil foUe cbi prima nel moado ha bandito 
Del nuovo vestito — lo strano vangel ! 
Oh folle chi in luogo dei molli velluti 
Dei nostri tessuti — v'impone il fardel, 
E invece delF ample gonnelle cadenti 
Vi stringe alle gambe due tubi indccenti! 



— 140 — 

L'aereo cappello, cui Tala rotonda 
II leonbo circoiida — d'un velo sottil, 
II volto leggiadro vi cliiude d'intorno 
Siccome il contorno — d'un quadro gentil; 
Quel lieve tessuto di naiStri e di trine 
Siccome un' aureola vi sfuma sul crine. 

11 no'stro cilindro ponetavi in testa, 
V-edrete clie festa — cbe cliarioari! 
Ai meetings facondi dogli ermafroditi 

I fischi e i grugniti — risposer cosi 
Che chiaix) si vede, mie ix)vere donne, 

Cbe il ciel v'lia create per mettervi in gonne. 

Ma voi mi direte clie in tempi lontani 
Tra i Greci e i Romani — non era cosi ; 
Ma voi mi direte ch'entrambi i due se^ssi 
Degli abiti stessi — ooprivansi un di; 
Ed io vi rispondo : quel vecchio diritto 
In ^edici s&ooli e piu che prescritto. 

E^ ver clie la Moda, volubil tiranna, 

Quel ch^oggi oondanna — decreta doman; 
Ma quando di ceppi le gambe v'annoda, 
Lo seettro alia Moda — si strappa di man, 
E i nostri calzoni, pensateci bene, 
Per voi son peggiori di cento catene. 

lUuso dal vostro naaschile sembiante, 

II gievin galante — per via passera, 

Ne piu al vostro oreechio con dolce favella: 
— Oh quanto sei bella! — passando dira ; 
E prima che un uomo s'attenti d'amarvi, 
La f ede di nascita vorra domandarvi. 

E qui. lo vedete, vi tocco una chiave 

Che un suono soave — vi manda nel cor : 
Dal codice informe del nuovo vestito 
Confuso, atterrito — rifugge Tamor; 
E senza I'amore, la vita, o mie belle, 
E' come la notte d'un ciel senza stelle. 



— 141 — 

Quel fumo di si^aro, queH'aria mascliile, 
Affetto g'entile , — disde^na ramor; 
Etereo fanciuUo tra i veli s'asconde, 
Si cing^e di blonde, — si copre di fior; 
E in mezzo a^^'li effluvi di stanza odorosa 
Sui molli guanciali la fronte riposa. 

— c( Ch'B importa Tamore? qualcuna riprende — 
Ben altro ci attende — ridente avvenir! 

Nel fianoo al destriero confi^^r ^li sproni, 
Per g-rirti burroni — le volpi inseguir, 
Del salto, del nuoto temprarsi alia scuola, 
Gio'car di fioretto, tirar di pistola! 

— « Ed or die ci scliiude si nobile a^^one 
La santa mozione — di Pietro Leroux, 
Andremo ministri, se il cielo ne ascolta, 

E un passo alia volta, — fors'anco pin in su; 
E allor se il buon ordine saxa minacciato 
Faretao noi pnre dei oolpi di Staito. 

« — Al mondo redento novello Statute^ 
Da noi rivediito, — larg^ito sara ; 
Ayremo un famo'so — Consi^lio di State 
Di donne forniato — di tntte Teta; 
E gli uomini ayranno, col nostro permesso, 
Soltanto alle Canmere il libero ingresso. d — 

Che voli pindarici, die gite a vapore 
Sul locomotore — del vostro pensier! 
LaS'ciate le nnvole, mozzatevi Tali; 
Era i ba-ssi mortali — tornate a seder : 
Pei oolpi di Stato di questa portata, 
Fig^liuole mie care, non basta nn'armata. 

Via dunque, da brave, mie belle scapate, 
Agli usi tornate — dd sesso gen til. 
La voce del vostro pastor non udite? 
Agnelle smarrite, — tornato aH'ovil ; 
i nostri calzoni, per dirvela schietta, 
Fatanno ^enz'altro la nostra vendetta. 



— 143 — 

Adesiso la Moda, mie bell'e galanti, 

Si larg'he e onde^gianti — le bracli^ vi da ; 
Ma state pur certe clie in poche sta^ioni 
Di maglia i calzioni — vestir vi f ara : 
E allora, se a caso s'inc^ros-si la vita, 
Bellina la donna di ma^lia vestita! 

E qui taglio corto la ^ande qnestione 
Col Napoleone — di tutti i perchfe. 
Se e ver clie in is^'liembo la madre Natura 
Con provvida cura — le o>ambe vi f e, 
Se mai sulle ^onne si fulmini il veto, 
Vedremo illustrato I'intero alfabeto. 

— La ^onna un insi^ne stromento ortopedioo 
Un celebre medico — dicevami un di. 
Men brutte le brutte, piu belle l-e belle 
NelPampie f^^onnelle — ci sembran oosi; 
E un angiolo in brache, credetelo, o dpnne, 
E' assai piu ridicolo d'un diavolo in gonne. 

II grido di morte su dunque risuoni 
Su tutti i calzoni — su tutti i gilets. 
Gittate il frustino, ^li sproni spezzate, 
All'a^o tornate, — tornate al crochet; 
E alVIndice poste sien tutte le donne 
Che avranno il cora^gio di smetter le gonne. 



— 143 — 



L'OROLOGIO. 



Son quattr' anni che questo giomaletto 
Le vostre poesie serie raguna, 
Ed or, se il prego mio vi torna accetto, 
Voi dovreste cosi con qualclieduna 
Delle vostre giocose cicalate 
Farle ridere un po' le rriie Associate, » 

Con questa letterina si cortese, 
II Direttore del ^'iornal m'impoii'e 
D'offrirvi il mio tantmnque in questo mese 
Che da il oong^odo airinYernal stagione, 
Quasi die il poetare in stil bernesoo 
Sia lo stesso che bersi un uovo fresco . 

Se si trattasse d'invo^liarvi al pianto, 
Vi dico il ver, non ne farei ^ran caso, 
Che siamo in di calamiix)si tanto 
Che, senza porsi rocchialin sul naao, 
Si veg^on tanti guasti e tanti mali 
Da inaridire i vasi lacrimali. 

Ma il riso, il riso? egli e un affar diverso, 
E per quanto mi stuzziohi Tingegno, 
Non trovo modo d'accozzar'e un verso 
Che, come si suol dir, tocchi nel se^no, 
E sie awien che di ridere m'attenti, 
Gli e un oerto riso ohe m'alleg^a i deuti. 



— 144 — 

Pur ni'ero messo al punto, e ^iorni sono 
Avea composto un cantico alia Luna, 
Che a questi di potea passar per buono; 
Ma il nostro Direttor per €ento ed una 
Ra^ioni raf^ionevoli lia trovato 
Ch'e me^lio manoscritto che stampato. 

Dunque die far dovea?.... Pensa e ripensa, 
A furia di pensar rni veiine in monte, 
Che lorse, rovistando neirimmenisa 
Farragin de' miei scritti, facilmente 
Ripescato n'avrei qnalche pasticcio, 
Che mi levass»e di si brntto impiocio. 

E cosi awenne — e in quel oarbn^lio infine 
Di pagine scomposte e impolverate 
Giunsi a ra^granellar queste sestine, 
Che son dalVOrluolo intitolate, 
Scherzuccio g'ioYanil dell' eta prima, 
Quando il Ruscelli mi fomia la rima 

Nello scoprir I'antica pergamena, 
Mi parve di toccare il ciel col dito ; 
Ne rascliiai via la mnffa ond'era plena, 
T^e rattoppai qualche verso scucito, 
E, nella vostra oortesia fidente, 
Vi fo' un inchino ed incomincio — attente* 

Rapir sue leggi airinvariabil moto, 

Spinier lo sp^uardo oltre Le vie del polo, 
E dello spazio per I'immenso vuoto 
Seguire il Tempo e misurarne il volo, 
Tanto ardimento deiruman concetto 
Solo in itala mente ebbe ricetto. 

— Che vi par deiresordio? e tale quale 
L'avea gia s-critto sedioi anni or fa, 
E converrete che non c'e poi male 
Per esser fatto in cosi fresca eta : 
Eh! non c'e caso, un po' di fantasia 
lo Tavevo anche allora — e tiro via. 



— 145 — 

ST el silenzio d'anti€o monastero 
II Cassiodoro, di buona memoria, 
Mise alia luoe roriuol primiero 
Di cui ci parli la vetusta istoria, 
Ma da quel giorno in poi quest'arte eletta 
Piu secoli resto vile e ne^letta. 

"^he una nube di Vandali voraci, 
Soffiati giu dai buffi aquilonari, 
Distesero le intonso ugne rapaci 
Sovra le case noistre e i nostri altari, 
E il povero oriuol, da quanto e noto, 
Sparve in saecoccia d'un ser^nte Goto. 

— Quest'ultima notizia, ve n'avverto, 
In nessun libro la trovai stampata, 

I Ma il f,atto e cosi oerto, com'fe certo 
Che s»enza Tuovo non si fa frittata: 
L'bo saputo I'altr'ier da un discendente 
In linea retta di quel tal ser^ente. — 

iN'el secol nono, opra d'ignoto ingo^no, 
Giuns.e in Francia un oriuol dalla Turcbia, 
Ed era quel clie d'amistade in p^eo^no 
A Carlo Magno Aaron Eascbid offria.. 
Ed or la Francia a ricambiar quel dono 
Vuol ptintellar del Gran Sultano il trono. 

— Gli ultimi versi della detta stanza 

i Sono entrambi di fabbrica reoente; 

I Ma siocome i Franoesi ban per usanza 
Prometter molto e niantener mai niente, 
In qualita di storico imparziale 
Dovea citare il caso eccezionale. — 

?u allor cbe, dal letargo in clie giaoea, 
II nieccanico ingegno alfin destosse: 
D'opra gigante la sublime idea 
Del sommo Patavin ranimo scos&e; 
E sorse allor fra TAntenoree mura 
La meraviglia deU'eta futura, 

^usiNATO - Foew JO 



— 146 ~ 

Crebbe cosi quest' arte, e all'eta nostra, 
(]oltivatrice o^-nor dell'arti belle, 
S'inventar macchinette a suono, a mostra, 
Ad ancora , ,a cilindro ed a rotelle • 
Ma piii che osrni altra, cosi yuoI da moda, 
La fabbrica di Francia a ciel si loda. 

Nei tempi andati ver^o|]^iiava Italia 

Cingersi il crin dei fior dello straniero; 
D'ogni umano saper maestra e balia, 
Spandea i suoi lumi sovra il mondo intero; 
Passar que' tempi, ^ Titalo paese, 
Or mangia e beve e dorme alia franceae. 

— Com'e bellina questa strof a ! eppure 
Una virgola sol non ci ho toccata, 
II €lie vuol dir, mie belle creature, 
Che questa Italia m»e I'lio sempre amata, 
E I'amor mio coo^li anni e col giudizio 
Crebbe cosi da parer quasi un vizio. — 

Ma ritorniamo in chiave — e poi che detto 
V'ho Torigino antica ed il progresso 
Di codesta ingegnosa macchinetta, 
De' benofizi vo' parlarvi adesso, 
Ch'essa comparte a tutte le persone 
D'ogni eta, d'ogni sesso e oondizione. 

Tien roriuol sul Codice il legalo 

Cho i 'Suoi oonsulti sul tempo misura, 
E a furia d'un parlar sesquipedale 
Imbroglia i casi e quel ch'e chiaro oscura: 
Intanto passa I'ora, ed il cliente 
Paga lo scudo e non capisce niente. 

E giaeche dei legali abbiam parlato, 
Che vendono la scienza un tanto all'ora, 
Diro che roriuol, d'un avvocato, 
I'aria sia della legal dimora 
colpa d'inesperti oriuolai, 
V^ sempre innanzi e non sta indietro ma;. 



— 14T — 

lien I'oriuolo in mano lo studente 
Quando nol tiene al Monte di Pieta, 
E mentre pende ooirorecchie attente, 
Porta I'occhio a veder I'ora clie fa, 
E batte i piedi se, sooiccate Tore, 
Resta in cattedra anoora il professore. 

[1 professore, in cattedra sdraiato, 
A se da^anti roriuol depone, 
E senza mai pigliare un po' di fiato 
Sputa rinterminabile lezione; 
Cne se un applauso, un battiman desia, 
Basta che s'alzi una mezz'ora pria. 

Porta pur roriuolo il fido amante 

Che del casto ritrovo attende I'ora, 
j E un secolo j?li pare un solo istante 
I Che il tien diviso da colei che adora 
Ben conosce che Vova delFamore 
Del giardin della vita e il piu bel fiore. 

Porsie e percio die oerte sig'norine, 
Che la sanno piu lun»"a d'un foUetto, 
E in quelle benedette testoline 
Sempre a bizzarre idee danno rioetto, 
Inventar certi oriuoli alia Cupido 
Che Breguet stesso a decifrarli io sifido. 

Un drappo o bianco o rosso alia fin^stra^ 
Con certa furberia le imposte chiuse, 
Le oortine s.ospese a manca o a destra, 
Le persiane or aperte ed or socchiuso, 
Eoco gli oriuoli che distinguon Tora 
Che il marito sta in ca&a o ch'osce fuora. 

Qui schiudo una parentesi e vi avverto 
Che questi versi li ho composti or ora; 
Qiovinetto com' era ed inesperto, 
Certe malizi^e io Ic ignoravo allora: 
Offerti questi lumi interessanti, 
I La parentesi chi^do e tiro avanti). 



— 148 — 

Ma cio non basta — come il vuol la f ama , 
Ad alte imprese roriuol fu duoe: 
D'ogai congiura la segreta trama 
Suiroriuol s'intesse e si conduoe; 
L'Angioino lo sa, quando a sue spese 
L'ora del vespro siciliano intese. 

Credete voi che Bonaparte avria 
Tante battaglie guada^nate e tante 
Senza roriiiol su cui distribuia 
D'ogni sua mossa il combiiiato istante? 
E s*egli cade a Waterloo, fu solo 
Perche alFElba scordo&si roriuolo. 

Ma il gran nipote di quel zio minchione 
Non s'era mica Poriuol scordato, 
II di che fece quella bella azione 
Che i giornali chiamar Colpo di stato : 
Ei ben sapea che, se tardava un poco, 
Con altre carte si finia quel gioco. — 

E con quest>a magnifica sestina 
Giova finir la lunga filaatrocca, 
Giacche m'avvio per una certa china 
Che puo condurre al precipizio in bocca; 
Ed io, che ho sempre amato la mia pace 
Voglio stare nei limiti : vi piace? 

Dunque &alute! e a rivederci presto, 
Se in vita ancor Domeneddio ci tiene. 
Vi dico cio perche, mie care, in Questo 
Mondo non si sa mai quelle che awiene : 
Tanti ch'oggi son qua, posson domani 
Un centomila miglia esser lontani. 



— 149 — 



UNA GRANDE PASSIONE 



{Dal taccuino di un vovio galante) 



Dio mio! com'e ineffabile, profonda 
Questa gioia che Tanima m'investe! 
Quel cherubiuo dalla cliioma bionda,, 
Qu^ol cherubin dal grand'occhio celeste, 
Quel cherubin che in terra invan cercai. 
Quel cherubin d'amore io lo trovail! 

51d or che in quetsta solitaria landa 
Tu mi vonisti inoontro, anima mia, 
Or che I'aulente del tuo amor ghirlanda 
Mi ponesti sul crino, oh! no, non fia 
Che deiravversa sorte io piu mi lagni, 
pupilla de' miei oochi.. easta^ni. 

&ulta, esulta, o mio povero cuore! 
E, perch'io ne con&ervi la memoria, 
Dell'indomito mio nasc-ente amore 
Dettami tu la benedetta istoria, 
Ond'io la scriva in questo taccuino, 
Riccamente legato in maroochino. 



^ervea la danza, e via per la lucente 
Sala le coppie trascorrean danzanti ; 
Mentr'io stra.niero affatto e indifferente 
Alio spettacol che m'era davanti, 
Me ne stava seduto in un can tone 
Sorsegg^iandomi un'acqua di limone. 



— 150 — 

Quando, levando gli occhi (oh! benedetta 
Quella levata d'occlii, a cui pur deggio 
Tutto quel bene clie quaggiu m'aspetta), 
Poco Ionian dalla mia sedia io veggio 
Un angiolo del ciel, clie in A^elo bianco 
Stava seduto della mamma al fianoo. 

Gran bella mamma! — ■ nelLa man stringea 
XJn piumato ventaglio; il crin canuto 
Con elegante industria nas€ondea 
8otto un ampio turbante di velluto, 
E dal turbante le piov-ea sul viso 
Un magnifico uooel di paradiso. 

Ma la figlia! la figlia! in lungbe anella 
11 crin spartito le ombreggiava il volto : 
Come s'aiddice a ingenua verginella 
11 langnid'occhio al suol tenea rivolto, 
Mentre fra i suoi labbruzzi di rubino 
Con due dita spingeva un bisoottino. 

Oil! chi non vide mai, come vid'io, 
Tra le armonie di splendido festino 
Un angiolo vezzoso al par del mio 
M.angiarsi con due dita un bisioottino, 
Non puo farsi un'idea del fuoeo ardente 
Che in quel punto m'accese e core e mente. 

Come una molla che percossa scatta, 

10 balzai dalla sedia, e senza piu 

11 nodo m'aoconciai della cravatta, 
Calcai le suste al mio cappel-Gibus, 
Ed infilati i miei guanti glacis 
Ver lei mi spinsi con un pas-glisse. 

Fo del mio corpo un arco, e con la mano 
La invito al ballo : — un languido sorriso, 
Indizio certo del piacere arcano 
Ch'io le suscito in oor, le brilla in viso: 
Suonano un waltz (credo di Strauss) ed ella 
Mi balza ineontxo saltellante e snella. 



- 161 - 

E al mio braccio il suo fianco abbandoiiato, 

Spiccammo il voio — e poi cho si vicino 
Al mio volto passar sento quel fiato 
Che la fragranza avea del biscottino, 
Cosi mi punge in quell' istante amoro, 
Che arditamiente me la stringo al cuore. 

D'un virgineo rossor tin to il sembiante, 
Lo sguardo in me fisso queirangioletta^ 
E mentre colla sua mano tremante 
Mi ricambiava un 'eloquent e stretta, 
II cor si forte mi battea che ie' 
Saltar via due bottoni al mio gilet. 

Finito e il waltz — e il genitor crudele 
(Che un cancro, tra parentesi, lo coglia) 
Le accenna di partir. — La mia fedele 
Manda un sospiro, e nel varcar la soglia, 
Con una maesta da imperatrice 
Si rivolge .a guardarmi — Oh me felice! 

Felice si! perche chi t'ama, o cara, 
Saper non puo che cosa sia sventura : 
Avrai nel tenipio del mio cuore un'ara, 
Nel mio pensiero un trono, e in questa oscura 
Valle del pianto la tua imagin fia 
II mio beooo di gas, la stella mia! 

Forse questa d'amor fiamma infinita 
Tu per sempre, o fanciulla, ignorerai ; 
Ma se cento io vivessi anni di vita, 
lo non potro dimenticar piii mai, 
Qualunque esser pur debba il mio destine, 
Quello sguardo, quel waltz, quel biscottino. 

Ed oT.a, angiolo mio, con tua licenza, 
La mia penna d'acciaio io metto giii^ 
Perche, a dirtela proprio in conlidenza, 
Ho tanto sonno che non posso piu : 
Dunque, se mel permetti, angiol diletto, 
Ti do la buona notte e vado a letto. 



— 152 — 

Come dormii di oi'usto!... Oh non e vero 
Che amor c'involi il sonno e T appetite. 

Sotto il siio dolce e misterioso impexo 
Per dieci ore di se^uito lio dormito, 
E mi son divorato a colazione 
Un buoB heaftek e un quarto di oappone. 

Ti piacciono i beafteh? — son buoni, aai, 
Specialmente guarniti oon patate; 
E se un giorno mia sposa esser vorrai, 
Ne farem delLe buone scorpacciate ; 
E poi, mia cara, bagnereimo il becco 
In un bicchier© di Madera secco, 

Ma lasciamo i heaftek — e poi che Amore 
Di quel volto ^entil cosi mi pre&e, 
I palpiti a calmar di quest© core 
Sellar si faccia il mio eavallo in^lese, 
E senz'altri preamboli si vada 
A far un giro per la sua contrada. 

Oh s'ella mi vedesse!... io son si bello 

Quando monto a eavallo! - — il fier sembiantej 
La gamba tesa, il portamento snello, 
Quel certo che di cavaliere ierrante, 
HafUno un fascino tal che^ se mi vede, 
Deve cascaxmi fuor dei sensi al piede. 

Dunque si vada — e tu, bendato dio, 
Se de' palpiti miei cura ti prendi,^ 
Una scintilla almen del foco mio 
Nel s-antuario del suo core accendi, 
Ed il suo core le ard-era nel seno 
Come un carro di paglia, o pooo meno. 

Si, m'ha veduto! con un libro in mano 
Sedea pensosa al suo veron — ma quando 
Ella intese lo scalpito lontanb 
Uel destrier che venia caracollando, 
Di subito rossor le guance accese, 
Ambo le braccia inoontro a me proteso. 



— 163 



corsier, rkpondendo al desir mio, 
Si slaiiicia incontro alPiainorosoi invito; 
Ma d'improvviso si sofferma, ed io 
Don un salto mortal talmente ardito 
Che Tegual non si vide al Ciroo-Guerra, 
Per do le stafie e mi ritrovo in terra. 



la mi vede! e a qiiell'orrendo aspietto 
Sulle pupille le disoende un velo; 
Siun^e le pahne, e con un n^ di petto 
Un o«rido manda che si perde in cielo; 
Mentr'io nel fan^o della strada avTolto 
Sospirando conteimplo il suo bel volto. 



itto quanto imbrattato e mani e faecia 

To m'alzo alfin, racoolgo il mio cappello 

Che parea diventato una focaccia, 

E op,einendo... d'amor, pian plan, bel bello, 

Io mi trascino fino al mio comno.., 

A cambiarmi i calzoni ed il palto. 



Pamo! io Tamo! e I'amor mio oonfina 
Colla febbre, il delirio, e la pazzia!. 
Ogni giorno che passa e una faseina 
Aggiunta al forno dell'anima mia... 
Oh! se a' miei voti non arride il fato, 
Io morro, come Seneca, svenato. 



orir? ma s'io morissi, dal cordoglio 

Probabilmente morirebb© anch'Ella; 

Ed io non voglio che tu muoia, io voglio 

Che tu viva cent'anni, anima balla, 

A rischio pur che in onta al dolor mio 

Viver dovessi altri cent'anni anch'io. 



_ 154 ^ 

libTi chiamai mio padre e a lui piangendo 
Tutta svelai la mia pa.ssione arcana: 
a — Amo, gli dissi, d'un amor tremendo, 
Amo un angiol del cielo in ^este umana ; 
E s-e fra un m-ese non diventa mia... 
mi ammalo, o mi uocido^ o scappo via. — > 

Egli mi strinse sorridendo al core, 

Baciommi in volto e in questi accenti uBci : 
a — Poiclife tu Tiami di si grande amoTG, 
Bpoisala pure, o fi^lio mio: cosi 
Un rifugio tu avrai nel matrimonio 
Contro il mondo, la came ed il demonio... — > 

E' uscito in guanti e in fracL.. e uscito adesso . 
Oh voglia Iddio clie non sia nscito invano!. 
Forse a quest^ora, in qu^esto punto istesso 
II padre mio domanda la sua mano!... 
Eorse a quest 'ora aaxa gia deciso 
Se m'aspetti Pinfernjo o il paradise! ! !.... 



Ella h mia! dal sue labbro dji rosa 
Quel divin monosillabo e uscito, 
Ond'io posso gridarla mia sposa, 
E chiamarmi ella puo suo marito! 
Come Talma m'inebria, m'india 
Questa doloe parola: Ella d mia! 

E' finita I'orribile guerra, 

Cbe ci tenne si a lungo divisi : 
,Tu sei mia! quante ha gioie la terra, 
Quanti Ka il mondo profumi e fiorrisi, 
Voglio unirli in un solo bouquet 
Per gittarli, o mia Nina, al tuo pie. 

Vo' che in riga di lusso giammai 

Tu non abbia nel mondo rivali : 

Tutto cio che tu brami l'.avrai, 

Chej a dispetto di tante prediali, 

lo posseggo ancor netti in giomata 

Diecimila fiorini d'ontrata. 



I 



— 155 ^ 

lo faro che il tuo pie di gazzella 

Non calpesti che ^^li) che rose; 

Spargero sulla froiite tua bella 

Fin lo aorigno di piotre prezioise, 

Che con tutta la sua argenteria 

Mi lasciava morendo mia zia. 

Ma il reg'alo miglior ch'io ti serbo, 
Nina mia, non te I'ho ancora detto : 
Questo don, di cbe vado super bo, 
F/ la noistra stanzina da letto ; 

Oh vedrai che ^ioiello, che perla ! 
Presto, Nina, corriamo a vederla. 



Qui il taccuino e orribilmente gnasto e lace- 
r.ato ; ci mancano quindici o venti fogli di seerui- 
to — e me ne duole assai, specialmente per voi, 
mie care lettrici, che sarete state curiose di ac- 
oompagnare il nostro Calloandro in tutte Le fasi 
della sua coniu^ale carxiera. In una pagina pero 
del manoscritto, un po' meno lacera delle altre, 
si legg'ono qua e la alcune tronche parole che 
potrebbero gettare qualcLe luce sullo scioglimen- 
to finale di questa ^rande passione. lo le trascri- 
vo eosi corne si trovano neirori.o^'inale, la,sciando 
a voi la cura di dare ad esse quell' interpretazione 
che il vostro criterio yi su^g^erisce. 

Ecco le parol©: 

(Sette anni dopo) 

Chi mai T-avrebbe detto?... 
Capricciosa, ofltinata . . . 

... per mio malanno ; 
Allorquando era scapolo... 

... Mio danno! 

Sei bamboicci... 

... la balia... 
TJn'orchestra di ^ridi... 

. . . colle g'ambe in su ; 
Tanto di testa... 

... nion n^ posso piu! 



166 — 



AD UNA SIGNORA DI FAENZA. 



Poiche ti piaci del mio verso, ed io 
Cbe a mrtesia di cavalier pretendo 
Incognita gentile, al tuo desio 
Tosto im'arrendo; 

Ed il mio nom© che da te invocato 
Oagion ti fu di si leggiadro canto, 
iintra nel toreliio e u'esoe fuor stampato 
Per te soltanto. 

Poi, come gratitudine lo iuvita, 

Pighale poste e s'avvia per' Paenza 
A dirti grazie della tua infinita 
BenevoLenza. 

Yaao io non son — ma il lusingliier tenore 
iJeila lettera tua si m'lia conmiosso, 
the la dolcezza onde fui preso al core 
Dir non ti poisao. 

^^_^ SB meno di me conscio e de' miei 
M.erti foss'io, I'inoenso tuo sedotto 
M avria cosi che al certo io gonfierei 
Come un Nembrotto. 

Ma per ventura mi tien basso il vivo 
Convincimento d^lla mia pochezza, 
E tante laudi alia soverehia ascrivo 
Tua f?entilezza. 

Pur se aleuna a lenirti ora di duolo "^ ' 
II suon bastasse d-ella oetra mia, 
Sol per questo, o Gentil, per questo solo 
Lieto saria. 



— 157 — 

E tanto m'e in piaoer vedermi se^no 
DoUe tue oneste simpatie, che al piede 
Tutto porti vorrei quel po' d'in^e^no 
Che Iddio mi diede. 

Or ^se m'accusi perche stretto ho il morso 
Airusato ciarlio della mia Musa, 
lo ti diro che ho pronta al mio soocorso 
Piu d'una scusa. < — 

E primamente dei saper che quando 
Manifestar non posso a mio piacere 
Quanto il core mi vien si^ificando, 
Amo il taoere. 

E d'altra parte ho questo gran difetto: 
Quando lo scilin^uacj^'nolo sprio^iono, 
Santa prudenza addio ! spezzo il luochetto, 
E m'abbandono 

A tanta ciarla, che alia fin del conto 
Cio ch'altri non vorria trovo aver scritto, 
Dunque tu vedi che mi mette conto 
Starmene zitto. 

Altra ca^'ion del mio silenzio e que&ta: 
Che s'ella appunto non ti torni, ed io 
Vorrei pregarti di chiamarla onesta 
Per amor mio. 

Quando giung^e la state, io m'aooovaccio 
Nel beato lenzuol clella pi^rizia, 
E se metto la Musa al eaten accio, 
Nol fo a malizia. 



•^— •$.;.«: u.-i:';r^^ 



Che, quando pure io mel volessi, invano 
Tenterei stuzzicar I'estro che poltre; 
Tanto puote su me I'influsso arcano 
Di quella eoltre. 

Ed anzi ti diro che ben soyente 

Allorquando alia penna io d5 di piglio, 
Jl verso che mi frulla per la mente 
^sc^ i^ sbadiglip. 



— 158 — 

Infin, come ti scrisse il redattore 

Di questo Foglio, se qualcosa io detto, 
Gli eleganti fasciooli delle Ore 
Mi dan ricetto. 

Onde, se amor de' vorsi miei ti tenia, 
Devi QiWOre associarti ad o^ni patto, 
E t'a&sicuro non sarai &oon tenia 
D'averlo faiio. 

Non crederii peTo ch'io -sia dispoisto 
Votarmi a quel Giornal tuito ed inteiro; 
Vedrai ch^anoo di quesio, o iardi o iesto, 
IM 'avro p^nsiero. 

Anzi, g'uarda eom'io graio ii sia! 
Se non avessi che te per letirice 

10 non percio diserterei la mia ' 

Ricanfnatrice, 

Son gia cinqu© anni cli'io le fo la corte 
Con una tedelia da far spavento, 
Ne di farle oosi le fusa torte 
II oor mi senio. 

Or lascia un po' clie cesisi quesio caldo 
E quest' aocidia che si mi svigora, 
E iu vedrai che il colascion d'Arnaldo 
XJdrassi anoora. 

Che una cicala io son che dorme e tace, 
Quando il sole di luglio s'avvicina, 
E sol battle rinsonne ala loquace 
Soiio la brina. 

Ti conforia perci5 che se i'e grave 

11 mio silenzio, esso non dura eierno ; 
S'Estaie al labbro mio forma la chiave, 

La schiude il Verno. 

E perch' io non ti ienga piu a parole, 
liascio la penna, e oon tan to di cuore 
Mi segno, come oostumanza il vuole, 
Tuo servitore. 



— 159 — 



EPISODll DELIA GUERRA D'ORIENTE 



FATTO D'ARMI DI NICOPOLI 
BOLLETTIXO DELLA GXTEREA 
I. 

EDIZIONE AD tTSO PTTBBLICO 

Gloria a Dio, gloria al nostro Imperatore, 
E gloria ai prodi d^lla santa armata ! 
La mattina del dieci, al primo albore 
L^avanguardia nemica era passata 
Sulla sponda sinistra o, preso loco 
Tra le veochie trinciere, apriva il fooo. 

Un drappel di Cosacchi e uno squadrone 
Del sesto regginieiito dei lancieri, 
Soortati da due pezzi di cannone, 
Slanciarono all'assalto i lor corsieri, 
E in quattro oolpi, oome e lor costume, 
Tutti i nemici rincacciar nel fiume. 

Ma una grossa colonna sorvenia 
DalPaltra sponda a rinforzar Tattacoo; 
Allora un battaglion di fanteria 
Si mise in marcia per tenerli in scacco, 
E in due minuti li senza alcun sforzo 
Royeseio nel Danubio ancbe il rinforzo. 

Ritornava alPassalto rinimico 

Perche appoggiato da novelli aiuti ; 

Ma i Cosacclii del Don in men cb'ioi dico 

Si stcagliaron addosso ai sorvenuti, 

Ed ancbe questi, in un sol batter d'occlii 

Fi^ron tagliati tutti quanti si toochx, 



— 160 — 

La yittoria era piena, alloraquando 
Si vede oomparir tre ^roisse navi 
Che il campo di batta^lia avvicinandc 
Eulminavan di fianco i nostri bravi; 
Ma con sei pezzi si soispin^o innante 
La noistra eroica artiglieria volante. 

Ed il suo fuoco e oosi ben condotto 
Che due navi^li a dirittura affonda; 
11 terzso resta si malooncio e rotto, 
Proprio neiratto di toccar la sponda, 
Che in terra e^ in mare le nemiche &chiere 
(iettano Tarmi e chiedono quartiere. 

Un caporale russo in quel momento 

Si getta a nuoto, e in mezzo ai plausi e ai vi 

Attacoata una oorda al bastimento, 

Se lo trascina bravamente a riva, 

E cosi venne fatto prigioniero 

Colla sua nave Tequipaggio intiera. 

Furon tremila i Turchi, o poco meno, 
Che preser parte al fier combattimento : 
Di questi ne rimaser sul terrano 
Morti mille, feriti cinqueoento. 
Due mila prigionieri, e fuor di dubio 
Tutti gli altri annegati nel Danubio. — 

Queste son le notizie ufficiali 

Che fii dato raocor dai Manifesti 

D'3' nostri rispottivi Gonerali. 

Noi non abbiamo a deplorare in questi 

Assalti replicati ed accaniti 

Che quattro morti e sedici feriti. 

Gloria a Dio, gloria al nostro Imperatore, 
E gloria ai prodi della Santa Armata! 
Que*sta sera per ordin superiore 
Sara la capitale illuminata, 
E a celebrar la memoranda impresa 
Si cantera il Te deuvi per ogni chiesa. 



~ 161 — 
II. 

EDIZIONE AD TJSO PRIVATO 

Maestd! 

Ye lo sorivo in confidenza, 
[a i noatri affari van di male in pe^gio. 
Voi credevate con vostra lioenza, 
Di farci fare un trionfal pa^sse^^io, 
Ed invece noi siam qui che faociamo 
Cio che I'asina fe' di Balaamo. 

''oi avete un bel dire: Avanti, avanti! 
Voi che marciate a gambe di compaseo; 
Ma noi che abbiam tra' pie questi brig^anti, 
Non troviana modo di muovere un passo, 
E ooi nostri De Teum siamo ancor qua 
Duri e impalati come un anno fa. 

iamo in di-eci contr'uno, e si diria 
Che invece siamo in uno contro venti ; 
Ogni assalto e una vera beccheria, 
Che quei cani-da-Dio di miscredenti 
Adopran Teoonomica ricetta 
Di spedirci a furor di bajonetta. 

W esempio, Paltrier di notte tempo 
Quella canaglia, oome e suo costume, 
Fece, diro cosi, per passatempo, 
Un'altra soorreria di qua del fiume; 
E ci ha date una tale pettinata 
Che mezz.a sola ci s.aria bastata. 

;i per tavola bianca airimprovviso 
Comparvero tre barche cannoniere 
Che dolla Luna al pallido sorriso 
Ci oacciavan nei fianchi certe pere, 
Che, &e non si scappava a gambo ritte, 
Ne spazzavano via fin le marmitte. 

^bbiamo avuto quattrocento morti, 

Cento feriti e duecento prigioni, 

Oi buttaron per ari^< i contrafforti, 
t^tNATO - Pome 11 



— 162 — 

Ci portarono via quattro cannoni, 

E, quiel che e pe^i'^io, fecero man bassa 

Perfin sui rubli clella nostra cassa. 

E s'intende die questa fino ad ora 
Appena appena puo chiamarsi ^erra: 
II bc'ooon duro per nostra malora 
Ce lo apprestan la Erancia e ringbilteri 
Cbe, a qnanto pare, saran qui ben presto 
Colle bombe asfisisianti e tntto il resto. 

La facoenda si fa brutta, ma brutta, 

Che, a conti fatti, voi non siete, o Sire, 
Clie Orazio sol contro Toscana tutta; 
E quando noi sarem li per basire, 
Vedrete bene (o allora si stiam freschi!) 
Che avremo snlle spall^e anche i Tedoschi. 

Voi mi direte, e non senza ragione, 

Che infin dei conti, non v'importa nn oavo] 
Se tutti qnanti in qnesta gran qnestione 
Vi danno addosso oome foste il diavolo, 
Giacche potete rimaner tranquillo 
Finche vi resta il principle Danillo. 

E in fatti e certo che tra lui e Voi 
Un milion di soldati avete armato; 
Ma, dopo tutto, a dirsela tra noi, 
II nostro e un certo stampo di soldato 
Che per farsi ammazzar non ha I'eguale, 
Ma ne amm-azza pochetti, e qui sta il mal-el 

Scusate adunque, se vi parlo chiaro, 
Ma vedrete voi pur che, dopo tanti 
Sacrifizi di sangue e di danaro, 
Besteran come sono i luocfhi Santi ; 
E temo assai che in conto vi si metta 
Le spese della guerna e il pro a scaletta. 

Come Voi stesso me ne feste invito, 
Vi spifferai cosi alia buona il vero ; 
E dopo cio, se avets stabilito 
Che m^andiamo airinferno anche^ I'Imperoi 
La Vo'stra Sacra Maesta comandi, 
E aara fat to. 

IL GENERAL LIFRiU 



— 163 — 



UN PROGRAMMA POLITICO. 



ettrici mie! da qiialche tempo in qua 
TJn gran pensier mi va fnillando in mente: 
Si tratta d'nna gTande novita 
0, diro meglio, d'un nuovo ingrediente, 
Che introdurre io vorrei nel materiale 
Di questo benemerito Giornale. 

ssio Tago v'apprende ed il crochet, 

La storia, la moral, la geografia; 

Vinsegna a far le torte ed i pure, 

Vi diverte con qualche poeisia; 

Ma tras'curo finor di porvi in giorno 
' Di tutto qnello che succede intorno. 

er esempio finor, da quanto io so, 
Non dissie verbo dell'affar d'Oriente, 
: E, se una volta o due ve ne parlo, 
I Ve ne parlo cosi per aocidente ; 
I E il suo silenziJo, acusi, ma bisogna 
j Che glielo dica, e proprio una vergogna. 

|ui I'egregia e spe'ttabil Pedazione 
Con questo paradosso si dif-ende : 
(( Altri fogli hanno assunta la missione 
Di trattar le politiclie f aocende ; 
j Noi badia.mo al telaio ed al ricamo, 
i Ne raltrui campo lavorar vogliamo. » 



~ 164 — 

Che scrupoli son qu©sti? un tal ri^uardo 
Gli altri Gioroali I'han forse con voi? 
Alle pagine lor date uno sguardo, 
E schiettamente mi direte poi, 
Se ricami non son, non son trafori 
Le notizie che danno ai lor lettori. 

Dunque s'e vero, e ognun lo puo vedere, 
Clie i giornali politici in ^iornata 
Ricaman le notizie a lor piacere, 
Se que-sto e vero, e cosa indubitata 
Che tal mestiere a voi meglio s'addice, 
A Voi che fate la Ricamatrice. 

E qui la rispettabil Redazione 

Prudentemente il beoco s'e cucito : 
Sicche, mie care, per la gran rag'ione 
Che clii tace conferma, e stabilito 
Che quanto prima si porra ad efEetto 
II mio niiiovo e magnifico prop^'etto. 

La mia rivista s<enz;a tanti imbropfli 
Delia gran gnerra vi dara un'idea : 
lo spigolando andro da tutti i f'ogli 
Quanto di nuovo awien laggiu in Crime; 
E ad una ad una vi saran contate 
Perfin le bombe che verran lanciate. 

Yi oondurro sul campo di battaglia 

Tra il f uoco dei moischetti e d^i cannoni : 
In mezzo al grandinar della mitraglia 

10 contero i f eriti ed i^ prigioni ; 
E, perche abbiate la misura giusta, 
Vi sapro dir che oosa fa V Augusta, 

Ed or, lettrici, che la penna mia 
Ai bollettini della guerra appresto, 
Voi mi verrete a domandar qual sia 

11 colore politico ch'io vesto, 
E vorret-e saper se il Fusinato 

Sia in fondo un Mos-covita o un Alleato. 



— 165 — 

obabilmente qualche mese or fa. 
M'avreste chiesto s'io son Turco o Ruseo; 
Ma dallo sbaroo d'Eupatoria in qua 
La Mozzaluna ha perso il primo influsso, 
E i Turcbi in quest'affar, da quanto io yedo, 
C'entran come Pilato entra nel Credo. 

mque di Turchi non si parli — e poi 
CLe volete infilarmi una divisa, 
Donne mie care, a dirsela tra noi, 
La mia bilancia. e ancora li indecisa ; 
Anzi prudentemente, iniin ch'io posso, 
Vorrei restarmi cavalcion del fosso. 

ipoaa, non lo ne^o, e alquanto incomoda 
Ed anehe, se vo^liamo, un po' indeoente ; 
Per altro vi diro che la mi accomoda, 
Perche in og^ni po&sibile emer^ente 
Col voltafaccia li del Don Girella 
Potrei saltar da questa sponda a quella. 

a poi clie per piacervi io son costretto 
A leyarmi la mascbera di dosso 
E volete ch'io salti a mio dispetto 
Dall'una parte oppur dall'altra il fosso, 
Dopo averci pensato alquanti mesi, 
Mi risolvo in favor dei Gallo-in^lesi. 

dirvela per altro in oonfidenza, 

Siceome io stimo asisai lo statu quo, 

Cosi nel f oro della mia ooscienza 

Io sempre parte^^^^iai per Niccolo 

Poiche infine E^li fe il sol che tiene immota 

Del reo progresso la volubil ruota. 

mi ricordo che qualch'anno addietro, 
Allorquando Panarchico torrente 
Parea che tutte si portass«e dietro 
Le basi del buon ordine presente, 
Ei solo oppose ai g^rossi cavalloni 
La sua diga di rubli e di cannoni. 



— 166 — ^ 

Ed e appunto percio cbe ammlratore I 

Com'io sono dell'ordine socialo, I 

A lui mi strinsi d'un devoto amore, 
D'-an ampre, direi, quasi filiale; 
Giacchfe, voglia o non voglia, e quei che scop 
Le liberali velleita d'Europa. 

Ma tutto cio sia detto in gran segreto, 
Cosi a quattr'occlii tra voialtre e me; 
Per cui vi pre^o, o a meglio dir, vi vieto 
Di palesare il mio pensier qual e, 
Poiche per certe mie ragion speciali 
Or sto per le Potenze oecidentali. 

Non dovete pero meravigliare 

Se, a dispetto del mio convincimento, 

lo trovo con\^eniente il dire e il fare 

Al rovescio di cio die bramo e sen to; 

Che in^ questo mondo clii e piu f nrbo e scaltr 

Penaa in un modo ed opera in un altra. 

Dnnque, senz'altre diiacchiere, io mi metto 
Con qnei signori che da un anno in qu^ 
Van combattendo, a quanto ci hanno detto, 
Sol per la causa della Civilta, 
Che, attesa I'espressione un po' simbolica, 
Esser potria la Civilta cattolica. 

Ma non parliam d'avvenimenti arcani 
Che in fin dei oonti sono in man di Dio; 
S'oggi la va cosi, for&e domani 
L'andra diversamente, e a parer mio 
Cio che di meglio or ci rimane a fare 
E' sperare, sperare, e poi sperare. 

Ed or, riepilogando il fin qui detto, 
Io vi ripeto a mo' di corollario 
Che ad onta del mio amor per Niccoletto, 
Almen per ora gli saro^ contrario, 
E i bollettini ^niei scritti saranno 
In senso Turco-franco-aUiStro-britainno. 



~ 16T 



IN MORTE DELL'ORO 



II tiranno e caduto - Sorgete, 
Genti oppresse ; natura respira ! 
F. Monti. 



De profundisi nel lenzuolo 
Giace avvolto il fier Golia, 
Che dairuno airaltro polo 
Tenne il mondo in sua balia! 
De' metalli il Monsieur' Roux, 
De profundisi non e piu. — 

Non e piu — TOlanda e il Belgio 
Gli cantarono Tesequie; 
E noi pur sulPauroe ceneri 
Invochiaino e pace e requie! 
Or che al mondo piu non e, 
Requie e pace al Re dei Ee. 

I Banchieri messi a lutto 
Sono aocorsi al funerale; 
Chiuse a cliiave dappertutto, 
Delle Borse T ample sale 
, Portan scritto sul portone 

PER LA MORTE DEL PADRONE. 

Pover'oro! nella polvere 
II destine t'ha travolto ; 
Prof anato f u il tuo tempio, 
II tuo altare capovolto; 
Come il figlio del delitto, 
Sei dannato, sei proiscritto. 



— 168 — 

Come Giove, dal tiio trono 
Sei tu pur precipitato, 
Sei rimasto in abbandono 
Como un cencio inzaccherato, 
Sei bandito dal frasario 
Del modenio di;5ioiiario. 

— Che ajfar d^orol — sui mercati 
Si gridava I'altro di ; 

Or quei tempi son mutati, 

Non si parla piu cosi, 

Ma piuttosto dir si de' : 

Oil che ajfar d'^argent plaque! — 

— Che auTeo cuore, che aureo g{ov\ine! 
Mi dicevan tempo fa : 

Se mi danno ancor delVaureo, 
Monto in bestia come va : 
Si puo dir con piu ragione 
— Oh che cuore di pahfone! — 

— I^el pensier Vala dorata — 
GoTgheggio qualclie poeta : 
Ma che diavolo ! in giornata 
L'e una frase troppo vieta; 
D'ora in poi '1 pensier del vate 
Dovra aver Vali stagnate. 

— Sogni d^oro, tempo fu, 
Sognavamo tutti noi ; 
Ma quel tempo non e piii : 
L'oro e morto — e d'indi in poi 
Le vision della giornata 

Son di carta irwnetata. — 

Calif ornici Giasoni, 

Che tosate il vello d'oro, 
Non sciupato da mincliioni 
E le f orbici e il lavoro : 
Ritornate ai vostri lidi, 
Californici Oricidi. 



— 169 — 

Non sapete che qua^^iu 
Del decrepito metallo 
Non voft-liam saperne piu? 
Che un di o Taltro senza fallo 
Per tre o quattro carantani 
S'avra un muccliio di sovrani? 

Che cuecagna! di zecchini 
Avrem piene le scarselle; 
Colle doppie i birichini 
Giocheranno alle piastrelle, 
E i luigi le funzioni 
Sosterranno dei bottoni. 

Che cuccagna ! vi prometto 

Che fra quattro o cinque mesi 
Avrem d'or Jo scaldaletto, 
Le marmitte... ed altri arnesi: 
Dio nol vog'lia, per la strada 
Sputerem suiroro-spada. 

Nuovi Mida, al nostro tocco 
Tutto in or sara cangiato ; 
Noi ravremo un soldo al tocco 
Come il zucchero filato ; 
Per due prese di tabacoo 
Noi ne avremo pieno un sacco. 

D'ora innanzi in un contratto 
Leggeremo a chiare note: 
« U acquirente assuvie il jjatto 
« Di pagare in Banconote; 
« Sia in Tnoneta, o greggio, o fuso^ 
« Grid s'intende, Voro escluso. » 

Ora poi che il grande Autocrata 
Dell'Impero mineralo 
Vive solo nelle pagine 
Delia Storia Naturale, 
Qual metallo verra assunto 
Alio scettro del defunto? 



— 170 — 

Com© spesso nasce il case 
Nelle gran rivoluzioni 
Che alia barba di clii lia nasO 
Vanno a galla i piu mincliionij 
Vedrem forse ai primi stalli 
I pill isciocclii dei metalli, ? 

C'e Sempronio clie pretende 

Che Vargento abbia il primato; 
Tizio invece (^ia s'intende 
Che il mio Tizio e un impiegato) 
Yuol sul trono dell'ex-oro 

I biglietti del tesoro. 

lo non sto, ve Tassicuro, 

Ne con quello ne con questo ; 

Ma, spiando nel fiituro, 

Son per dir che tardi o presto 

II metallo prediletto 

Sark il piombo — e ci scommetto. 



— m — 



LA MALATTIA DELL'XJVA 



A L. MASPERO. 

Tutto cio che non e applicabile non e 
buono. 

Asaioma d'Agronomia. 



Via quel musi cosi nef^ri, 
p-ensosi possidenti! 
Bevitori, allegri, alle^i ! 
Siam nel secol dei portenti : 
Nol sapete? Taltro di 
La monta^na partori. 

Dopo un anno di dolori 

La monta^na da' suoi fianchi 
II gran parto butto fuori, 
E quarantamila franchi 
Hanno fatto, a quel che pare, 
II mestier della comare. 

Grazie a Dio, Tirrimediabile 
Malattia che fa la guerra 
Al pi-u caro vegetabile 
Onde lieta va la terra, 
Non h piii, non e nn mistero... 
Domandatelo a Maspero. 

Qnest'orribile malore, 

Questo Sosia del Cholera, 
Questo insetto struggitore, 
Lo sapete che cos' era? 
Esultate, o possidenti... 
Nulla pin che nn mal di denti! 



— m — 

Sissignori, un mal di denti, 
Una specie di calcina, 
0, se meglio vi talenti, 
Una carie o li vicino. 
Non credete che sia vero? 
Domandatelo a Maspero. 

E che infatti il morbo strano 
Sia un affare da dentista, 
Lo si tocca colla mano, 
Lo si vede a prima vista ; 
Basta le^o^er la ricetta : 
— Ugne lunghe e una spazzetta. - 

Signorine profumate, 
Giovinotti del hon-ton, 
Che vostr'ugne modellate 
Sugli artigli del lion^ 
Presto ai ranghi e in campo uscite 
Al servizio della vite. 

Che se troppo stanvi a cuore 
Le vostr'ugne alabastrine, 
L'odontalgioo dottore 
Vi sa dir che puosisi infine 
Salvar i'ugne... ed anche il vino 
Con un po' di temperino. 

Anzi dicono che in mare 
Ci sian cento brigantini 
Tutti carchi, a quanto pare, 
Di spazzette e temperini. 
Per armar la gran crociata 
Dal Maspero inaugurata. 

Ed inver, se si rifletta 
Al processo della cura, 
Si vedra che la ricetta 
E' ben semplice e sicura, 
Se ogni vite potra avere 
Per lo meno un infermiere. 

Or facendo un po' di conti, 
E sommando aH'indigrosso 
Quante viti ai piani e ai monti 



— 173 — 

Ponno aver la peste addosso, 
Sarien certo insufficienti 
Diocimila reggimenti. 

In tal caso, a far man bassa 
Sul crittoo^amo invasore, 
Ci vorra la leva in massa^ 
Non e vero, il mio dottore? 
Ma le masse, lo sapete, 
Aman meglio di star chete. 

E che importa? Non per qnesto 
Si dira che sia men vero 
Lo stupendo manifesto 
Pubblicato dal Maspero: 
E' sua colpa se il pro^etto 
Non puo mettersi ad effetto? 

Se un milione di soldati 
Possedess-e il gran Sultano, 
In due giorni i Principati 
Tornerebbero in sua mano ; 
Ma ^li manca quel milione!... 
Lo capite il paragone? 

E* percio che da onest'uomo, 
Dopo lunga riflessione 
Per veder se quel da Como 
Abbia il torto o la ragione, 
Alia fin mi sono indotto 
A decider come sotto : 

— Visto, letto, esaminato 
II rimedio del Maspero, 
Ed essendo risultato 
II prodotto... d'un bel z^ero, 
Ei dovra restituire 
Le quaranta mil a lire. 

Ma pero in ricognizione 
De' suoi studi umanitari, 
pieto'se anime buone, 
In mancanza dei denari, 
La sua f route redimite... 
Con dei pampini di vite. — 



— 174 



UN AFTO DA FE'. 



NEL 1856. 



Era il venti novembre — a lun^lii tocchi 
II campanon delPUniversita 
Scuotova i vetri del Calie Pedrocchi, 
Dove tra un pan di Spagna ed un Dehats 
L'umilissimo vostro Era' Fusina 
Stava legegndo.. un latte di gallina. 

A quel don-don la oonvenuta gente 
Vidi alzarsi d'un tratto e filar via; 
Ond'io, volto al garzon subitamente, 
Di tanto moto gli ricliiesi il quia; 
Ed ei: — JS'on sa?... cuccagna al ]3o, cuccagnsi 
Per rmaugurazione dell'Aula Magna. — 

Ora, se nol sapete, io vi diro 

Che son eurioso al par d'una donnetta,', 
E che dove van gli altri anch'io ci vo; 
Ondo, li sui due piedi, in tutta fretta 
Tracanno il latte, ingollo il pan di Spagna, 
E corro difilato alPAula Magna. — 



— 115 — 

Bella, bellissima 
La Magna Sala 
Colla sua splendida 
Veste di gala, 

Oolle sue serich© 
Stoffe a rabesco, 
Co' suoi mirabili 
Dipinti a fre&co! 

Ritinta e liscia 
Delia persona, 
La venerabile 
Vecchia matrona, 

La numismatica 
Polye detersa, 
Dai di che furono 
Quanto diversa! 

Que' suoi marmorei 
btemmi vetusti, 
Dai voi del secoli 
Tarpati e frusti, 

A guisa d'ellera 
Spandeansi aliora 
Su per ie squaliide 
Pareti; ed ora 

Stuccati a mastice, 
Dorati a tuoco, 
Mutando faccia, 
Colore e loco, 

In piu simmetrica 
Arcbitettura 
Allinearonsi 
Lungo le naura. 

Fu, e ver, lo storico 
Ordin violato 
Deir accademico 
Jus deirOrnato; 



— 176 — 

Ma pur clie l'o<^chio 
Pa^o ne sia, 
Eh! vada al diavolo 
L'Arclieolo^ia! 

Abbasso, o storiche 

Memorie, abbasso! 
Ewiva il re^olo, 
Viva il oompasso! 

La cronologica 
Eagion cbe vale, 

Quand'e in pericolo 

La visuale? 

Via quelle goticbe 
Reliquie! Ewiva, 
Norma d'estetica, 
La Prospettiva! — 

In^ombro inutile, 
Sorgea da un lato 
Tin vecchio pulpito 
Rozzo e tarlato; 

E da tre seooli 
Le sue pareti 
Copriva il nomade 
Ragno di reti. 

Che far d^un mobile 
Frusto e rifrusto, 
Barocca satira 
Contro il Buon Gusto? 

Delia mas^nifica 
Aula al decoro 
Fioochi ci vogliono, 
Velluti ed oro. 

Eh! vada al diavolo 
Questo archileo 
Che ha nome Cattedra 
Di Qalil^, 



— 177 — 

Oh! d'una storica 
Scranna ammuffita 
Me^lio una se^^iola 
Bene imbottita! 

Se perde I'Aula 
Quel bel f^ioiello, 
Chi mai ne scapita? — 
Fors-8 il Bidello, 

Che piu nan traffica 
Sul vieto arnes©, 
Tassando Testasi 
Del lord in^le-se. 

Eppur, mi scusino 
Se glielo dice, 
Certe buon'anime 
Di stampo antioo 

Serbar volevano 
Ad ogni costo 
La veochia Cattedra 
Nel vecchio posto. 

— (( Obbrobrio, strillano, 
I venerandi 
Ricordi offendere 
Dei nostri Grandi! 

Son sacre pa^ine, 
Che alia memoria 
Dei tardi poster i * 
Lego ristoria, 

Perche nel volgersi 
Lungo dei tempi 
S'etexni il lascito 
De' grandi esempi! 



Obbrobrio, obbrobrio, 
I venerandi 
Ricordi struggere 
Dei nostri Grandi I d — 
Poesie 12 



-^ 178 ^ 

Eh via, che diancine! 
Tanto fermento 
Per quel bel mobile 
Del cinqueconto? 

Se il voto artistico 
Og^i condanna 
Del gran filosofo 
L'informe scranna, 

Ob! non erediatelo 
Percio proscritto. . . 
Resta in effigie 
Lassu in soffitto! 

E poi, sappiatelo, 
Questo archileo 
Che chiaman Cattedra 
Di Galileo, 

Ell'e una fisima 
Tradizionale, 
Che in linea storica 
Val quel €he vale. 

Vi par che rinclito 
Professorame, 
Senza le indagini 
D'un lungo esame, 

A tanto oltraggio 
Vorria dannata 
Una reliquia 
Di tal portata? 

Neppur pensarsela 
Che quegli Egregi 
Possan commettere 
Tai sacrilegi! 

La vera Cattedra 
Sta custodita, 
A quanto dicono, 
In acquavita; 



— 179 -^ 

E coraTTh populo, 
Sana, incorrotta, 
A tempo debito 
Sara prodotta. 

Intanto al diavolo 
Questo archileo 
Che chiaman Cattedra 
Di Galileo I 

Via questo scheletro 
Tradizionale, 
Quando puo to^lierci 
La visuale! 

Via quell'apocrifa 
Memoria! Evviva, 
Norma d'estetica, 
La Prospettiva! 

Viva la Triade 
Omamentale, 
Che poise all'Indice 
Quello scaffale! 

Viva I'indiistria 
Del falegname, 
Che quel noetioo 
Goffo carcame 

Eidussie in cenere 
Sotto queH'olla, 
Che al gran ristauro 
Scald6 la colla ! 



180 



IL RITORNO 



Ah! bello a me ritorna... 



In primis, dopo un secolo, 
Che non ci siam veduti, 
Lettrici mie, vi spiffero 
Un mondo di saluti, 
E v'annunzio di poi... 
Ch^io sto benone... e Vei...? 

La salute, credetelo, 

Val pill d'un terno al lotto ; 
Benche in qnesto mondaccio 
Cosi tristo e corrotto 
Anche un terno non sia 
Roba da buttar via. 

Anzi, se debbo dirvelo 
Li proprio alia papale, 
Un ternetto in saccoccia 
Non mi farebbe male, 
Fossi pure costretto 
A star tre g^iorni in letto. 

Ma, lasciando gl'inutili 
Preamboli da un canto, 
Voi non potete credere 
Quanto lio sofferto e pianto, 
E se mi parve eterno 
Lontan da voi I'inverna! 



— 181 — 

TTn disgraziato equivoco 
Di tanto mal radiee, 
Fece montare in collera 
Mamma Rioamatrice, 
Cli'ebbe rimpertinenza 
Di mettermi in quiescenza. 

Tolto co&i airassiduo 
Dolce consorzio vostro, 
Nel muto calamaio 
Lasciai seccar Tincliiostro 
E appesi ad un arpione 
II vecchio colascione 

Ne basta — in mezzo aU'ansie 
Del mio dolor profondo 
Diedi un addio alFinsipide 
Gioie di questo mondo ; 
L'arpa spezzai del vate 
E mi conversi in frate. 

Corsi cosi ad iscrivermi 
Qual padre missionario 
NeirOrdine del Fungolo, 
Giornale ebdomadario 
E legittimo erede 
Di Q^iel che non d vede : 

E iijiperturbato apostolo 
Del vocabolo Avmiti! 
Propagai fra gli eretici, 
Che qui tra noi son tanti, 
La perigliosa scuola 
Di quella ^ran parola. 

Pur, ben che morta al secolo, 
L'alma di Fra' Fusina 
Spesso col desiderio 
A voi correa vicina, 
Mandando a tutte in ^iro 
Un flebile sospiro. 



— 162 — 

E si m'angeva il memore 
Pensier dei di clie furo, 
Che dato avrei, credetelo, 
II capo contro il muro; 
E certo I'avrei dato... 
Se il muro era ovattato. 

Cosi i rniei di trascorsero 
Tra il mesto e> ravvilito 
(Pero serbaiido incolume 
II solito appetito) 
Sempre invocando I'ora 
Bi rivederci ancora. 

E di quest'ora I'estasi 
Non riio sognata invano ; 
Che Taltro giorno un foglio 
Col bollo di Milano 
TJn pieno mi largia 
Decreto d'amnistia. 

All'inatteso annunzio 

Tanta mi piovve in seno 
Inefiabil letizia 
Che fui per venir meno ; 
Ma un dito di Bordo 
Tornommi in statu quo. 

(II Bordo, lo testifico 
Per molti osperimenti, 
E' Tin ottimo specifico 
Contro gli svenimenti : 
Specifico che eclissa 
Fin Tacqua di melissa.) 

Calmati alquanto gl'impeti 
Delia mia g'ioia prima, 
Del cor la plena effondere 
Volea in ottava rima ; 
Ma per sbrigarsi presto 
II piu bel metro e questo. 



— 183 — 

Ed io anelava ai garruli 
Colloqui del passato, 
Gome ruccello airaria, 
Come il destriero al prato, 
Come voi... a un cacheTnire 
I)i due o tremiia lire. — 

Or che v'ho detto in quindici 
sedici strofette 
(Anzi, contando meglio, 
Son proprio diciassette) 
In quanto duol discesi 
Questi sei lunghi mesi, 

Vannunzio che a rifondermi 
Di tutto il tempo perso, 
Vasaordero di chiacchiere 
Condite in prosa e in verso, 
Se pero non mel vieta 
La prossima cometa. 

Anzi, su quest'ipotesi, 
In obbligo mi credo, 
Lettrici mie, di prendere 
II mio formal congedo ; 
E se a caso quaggiii 
Non ci vedremo piu, 

Cercate almen di scegliere 
La celestial dimora, 
E allor forse e probabile 
Cbe ci vediamo ancora — 
Perche all'inferno, il giuro, 
Non ci v6 di sicuro. 



m - 



LA PROFFGA LOMBARDA. 

{Reminiscenze del 184.8,) 



La patria e caduta: — nel sangue dei fori 
h\ e spenta la stella delPitale sorti! 
madre, dal nembo di tanta tempesta 
Sottra^^i la mesta — che lang^ue cosi... 
Cornaino tra i monti, voliamo sul mare, 
i^iiggiamo le care — memorie d'un di. 

^rra d'Elvezia, sei grande e solenne 
^el bianoo tuo manto di neve perenne! \ 
Sei grande nelPirta tua cerchia di monti,' 
-Wei rosei tramonti — d'un libero sol. 
Oh m grembo di questa natura gigante 
Voma quest'enante — fermare il sue vol] 

Ma sento la brezza del lago natio 

Che un bacio mi manda d'un ultimo addi< 
Ma veggo le cime dei colli lombardi 
Che sotto i miei sguardi — s'ingem^man di fie 
Ohj \^eni, mia madre, conducimi altrove; 
Qui troppa mi piove -- me-stizia nel oor! 

Sei bella, o superba dei Doria cittade, 
Sei bella neirampie di marmo contrade! 
Del vasto tuo mare nell'onde t'ammiro, 
Mi piace il zeffiro — del caldo tuo ciel ; 
Ma piu del tuo cielo, ma piu del tuo mare 
Tomravanmi care — quelPalpi, quel gel! 



— 185 — 

Alimien fra que' monti talor mi venia 
Un qualche profumo dell'aura natia; 
Talor mi giungeva suU'ali del vento 
II dolce conoento ded nostri pastor... 
Oh! vieni, mia madre, oonducimi altrove; 
Qui troppa mi piove mestizia nel oor! 

Salute, o gentile deirAmo, cli'estolli 
La f route ricinta de' cento tuoi colli ! 
Col fervido volo dell' ape amorosa, 
Che iu grembo alia rosa — va Tali a serrar, 
Nel tuo di yerzura bacino olezzante, 
patria di Dante, — discondo a posar. 

Ma sento di trombe guerriere uno squillo, 
Ma veggo da lunge Testranio ve&sillo! 
Un turbin d'armati s'avanza, s'avanza... 
Non ha piil fragranza — la terra dei fior! 
Oh ! vieni^ mia madre, conducimi altrove ; 
Qui troppa mi piove — mestizia nel cor! 

Corriamo, corriamo! s'inalzano alfine 
Com'ombre lontano le sette colline : 
Corriamo, corriamo! la patria perduta 
Quest'esul saluta — nelralma Citta! 
Vivro nelle glorie dei giorni caduti ; 
La patria dei Bruti — mia patria sara. 

Ma il cielo s'imbruna, ma s'alza repente 
Un nugolo scuro dal fosco occidente; 
Son piene le fosse di sangue e di naorti... 
La terra dei f orti — e in ira al Signer ! 
Oh! vieni, mia madre, conduoimi altrove; 
Qui troppa mi piove — mestizia nel cor ! 

Ahlme! dell'Italia nel triste orizzonte 

Non trova un guanciale la -stanca mia fronts, 
Torniamo alia terra che vidi fanciulla, 
Tomiamo alia culla — del primo soffrir! 
Se un duolo perenne ci serba I'Eterno, 
Nel suolo patem# — men duro h il pathr! 



— 186 — 



LINA LA POVERA. 
I. 



Era Lina un'ingenua ver^inella 

Che ai sedici anni non toccava ancor; 
Era bionda, era pallida, era bella, 
Ne anoor sapea cbe cosa fos&e amor. 

Fuor del modesto veroncel spandea 

I suoi fieri di nevie "an gel&omin, 
E nella verde sua prigion battea 
L'ali dorate un garrulo augellin. 

A quell 'umil finestra o^ni mattina, 
Allor che in rosa si tingeva il ciel, 

II bianco volto comparia di Lina 
Curva (suirago e sul trapunto vel. 

E la, seduta de' suoi fiori aocanto, 
Gorgheggiava la solita canzon, 
Mentre il leggiadro prigioniero intanto 
Ne ripetea sommessamente il suon. 

Delia sua casta ca.nieretta in fuori 
Lina altro mondo non sapea quaggiu : 
Col suo augel, col suo velo e oo' suoi fiori 
Era felice e non chiedea di piu. 

Pallida mammoletta della vita 
Nel suo profumo si chiudea cosi, 
E ignota al mondo la gentil romita 
Crescea nel gaudio de' sojinglii di. 



— 187 -- 

II. 

Ma un g^iorno -sul lastrico del muto s-entiero 
Risuona la zampa d'un bruno corsiero : — 
La bella fanciulla s'afiaccia al veron, 
E incontra lo s^uardo d'un fiero garzon. 

Al moto iinprovviso ool braccio percoase 
II va&o dei fiori ; — quol vaso si mosse, 
E al bruno corsiero cascava sul crin 
II fiore piu bello del suo gelsomin. 

Del ^iovin signore sul nobile viso 
D'un gaudio secrete lampeg^pfia il sorriso : 
Tin ^uardo al verone, un bacio a quel fior, 
E via di galoppo cavallo e signor. 

Quel giorno le usat^ carezze d'affetto 
Non ebbe da Lina rafflitto au^elletto, 
Che sempre volava Terrante pensier 
Al fiore eaduto sul bruno oorsier. 

Quel volto, quel guardo, quel bacio, quel fiore 
Un palpito i^oto le destano in core ; 
Se muove le cig-lia, se coiTe al veron, 
Non vede cbe il volto del fiero garzon. 

Per tutta la notte sul molle origliero 
Lo sealpito inte&e del bruno corsiero, 
E sempre negli o-ocbi e sempre nel cor 
II bacio eloquente del giovin sig^nor. 

E allora che ai tocclii dell' Ave Maria 
Le languide ciglia dischiuse la pia, 
E, quasi presaga d'un nuovo awenir, 
Le bianche cortine discese a'd aprir, 

tfn foglio intravide lo sguardo indovino 
A un ramo sospeso del suo gelsomino, 
Al ramo ove jeri spuntava quel fior 
Che il bfetcio rabcolse del giovin signor. 



— 188 — 

E Lina, tremando d'un fremito arcano, 
Al foglio pie^ato proteee la mano; 
L'azzurro su^p^ello ne infranse, rapri... 
II foglio amoroso diceva cosi : 

— a Lina! dalVora che nel tuo sevibiante 
Avidamente il guar do Tnio fisai, 
Fin da quelVora, da quel primd istante 
D^un incognita fiamma arsi e t'a7no\i : 
Di quelVamoT t'aTJiai, angiolo miOy 
Di che non s^ama che la patria e Dio. 

a Vieni, o fanciulla! alle tue bionde chiome 
Ui gemme e d'or voglio covipovTe un serto. 
II suo cor, la sua mano ed il suo nome 
T[offre, o Lina, in ginocchio il Conte Oberto 
Vieni, o fanciulla! la tua dote e il fiore 
Che custodito mi sta qui sul core, » — 

Ma Lina, la povera fanciulla inesperta, 
Del Conte rifiuta la splendida offerta; 
E si che nei santi recessi del cox 
Le ardeva Pincenso d'un verg'ine amor. 

Ma un grido dell'anima — a il Grande, dicea/ 
Non viv© felice con donna plebea. 
Oh! s'egli men lieto dev'essere un di, 
Ignori la fiamma che m'arde cosi, » — 

E Lina, la povera fanciulla amoroaa, 
Al Conte negava la mano di sposa ; 
'Nh meste parole, nh lungo pregar 
Quel fiero e tenaoe consiglio mutar. 

II fervido amante, che a vineer non vale 
L'ignota cagione del niego fatale, 
Siccome una face ch'e presso a morir, 
Languiva nell'ansie d'un vano desir. 

Ma un di che inatteso le giunse dappresso, 
Udi la fanciulla che in tuono sommosso, 
Col pianto ncgli occhi, diceva : — « Perch^, 
Perche non e povero al pari di me? x> ^- 



— 189 — 

"in lampo sfavilla negli occhi del Conte, 
D'un raggio improvviso gli splende la fronte, 
E, come sospinto da un grande pensier 
Che Talma grinonda d'immen&o placer, 

• « Poiche non m'assenti la cara tua mano, 
I lo fuggo, fanciulla, lontano lontano ; 
Ma come finora t'ho amata, cosi 
lo t'amero sempre.... » — 1© disse o spari. 

Lina, ogni giorno s>eduta vicino 
AJl'ombra odorosa del suo gelsomino, 
Con lungo sospiro diceva tra se: 
— a Perche non e povero al pari di me? — 



III. 



Scoreo e un anno — il di morente 
Manda Taura vespertina 
Entro il velo trasparonte 
Delia Candida cortina; 
E la santa giovinetta 
Al suo tacito balcon 
Ripensava, poveretta ! 
Air amor del suo garzon. 

Ripensava al fior caduto 
Sovra il bruno corridore, 
A quel bacio, a quel rifiuto 
Clie la tolse a tanto amore; 
E una lagrima piangea 
Cbe qual perla del mattin 
Tra le foglie si perdea 
Del suo caro gelsomin. 



— 190 — 

Mentre assorta quella mesta 
Nel pensier che la rapia, 
S'abbandona alia tempesta 
Dell'accesa fantasia, 
Sulla porta deirostello, 
Come stanco dal cammin, 
Chiuso in lacero mantello 
Si sofferma un pellegrin. 

E alia bella p>ensierosa 
Le pupille sollevando: 

— « tin asilo, o mia pietosa, 
Per la notte io vi do man do: 
Son tP8 g^iorni che cammino, 
Che un asilo chiedo invan; 
Sono un povero tapino 
Senza tetto e senza pan. » 

Alia voce del viandante 
Che si mesto le ragiona, 
La fanciulla palpitante 
Tremo in tutta la persona; 
E a quel suon che le fa veil a 
D'un lontano sovvenir, 
La vietata porticella 
Scende rapida ad aprir. 

II mantello arrovesciato, 
Sulla soglia a lei davante 
Del suo fido innamorato 
S'offre il pallido sembiante. 

— ((0 mia Lina, il grande antico 
Ridomanda la tua man, 

Or ch^e un povero mendico 
S-enza tetto e senza pan. » — 

E narro che un anno pria 
Le sue terre avea venduto 
E per rindia si partia 
Dopo Pultimo saluto ] 
Ma che, stanco delPesilio, 
Que' paesi abbandono 
E su ligure navilio 
Per ritalia s'imbarco. 



— 191 — 

Ma Che giunto presso il porto 
Naufragava il bastimento 
E daironde quasi morto 
Ei fu tratto a salvam-ento : 
Ogni avere avea perduto, 
Ma restavagli quel fior 
Che sul crine era caduto 
Del sue bruno corridor. 

Di letiaia un sense arcane 
Provo Lina in queiristante, 
E posando la sua mano 
Nella man del fido amante: 
— « Tu &ei povero, gran Die! 
Giubilando ripete : 
Vieni, io t'offro, Oberto mio, 
La mia mano e ia mia fe. d — 

II di appresso, quando Taria 
Bruna bruna si facea, 
Una chiesa solitaria 
Di due faci rispiendea; 
Presso alPara genuflessi 
jNTel delirio delPamor 
Benediva i due promes-si 
TJn ministro del Signer. 

IV. 

II tempio si sichiude: per I'aria tranquilla 
La luce scintilla — di cento doppier — 
AH'atrio davanti sta un co-ccliio dorato 
Da quattro tirato — nitrenti oorsier : 
Di plausi e di viva festevol un suon 
Saluta la sposa del fiero garzon. 

Sen giunti al palazzo: per I'aure lucenti 
Di lieti ooncenti — si spande il f ragor : 
A festa vestite le ricche pareti, 
I molli tappeti — coperti di fior, 
E via per le stanze giocondo a veder 
QueU'ire e redire di paggi e staffier. 



192 



Oonfusa, smarrita la povera Lina 
SuH'oro •pammina ^ittato a' suoi pie, 
B ignara del nuovo destin clie Taspe+ta 
La pia giovinetta domanda : Perclie 
Quel oaccliio, quei pag^i, quel canti, quei fiorj 
QuolPonda luceiite di tanti tesor? 

E Oberto traiendo la bell a smarrita, 
In stanza romita — T adduce e cola 
In splendido vaso di gemime contesto 
Solingo e modesto — sugli occhi le sta 
II cespo odoroso di quel gelsomin 
Che al bruno destriero cadeva sul crin. 

~ a L^amante che ordiva la fraud-e amoroisa; 
Mia bella ritrosa, — bugiardo non fu : 
Del facile inganno non chiedo perdono... 
II povero io sono — la rioca sei tu ; 
Che tutti, o mia Lina, del mondo i tesor 
Non valgono un solo tuo vezzo d'amor. » — 

E Lina la povera sui giorni del grande 
Di fresche ghirlande — Tolezzo verso : 
Per una di gaudi catena infinita 
D' Oberto la vita — con essa volo; 
Che, anello d'affetti gentili quaggiu, 
Tra Povero e Eicoo ^'asside Virtu. 



— 193 — 



LE DTjE GEMELLE. 



I. 



giovinette, se nel oor vi suona 
La Santa voce del fraterno amor, 
Patemi intorno una gentil corona 
E il verso udite delPumil cantor. 

Ell^e un'istoria clie bambino appresi 
Sovra i ^inoccbi di mia madre un di, 
E come dalla sua bocca Tintesi, 
Fanciulle, a voi la narrero oosi. — 

V'erano, non so dove, due sorelle 
Tnsiem cresciute della stessa eta, 
E siocome nascevano ^emelle 
Eran pari di ^razia e di belta. 

E fra di loro assomig^liavan tanto 
Che non puo mente umana immaginar; 
La madre istes.sa, che le avea daccanto, 
L'una coll'altra le solea scambiar. 

Allor che usciano dalla santa Messa 
Avvolte entrambe nel lor bianco vel, 
Paroan due foglie d'una rosa istessa, 
Parean due stelle delPistesso ciel. 

Tiitto era eguale — il bruno delle cbiome, 
L arco del ciglio, il vergine pallor; 
-fforina e Nella si dicean per nome, 
E il nome solo le distinguea tra lor. 

^tJSTNATO - ^oesie 13 



— 194 — 

E queste care ch-e all'istessa cuna 
Ebber comuni il latta e rorio^lier, 
S'amavan tanto clie il pensier dell'iina 
Sempre sempre deiraltra era il pensier. 

Quando il sembiante sorridea di Nella, 
?foriiia anch'essa aveva il sorriso in cor; 
E &e questa pian^^ea, piaiigea pur quella, 
Indivise nel gaiidio e nel dolor. 



II. 



— a Vienmi, o sorella, vienmi vicina 
(Un giorno a Nella dicea Norina) 
Tin gran segreto tengo s-epolto 
IS'ella pill ascosa parte del cor, 
E — proseguiva cliinando il volte — 
E a te, mia Nella, nol dissi ancor. 

E' circa nn mese, dal mio balcone 

Scontrai lo sguardo d^un bel garzone: 
Ha roccliio azzurro, la vita snella, 
Tin portamento da cavalier ; 
E la sua imagine, mia dolce Nella, 
L'ho sempre fissa nel mio pensier. 

Ma donde ei venga, ma cbi ©gli sia 
lo non so dirti, sorella mia. 
So ben cli€ un giorno con mesto accento 
— Oh quanto io t'amo! — I'intesi dir; 
Ed io gli offersi da quel memento 
Tutto il profumo de' miei sospir. » — 

Cesi Nerina diceva, e intante 

Sul ciglio a Nella spuntava il piante. 
Quell'occhio azzurro I'aveva ancli'esisa 
Dal suo balcone scontrato un di, 
E quella dolce parola iste&sa 
Nel giovin sangue fremer senti. 



195 — 



L'estranio, illuso dal lor sembiante, 
Era d'entrambe rimasto amante: 
E COS! air-Qna — T^amo! — dicea, 
Diceva all'altra — T'amero o^or! 
Una soltanto d'amar credea, 
E due ne amava d'un solo amor. 

Povera Nella: ben essa in core 
Sentiva il fromito del primo amore, 
M.a da quel ^iorno clie la sorella 
L'ascoso affetto le confido, 
Pin il desio'so s^uardo di Nella 
Nel beirestranio non s'inoontro. 

Nella sua imm-ensa pieta fraterna 
L'amor combatte die la governa; 
La cara imagine fugar s'ostina, 
Ma quell 'im^aij^ine ritorna ognor!... 
Felice intanto vivea Norina 
Era i casti gaudi d'un santo amor. 

III. 

Son promessi — il ^ran di s'avvicina 
Che i due cori si a lungo sognar : 
Era tre giorni la bell a Nor in a 
Salira col suo spotso all' altar. 

Gia trapunta e la serica vesta 

Che sul fianco ondeggiar le dovra ; 
Gia la bianca ghirlanda s'appresta 
Che il lucente suo crin cing-era. 

II suo cuore sospira anelante 
Alia festa del prossimo di... 
Ma di Nella sul fosco sembiante 
Improvvisa una fiamma sali ; 

Una fiamma che i sensi le invade 
Coirambascia d'un nuovo dolor, 
Ch*e per l'<^sa trascorre e ricade 
Cota^^ un masBo di piombo &ul bor. 



— 196 ~ 

Poveretta! una lotta sostenue 
Che niun labbro saprebbe ridir: 
Poveretta! in quest'ora solenne 
Cede al peso di tanto sofirir. 

II respixo le sibila in p>©tto, 
Piu frequente le palpita il cor: 
Gia s'affrettan sul vergine letto 
Le tremanti sne membra a compor. 

E Norina oon ansia pioto&a, 

Fra le angoscie d'un dubbio fatal, 
Come un angiol custode si posa 
Delia suoxa airinsonne guancial. 

Ma di larve in un vortice ardente 
La ragione dell'egra svani; 
Nel delirio travolta e la mente^ 
E il suo labbro f avella oosi : 

« Via da me quelle splendide faci, 
Via quel baci — cbe m^ardono il cor! 
Se d'amor non mi parla queiruno, 
Cliie nessuno — mi parli d'am/or. 

(I Come Tape aU'olezzo del fiore, 
Questo core — si volge a lui sol; 
Nel profumo lo sen to dei campi, 
Dentro i lampi — lo veggo del sol. 

a Col suggello d'un ferro rovent^ 
Nella mente — il suo nome mi sta ; 
Ma quel nome che tanto invocai 
Nessun mai — dal mio labbro I'udra. 

a A te sola, clie vegli al mio letto, 
II diletto — suo nome yo' dir ; 
Vienmi appresso, al mio labbro t'inchina, 
Che Norina — non Tabbia ad udir. 

« Oh! non sappia ch-e m'arde nel petto 
Queiraffetta — che anch'essa prove : 
Sul tuo sarto di sposa, o Norina, 
QtC^sia, Ipilia — non to gitfero. 



— 197 — . 

a De' tuoi gaudi non turbi la festa 
Questa mesta — che muore d'amor : 
Sol nei di che verranno, o sorella, 
La tua jN'ella — ricorda talor. — » 

IV. 

Cosi parlava — e tra le sparse chiome 
Convulsaimente la sua man spin^ea, 
Quasi a strappar quel formidato nome 
Clie per Pardente suo pensier correa ; 
Cosi parlava — e la sorella intanto 
Muta e pensosa le sedeva accanto. 

E deelinando la sua fronte mesta 
Suirori^Iier della gentil giacente, 
Di novissimi a^etti una tempesta 
Ferver sentia nelPa^itata mente; 
Poi surste, e bella d'un divin sorriso 
A lei si strinse e la bacio nel viso. 

« No, non morrai, dicea, povera Nella, 
No, non moiTai di quest' amor si grande; 
A te sola, a te sola, o mia sorella, 
La mia veste, il mio vel, le mie gliirlande; 
II don mi festi del tuo amore, ed io 
II sacrifizio ti faro del mio. » 

Al noto »uon di qu^' soavi aceenti 
Sehiuse gli occhi la bella dolorosa, 
E in lei fissando le pupille ardenti: 
« Sei tu dunque, le disse, o mia pietosa 
Che dontro all' alma trava^liata e sola 
Mi piovi il gaudio della tua parola? 

Quel che or dioesti io non saprei, ma tanto 
E' il conforto che il tuo labbro m'addita, 
Che in questo cor dai patimenti affranto 
Ancor mi sento rifluir la vita : 
Stammi, sorella mia, stammi qui presso, 
E parla ognor come parlavi adesso. » 



— 198 — 

Cosi dicendo, sul fratemo seno 
La b^ellissima testa abbandonava, 
E in un cielo d'amor lieto e sereno 
La sua redenta fantasia vagava : 
Mentre Xorina santamente mesta 
Le oarezzava la dormente testa. 



V. 



L'anno appresso alia Cappella 
Del domestico tempietto 
Si stringea la man di Nella 
Alia man del sno diletto : 
Era bella e parea lieta 
Quando all'ara s'aocosto, 
Ma una lagrima segreta 
Dentro gli occhi le tremo ; 
Che Norina all'ora istessa 
Chiusa anch'esisa — nel suo vel, 
II gran yoto profferia 
Che Tunia — per sempre al ciel. 



— 199 — 



UN'IMPRUDENZA. 



Presto presto, o fida ancella, 
II mio serto piu gentil; 
Delle vesti la piu bella, 
II piu splendido monil : 
Delia danza e presso Tora, 
Ne abbigliata io sono ancora ! 

Le inie treccie or via t'appresta 
Vagamcnte ad acconciar; 
La regina della festa 
Questa sera io vo' sembrar. 
Fammi bella, e in dono avrai 
Tutto quel che chi-ederai. 

Entro il bnino delle chiome 

La gbirlanda intreccero 

Che nel ^iorno del mio nome 

La mia madre mi dono; 

E qui in sen modesta e sola 

Una pallida viola. 

Mi porro la bianca ve-sta 
Che trapunsi di mia man ; 
La regina della f Dsta 
Questa sera mi diran... 
Presto presto, o fida ancella, 
Quella vesta cosi bella. 

II venta^lio della China, 
Guarda ben, non ti scordar; 
Della festa la regina 
Questa sera io vo' sembrar: 
Fammi bella, e in dono avrai 
Tutto quel che chiederai. » 



— 200 ^ 

Compiuto e il lavoro — raggiante nel viso 
Con guizzo improvviso — la vedi balzar, 
E via scivolando com'ombra fuggente, 
Nel vetro lucente — ai corre a mirar. 

Sul mobile perno lo specchio oompone 
E a terra depone — I'axdente doppier^ 
Perche dell'aerea sua veste di neve 
La piega pin lieve — si possa veder. 

Va corri, fanciulla! la notte s'avanza, 

Gia il suon della danza — preluder s'udi: 
Va corri, fanciulla! t'attende la festa : 
Cbe importa la vesta? — sei bella cosi. 

L'incauta non m'ode: col petto anelante, 
Coll'oocliio vagante — sul velo fatal, 
Sioooane farfalla clie al lume s'aggira, 
Si guarda, s'ammira — nelPampio cristal. 

Sorride, folleggia la bella imprudente, 
Ma al lembo cadente — del serico vel 
La fiamma aoggetta s'appiglia ed ascende, 
Qual lampo clie fende — Tazzurro del ciel, 

E su per le vesti la cinge, la fascia... 

TJn urlo d'ambascia — dal petto lo usci : 
E spinta dal nuovo terror die Tassale 
Via via per le sale — gridando fuggi. 

L'incendio la segue; la povera grama 

Pur fugge ed esclama : — Soccorso ! pieta ! 
Ma piu ch'ella fugge, ma piu cli'ella grida, 
La fiamma omicida — piu viva si fa. 

Soccorso! soccorso! consunta e la veste, 
Ma il f oco la investe — con nuovo furor ; 
Soccorso! soccorso! le manca la voce, 
Lo spasimo atroce — le lacera il cor. 



— 201 — 

Soccorso| Soccorso!... si schiudon le porte... 
Un grido di morte — per Taria s'udi; 
SulPorrida sop^lia ool guardo travolto, 
ScompO'Sta nel volto — la madre appaii. 



Mia figlia, mia fi^lia ! » Con impeto ardente 
La bella morente — si strinse e bacio... 
Ma al bacio matemo non torna la vita ; 
Fu tarda raita — la figlia spiro!... 

fanciulle, se piangeste 
Al destin di quella cara, 
Tra le danze, tra le feste 
Che la vita vi prepara, 
Yi stia sempre nel pensier 
Quello speochio e quel doppier. 



206 



ESTELLA E BICE. 
I. 

IL COLLEGIO. 



Come due i^ose peregrine al mite 
Tepor cresciute d'un istesso Aprile, 
Alle sante d'un chioetro ombre romite 
Vivean congiunte d'un amor gentile 
Due giovinette vereconde e belle, 
D'eta, di grazia e di virtu sorelle. 

Bice I'una diceasi e I'altra Estella; 
Questa, nobile e ricca, ad alto state 
Cliiamata un giorno nel gran mondo, e quella,, 
D'onesto si, ma povero casato, 
I)ei vari studi e del genial lavoro 
Per rincerto avvenir si fea tesoro. 

Un pensiero eoncorde, una d'affetti 
Consonanza indivisa, un indistinto 
Vaticinio del cor, ne' vergin petti, 
Quaisi per forza d' amoroso istinto, 
Svolsero il germe dell'affetto santo 
Che fa comuni Tallegrezza e il pianto. 

Sempre un solo il volere ed una sola 
Era la mente delle due bambino; 
Coltivavano insiem la stessa aiuola,, 
All'ombra istessa si sedean vicine,^ 
E d'eguali scegliean forme e oolori 
Le v^sti, i uastri, gli ornamenti, i fiori. 



— 203 — 

irebber cosi neg'li anni, od in quel caro 
Delia vita consorzio a lor parea 
Che mai giun^er dovesse il ^iorno amaro 
Che ricondurle al suol natio dovea... 
Disgiunte! esse che ognor nutrir la speme 
Di viver,sempre e di morire insieme! 

ur quel giorno s'appresisa : — il lor sembiante 
Pensieroso ognor piu fa manifesto 
II prof on do dolor di quell' istante 
Che scambiarsi dovran Paddio funesto; 
E un di, piu afflitta deirusato, Estella 
Si fa presso airamica e si f a veil a : 

- a Senti, mia Bico! s'avvicina I'ora 
Che dal chiostro solingo alia paterna 
Nostra magion ritornereimo ancora : 
Oh! ma pria di partir, giuriam ch'eterna 
Porteremo con noi questa che in petto 
Da tant'anni serbiam fiamma d'affetto. 

Na&cita illustre, ricco censo avito, 
Tutto mi pingo un avvenir giocondo : 
Pure io s.ento che in mezzo alFinfinito 
Turbin di gioie che m'appresta il mondo, 
Sento che dirmi non potro felice 
Se mi manchi I'amor della mia Bice. 

Io ti prometto che verro s-ovente 

A visitart'i al tuo natal paese; 

Ti scrivero di spesso e lungamente, 

E tutto tutto ti faro palese: 

Se con me non sarai siocome adesso, 

In imagine almen t'avro dappresso. 

: Quella fida amista che m'hai concesisa 
E' ne-cessaria alia mia vita ormai. 
Deh! serbati per me senipre la stessa, 
E come or m'ami a^mami sempre, sai! 
Ed io ti giuro qui, dinanzi a Dio, 
Che ognora tu vivrai nel pensier mio. » — 



— 204 ^ 

E s'abbracciar piani^endo — e in quel? ardent 
Abbandon delle afflitte anime, ad una 
Voce entrambe ginrar solennemente 
Che, per voider di tempo e di fortuna, 
Nella lor vita non avria mai fine 
Queiramistade cLe le nnia bambine. 



II. 



L'OBLIO. 



— « Essa non m'ama piu! questo del core 
Mel dice ormai presentimento arcano : 
Memore io si del mio primiero amore 
Cento volte le scrissi e aempre invano ; 
Indifferente al duolo cbe m'accora, 
Ne d'un sol detto mi conforta anoora! 

a Ne' suoi mille tripndi omai travolta, 
II nostro rinnego dolce paissato, 
jffe si ricorda piii quanto una volta 
Al cospetto di Dio m'avea g-iurato; 
E giurato m'avea ch'eternamente 
La mia memoria le saria presente. 

a Io si t'aonava, e t'amo ancora, Estella, 
Oon quella fede ch© t'avea prome^ssa: 
Tu obliasti, infedel, la tua sorella, 
Ella no, cbe per te sempre e la stessa, 
Ne v'ha un istante clie in cor non le ritorni 
La rimembranza de^ passati ^iorni. 

a Ben profonda e Tangosoia e ben crudel© 
II disinganno che per te provai; 
Ma non temere cbe le mie querele 
Le tue gioie a turbar scandan piu mai ; 
Che a te ridir di mie amare-^ze il peso 
II mio non Io consent'e animo offeso. 



— 205 — 

Di me piu dunque non udrai novella, 
Di me che data pur t'avrei la vita: 
Tra i pazzi gaudi del mondo, Estella, 
Soorda pur questa povera romita; 
Ma se ti trovi un di sola e infelioe, 
Oh ! ti sovenpfa allor della tua Bice. » 

isi piang^ea delFamistade antica 
Le pie memorie e la recenti offese, 
Ne mai piu il nom'o deirinfida arnica 
Dalle sue labbra proferir s'intese: 
Ma se il labbro taoea, vigile il core 
Tomava sempre al suo perduto amore. 



III. 



LA RICONCILIAZIOXE. 



vea Bice un fratel — giovine ancora, 
Eppur, ricco d^ingegno e di dottrina, 
Modestamente esercitava allora 
La medic' arte alia citta vicina, 
Ed ivi Estella i giorni suoi traea 
Poscia che il chiostro abbandonato avea. 

videro piu volte, ed un' arcana 
Involontaria simpatia li accese: 
Ma ricpa dessa e di sua stirpe vana, 
Quel palpito nascente al cor contese; 
Che il nome avito profanar le pare 
Nclle lusinghe d'un amor volgare. 

falso orgoglio, che gli affetti santi 
Turbo coisi di sua gentil natura 
E che tra i vacui della vita incanti 
Air antica amista la fe' spergiura, 
Per conforme cagion Torgoglio istesso 
Bal muovo amor la respingeva adesso. 



— 206 — 

Pur nel fondo dell'aiiima Taltera 
Di queli'umil amor si compiacea; 
E allora pur clie alia volubil scliiera 
De' suoi facili arnanti sorridea, 
Noil invocato le venia davante 
DelPignoto garzon il bel sembiante. 

Ed ei ramava nel silenzio; e quando 
Dal suo palazzo la fanciulla uscia, 
Timidamente il suo cammin spiando, 
Da lontau le vegliate orme seguia, 
Felioe as^ai se d'incoutrar gli tocchi 
Un fuggente balen di quel belli occhi. 

Cosi passar piu mesi : — essa, nel lieto 
Avvicendar di tante feste e tante, 
Dairinstabile cor qualclie segreto 
Sospir mandava al peritoso amante; 
Ed ei, timido sempre e riverente, 
D'invincibile ardea fiamma crescente. 

Ma inaspettata un di correr per cento 
Bocohe s'intese la fatal novella 
Che un triste della sorte avvenimento 
Avea colpito il genitor d'Estella, 
Che dalle poimpe del suo eccelso stata 
In umile for tuna era piombato. 

Povera Eistella! dalTinfausto criorno 
Che la mutabil sorte rabbandona, 
Tosto si vede soomparir d'intorno 
II fatuo stuol che le fea corona, 
E crudelmente tramutarsi in spine 
II roseo serto che cingealei il crine. 

Col rimorso neiralma allor rammenta 
Le caste gioie dell'eta fuggita, 
E la sua stolta vanita lamenta 
E i giuri infranti e Pamista tradita 
E quell'orgoglio che la fe' ritrosa 
Ad un amor che interrogar non osa. 



— 2or — 

II rioordo cosi dei di cli-e f uro 

Piu foschi ancora nel peusier le spinge 
Gl'inoerti casi del lontan futuro ; 
E un'assidua mestizia il cor le stringe, 
E a poco a poco, oome fior reciso, 
Scolora e lang'iie il suo lep^giadro viso. 

Ben cento volte di fidar fu in for&e 
Airamica lontana il suo dolore; 
Ma piii viva alia mente le rioorse 
La rimembranza del passato errore, 
E siibita vergogna la rattiene 
Di dirle la eua colpa e le sue pene. 

Ma Dio, mosso a pieta di quella mesta, 
Manda alfine un conforto al suo cordoglio ; 
E allor che nulla piu a sperar le resta, 
Ecco le giunft*e inaspettato un foglio, 
Che, messaggier di piu f-elici eventi, 
Questi racchiude benedetti accenti : 

- — Estella mm! se il vero mi ftgura 
Quesfascosa del cor voce indovina, 
Consolatrice della tua sventura 
Sospirando mi chiaTni a te vicina. 
Ne tu vii chiavii invan; — la tua sorella, 
Sii tu lieta o infehce, e sempre quella. 

Ella e pur sempre la fedel tua Bice 
Che le vicende del passato oblia, 
E al sen ti string e, e quasi benedice 
Alia sorte fatal che ti colvia, 
Se per essa cosi le men concesso 
U immense g audio di tornarti appresso, 

E forse Iddio del nostro amor si giova 
Come d^ occulta a' jini suoi cagione; 
E nelVistante che a si dura prova 
La sconfinata tua virtH s'oppone, 
Forse negli alti suoi decreti^ o cara, 
A te piu lieto Vavvenir prepara. 



— 208 ~ 

QuelVignoto garzon die di lontano 
A'vea costume di seguirti ognora^ 
QuelVignoto garzone d il mio germano, 
Che se un giorno t'amava ed or fadora; 
Or die il lieto pensiero V assecura 
Di lenir col suo amor la tua sventnra. 

E poi die un dolce sovvenir Vaffida 

Che straniero al tuo cor non fu gioMw/ii^ 
La soave speranza a te lo guiida 
Che Vaffetto suo santo accoglierai, 
E per Tnia hocca supplicando chiede 
D^offrirti la sua 'mano e la sua fede. — 

Come il foi^lio ebbe letto, un solo accento 
II labbro suo non proferi, ma quanto 
Fosse immenso il ^ioir di quel momento 
Degli ooclii suoi lo disvelava il pianto, 
II pianto, questa non mendace 6 sola, 
Piu della gioia che del duol, parola. 

Corsi appena due di, presso P arnica 
Coiratteso fratel Bice scendea: 
Nei nuovi amplessi I'amistado antica 
Bella del prisco suo vigor sorgea ; 
Ed un'altra in quel di sacra promessa 
Strinse tre vite in una vita istessa. 

E fu vita d^amor, vita di care 
Ineffabili gioie — e la serena 
Felicita di quel modesto lare 
E rindivisa di que' cor catena 
Mostrar che sempre non si cer<5a invano 
La vera pace nel consorzio umano. — • 

giovinette, se la breve istoria 
Che v'ho narrata in disadorna rima 
Non vi giovi serbar nella memoria, 
Almen nel docil cor qu€'Sto s'imprima: 
Cbe nel mondo sperar sempre non lice 
Ad ogni Estella/ una s^^nda BieB. 



~ 209 -^ ; 

GIAELLO L'OMICIDA. 

I. 

- « ^ Stringete, stringete ! le vostre catene 
Mi serrino i polsi, mi solchin 1© vene; 
M'uccida la fame, mi strazi la verga, 
Distillino sangue le ignude mie terga : 
Piu muto del marmo cli-o chiude ravello, 
giudici, il labbro sara di Giaello. d — 

questa gittava superba disfida 

Ai giudici in volto Giael romicida. — 

Satellite iniquo d'iniqua masnada, 

Di sangue maocliiava la nostra contrada; 

Sul labbro di tutti temuto, siccomo 

L'artiglio d'un orso, correva il suo nome. 

ongiunta in arcana terribile lega 
Fra Pombre viveva la sozza congrega : 
Al villico inerme predavano il pane, 
Stendeano alio cbies^ 1© mani profane: 
Nei poveri ostelli, nelPaure magioni 
Metteano Tugne qne' cento ladroni. 

invan deirumana giustizia la spada 
Vegliava sui passi deirempia masnada: 
Tin solo fra mille con libera voce 
Gridava assassino Gia/ello il feroce; ^ 
E il giorno clie venne segnavasi a dito 
A un albero appeso quell'nnico ardito. 

a earco di ferri, ma in ceppi costretto 
Vivea da quel giorno Giaello il sospetto! 
Giustizia stringeva con mano secura 
II nodo intricato deU'empia congiura, 
Ma muto e superbo sdegnava quel fiero 
Discior di quel nodo I'audace mistero. 
JSINATO - Poe$H 14 



~ 210 — 

D'un mite perdono la certa prom-e&sa, 

Gli mormora invano: — Conf'ossa, confessa! 
— Confessa, assassino! — la fame ^li ^rida; 
Gli fischia la ver^a: — confessa, omicida! 
Ma il facil perdono, la sferza, la fame 
Non doman qneiralma si grande e si infame. 

Giu gill nel profondo d'un carcere osouro 
ITn'ampia catena sta infissa nel mnro, 
E sotto la morsa deirultimo anello 
II piede rinserra del fiero Giaello... 
Fell'andito buio, suirnscio di ferro 
II passo risuona del vigile sgherro. 

11. 

Stride sui f errei cardini 
L'irriigginita porta, 
Dentro Torrendo carcexe 
Piove una luco smorta, 
E suUa muta soglia, 
Come su bruno altar, 
Bianco e gentil fantasima 
Una fanciulla appar. 

D'un lampo il fosco ciglio 
Del prigionier balena, 
Ed un giocondo fremito 
Scuote la sua catena: 
— « Ob mia sorella! ob runico 
Delia mia vita amor! » 
E coll'ardenti braccia 
Se la cbiudeva al cor. 

— (( Se tu sapessi, o misera, 
Quanto di te pensai! 
Guarda, di gioia io lagrimo, 
lo cbe non piansi mai... 
Qui sulla nuda paglia 
Vieni a seder con me: 
E' un paradise il carcere, 
Bit^t, vicino a te. 



— 211 — 

Nel s.ang'uinoso turbine 
Delia fatal mia vita 
Santo e soave un palpito 
lo ti serbai, mia Eita : 
D'ogni nequizia il soffio 
Sovra il mio cor pas so. 
Ma la tua cara imagine 
Oontaminar non pno. 

Come in un ciel di tenebre 
Una romita stella, 
Solo fra tante infamie 
Splende il tuo amor, sorella ! 
On, se un'estrema grazia 
Oso invocar dal ciel, 
Su te non scenda, o misera, 
L'onta del tuo fratel. » — 

'osi parlava, e in tenero 
Suon di pieta la voce 
Moriva suirindomito 
Labbro di quel feroce. 
Di quest'amor Teffluvio 
Casto serbo oosi 
Ei che tra il sangue e Porgie 
Trasse gl'infami di. 

h*of onda , imperscrutabile 
E' la natura umana, 
Che pur tra il fango germina 
Qualche virtude arcana. 
Come suirirte roocie 
Cresoe talvolta un fior, 
Ancb'ei cliiudeva nell'anima 
Questo gentile amor. 

|] I'uom, di Dio dimentico. 
Per la diletta suora, 
Trovava in fondo alPanima 
Una pregliiera ancora. 
Oh! forse che queH'unica 
Prece dell'uom crudel 
Non trovi anch'essa un angelo 
Che la sollevi al ciel ! 



~ 212 — 

III. 

— « M'odi, fratello mio! pria di lasciarti 
Tin grande arcano vo' rx)nfidarti : 
Amo, e tremendo m'arde nel core 
Questo mio amore. 

d E Tuom che vive nel mio pDusiero 
A be, Giaello, non e straniero : 
Nei di che Mro lo vidi sposso 
A te dappresso. 

cc Sopra la va^sta fronte severa 
Tutta gli splende ranima altera: 
E aucli'esso, al pari di te, Gia/eilo, 
E' forte, e bello. 

a Suirorizzonte del viver mio 
Astro solinj2;o lo pose Iddio, 
Perclie men fosca fosse la vita 
Delia tua Rita. 

« Nel di clie i^^nota, eodarda accusa 
T'lia questa orrenda pogion dischiusa, 
Egli in queH'ora triste e soleniie 
A me ^en A^enne. 

« Seriti, mi disse, su te disce-'^o 
E^ d^un'immneiisa sventura il peso: 
Sola ncl rnondo, povera viesta, 
Che far ii resta? 

(( Vieiii, mta Rita, vieni, amor inio, 
Sard tuo sposo dinanzi a Dio; 
Coil Tiie dimsa, ti fia inen dura 
La tua sciagura. » 

« E si dicendo la man^ mi diede, 
E iiiviolabil pegiio di fede 
Questo mi porse splendido anello... 

Guarda, Giaello! » — 



— gl3 — 

dubbio lume del career nero 
Eitto sal cubito il priit^^-ioniero, 
ySovra la gemma ^ittaudo un ^-uardo, 
Grida: — Ric^ardo! 

iccardol ~ .0 in suon d'orror la voce 
YvemQ sul labbro di quel feroce, 
E neirardente pupilla un truce ' 
Lampo riluce. 

i quella gemma la turpe istoria 
Eatta gli corse per la memoria; 
Sovr'e^sa a note di sangue scritto 
Les*se un delitto : 

a tacque, e vinto Purto deiralma, 
bul tier sembiante toruo la calma : 
Indi alia cara suora rivolto, 

Ba-ciolla in volto. 

« Nel volger lungo della tua vita 
iJi me t,alvolta sovvienti, o Rita; 
lo t'avro sempre nel pensier mio.'.. 
Sorella, addio ! » — • 

I m quest'ultimo fraterno amplesso 
bpirava il breve gaudio concesso ; 
beorron le sbarre dietro il cancello... 
Solo e Giaello. 

rse la notte, giunse il dimane; 
-ti quando il negro tozzo di pan© 
Alrora usata reco la Bcolta, 

a Guardiano, asc^lta! » 

K>n5 la voce deH'omicida : 

--^ « Dinanzi ai giudici tosto mi guida : 

Use tremende, sol note a Dio, 

S velar degg'io. p — ^ 

per un ordine lungo di scale 
uiunse al cospetto del tribunale, 
t cio che il labbro 8vel5 del fiero, 
Restd mistexo. 



— 214 — 

IV. 

Ma dopo sei giorni lontana lontana 

La grande campana — si sente ocliegti^iar ; 
Del brimo torrione si scliiiide il cancello, 
Di birri un drappello — comincia a sfila 
E Tun dopo Taltro fra i ceppi soBanti 
Fuor esce la torma dei cento bricranti. 

ffn'onda di plebe fremente, commossa 
S'inealza, s'ingrossa — per Tampio sentie 
S'accalca sui tetti, s'affolla ai balconi... 
Son cento i ladroai — dannati a cader i 
Correte, oorrete da tutte le bande, j 

Non torna due volte spettaool si grande! 



Son giunti alio spalto : d'nn mobile strato 
Di teste e selciato — Tinfame terren : 
Dovunque e silenzio, silenzio profondo ; i 
E ritte sul fondo — d'un cielo seren 
A neri contorni si van disegnando 
Le travi gig^anti del palco nefando. 

E la dell'orrendo patibolo al piede 
In atto si vede — d'immenso dolor 
Assisa una bianca fanciulla tremante, 
SolTusa il seimbiante — d'un freddo sudor 
E' Eita, che al caro fratello perduto 
D'un ultimo sguardo riserba il saluto. 

Ma dei condannati la truce coorte 

Al luogo di morte — s'appressa e rista: 
Gi^ il boia e salito al palco eminente; 
La scure lucent^ — nel pugno gli sta; 
E al funebre invito dell' ultimo appello 
Dal gruppo omicida s'avanza Giaello. 

Con passo secure le ripide scale 
Del palco fatale — I'altero monto; 
Poi volto alia suora, con gioia infinita, 
— « T'ho salva, mia Eita » — dalFalto g 
E sui condannati vibrando^ lo sguardOj 
II pallido volto segno di Eiccafdo!.., 



— 215 — 

IL PERDONO. 

(Frammento di novella): 



a — M'odi, Lisetta, il padre mio, tu il sai, 
A ricche nozze mi volea serbata; 
E poi che invan pian^endo io ^li svelai 
Che ad altri avea la fede mia ^iurata, 
Come amor disperato mi consig'lia, 
Euggendo abbandonai patria e famigliai 

Al mio Giulio fui sposa — e il tanto amore 
Ch^egli in me pose, o mia diletta amica, 
A poco a poco mi piovea nel core 
Quasi I'oblio della mia colpa antica, 
Cli^ tutto quanto avea di caro al mondo 
Tiitto perdeasi in qnesto amor profondo. 

Poveri entrambi, a nidi uffici omai 
L'aspto bisogno avea me pnr costretto ; 
Pero, tel giuro, io non rimpiansi mai 
Gli agi perduti del paterno tetto; 
Perche, divisa col mio Giulio, ancli'esisa 
Mi paroa bella la miseria istessa. 

Ma da due giorni io sono madre, e allora 
Che questo nome al mio pensier s'affaccia, 
Quella miseria ch'io sprezzai finora 
Come un orrido spsttro il cor m'agghiaccia ; 
E fra le angoiscie del bisogno estremo 
Non gia per me, per la mia figlia io tremo 

E poi, vedi! dal di che il cor s'apria 
Alle dolcezze del materno affetto, 
Piii dolorosa al mio pensier venia 
La memoria del mio padre diletto ; 
Che il stio lungo patire io rargomento 

Dal tanto amor cho per mia figlia io sento. 



— 216 — 

Ne mai vivo oosi siccome adesso 
II rimorso provai deirabbandono; 
Pur sen to m cor clie s'io gli fossi appresBO 
Negar uon mi vorrebbe il isuo perdono, 
Quand'io il chiedessi al suo o^inoccliio china 
Nel santo nome della mia bambina. 

A lui scriver volea, ma al desir mio 
Non corrispose questa debil mano 
Dal lungo morbo affaticata — ed io 
A te pensai, mia Lisa^ onde al lontano 
Mio genitor la tua pieta descriva 
In quali pene la sua figlia or viva.. 

Tu gli dirai che lungamente ho pianto, 
E con lagrime amare, il mio peocato; 
Ma digli ancor die in nobil core e santo 
II mio povero amore ebbi locato, 
E se il mio Giulio conosoasse, oh allora 
Coane mi amava mi amerebbe ancora. 

Digli che sempre col pensier ritorno 
Al desiderio del natal mio tetto, 
Ch-e una sola non passo ora del giorno 
Senza ch'io pianga il suo perduto ali'etto, 
E ogni volta che prega il labbro mio, 
Sempre il suo nome raccomanda a Dio. 

Digli di quante traversie fui segno 
E quanta angoecia mi pee6 sul cuore! 
Che se pur fermo in queiraiitico sdegno, 
Onde punia quest'innocente amore, 
Ei mi rigetta dal paterno seno, 
La figlia aocolga di eua figlia almeno. 

Digli che forse poco tempo ancora 
Quaggiu di vita mi sara conoesso, 
E s'fe volere del Signer ch'io mora 
Senza la gioia del suo dolce amplesso, 
Conceda almeno a questa poveretta 
Di morir perdonata e benedetta. — » 



—217 — 

)osi parlava dairinsonne letto 
La sventurata — e tra i singhiozzi e il pianto 
Rotta le tiscia dall'affannoso petto 
La commovente sua parola. Intanto 
La fida arnica con trepida mano 
Vergava il foglio al genitor lontano. — 

!or>ser piu giorni, ne novella alcuna 
Quell infelice a confortar giungea : 
Ma mentre un giorno alia vegliata cuna 
Delia sua figliuoletta ella sedea, 
Dello stemma paterno suggellato 
Un aureo stipo le Tenia recato. 

^repidando lo schiuse, e &cintillante 
Dei mille raggi che spandeva intorno 
II gemmato monil si vide innante, 
Onde sua madre s'adomava un giorno; 

j E appese alForlo di quel ricco dono 
Queste sante pajTole: to ti perdono! 

lando un grido di gioia, ed era il grido 
Del naufrago che in mezzo alia tempesta 
Ode una voce che gli aocenna il lido: 
E quella fronte cosi bella e mesta, 
Delrantiea tristezza infranto il velo, 
Raggiava un gaudio che parea di cielo. 

I mentre in atto di pieta infinita 
Al generoso padre benedia, 
E quegli aocenti che le dier la vita 
De' suoi fervidi baci ricopria, 
S'apre la porta e, gioia immensa e nuova, 
In braocio al caro genitor si trova. 

[ giorno appresso dal vicin villaggio 
Meravigliando il popolo accorrea 
Al romor d'uno splendido equipaggio 
Che dall'erta oollina discendea; 
E al veroncel della sua stanza assisa 
II mesto sguardo lo seguia di Lisa, 



— 218 — 



FN FALLO 



E dal ver9n lanciandosi, 
Giii nella via baizo ... 



Quindicenne verginella, 
Dolce, aflabile corte&e, 
Era Lena la pm bella 
Fra le belle del paose; 
II divino Eaffaello 
L'avria presa per modello. 

Quando ai giorni della festa 
Kitornava dalla Messa, 
Con queiraria si modesta 
Colla fronte si dimessa, 
Le dieeano al sno passaggio : 
' — Guarda Tangiol del yillaggio! 

Nella madre cbe langnia 
Sovra un letto di dolore 
Concentrava quella pia 
Tutti i palpiti del core; 
Altra cura f uor di questa 
Non aveva quella mesta. 

Ma fu invan cbe all'origliero 
Della cara sofferente 
Veglio sempre il sno pensiero 
Colla fe deirinnocente: 
Quella fiera malattia 
La sua madre le rapia ! 



— 219 — 

Or che fiola s'incammina 
Senza guida, senza aita, 
Questa poYera tapina 
Nel sentiero della vita, 
Chi fia scudo airorfanella, 
Giovin tan to e tanto belia? — 

Una sera, mentre nscia 
Dalla prossima chie&etta, 
Alia svolta d'una via 
La solinga giovinetta 
S'incontro nelFoccliio nero 
D'un leggiadro cavaliero. . 

E il leggiadro cavaliero 
Che la bella avea scontrato, 
Si chiamava il conte Uggero 
Che dagli avi avea redato, 
Oltre il vasto suo reta^'^io, 
Anche il feudo del villaggio. 

Giunta a casa Tinnocente 
Giovinetta quelia sera 
Eecito distrattamente 
La sua solita preghiora. 
II di dopo e Taltro appresso 
Incontrollo al luogo istesso. 

Cosi corse intorno a un mese, 
E di Lena a poco a poco 
Dentro Tanima s'accese 
DelPamore il primo foco; 
Corse nn mese, e fino allora 
Innooente ell'era ancora. 

Ma nna notte che piovea, 
Ch'era il cielo nero nero, 
Una porta si schiudea 
Al leggiadro cavaliero.... 
Dio I che notte fu mai quelia 
Per la povera orf anella ! 



— 220 — 

II. 

— « Perche lasciarmi si mesta e si sola 
Senza il conforto d'tina parola? 
Lo sai tu pure che notte e fyiorno 
Sospiro air ora del tuo ritorno ; 
Lo sai clie foschi passan cosi 
In una vana lusin^a i di! 

« Con Tolo assiduo, mio doloe Ugg^ero, 
Ti segue I'ala del mio pensiero : 
Se tra le foglie mormora il vento, 
Del mio diletto la voce io sento ; 
Nella piu fulgida stella del ciel 
Lo sguardo io eerco del mio fedeL 

« Ben ei partendo m'avea promesso 

Che in capo a un mese I'avrei qui presso; 
M'avea giurato dinanzi a Dio 
Che diverrebbe lo sposo mio, 
Che coi profumi dei primi fior 
L'avi'ei di nuovo serrato al cor. 

« Ma tanti mesi passar finora, 
Ed il mio sposo non torna anoora! 
Restava un fiore laggiii neirorto, 
L'ultimo fiore... ma anch'esso e morto; 
E' morto anch'esiso Tultimo fior, 
Ed il mio sposo non torna aneor. 

a Udisse almeno la voce mia! 
Ma niun sa dirmi dov'egli sia... 
Lontano forse dal ciel natio 
Ei vive immemore delPamor mio, 
FoiBe tra i gaudi d'un suol stranier 
Oblia la donna del suo pansier. 

« E questa misera, che Tama tanto, 
Dovra i suoi giorni oondur nel pianto? 
Vedra in un'onda d'eterni affanni 
II fior travolto de' suoi verd'anni? 
Ah no! una voce mi grida al oor 
Ohe dovr6 un giorno ved^rlo an<*>ir! » • 



— 221 — 

Chiusa nel suo silenzio, 
La sventurata Lena 
Versa cosi dairanima 
Del suo dolor la piena ; 
E sul perduto ^audio 
Del tempo cho fug^i 
Lenti, angosciosi passano, 
L'un dopo Taltro i di. 

Gia sulla faccia pallida 
Delia ^entil tradita 
Illanffuidia la vergin© 
Frescnezza della vita: 
— a Vieni, dicea la misera, 
Vieni, mio dolce amor! a — 
T^on lo vedea mai giun^ere 
E Taspettava ancor. 

Ma un di per Taere insolita 
Intende un'armonia, 
Vede un festante popolo 
Formicolar per via; 
China la fronte mesta 
Per dimandar cos'e : 
Tutto il villaggio in festa 
E non sapea perche. 

— Viva gli sposi ; — unanime 
Un grido a lei risponde ; 
E tra la folia, simile 
A nave in mezzo alPonde, 
Lento s'avanza un cocchio 
B/icco di gemme e d^or, 
E su quel eoochio piovono 
Benedizioni e fior. 

Povera Lena! ai morbidi 
Velluti abbandonata, 
Lieta vedea sorridexe 
La bella fidanzata ; 
Vedea al suo fianco assiso 
Un giovine signor... 
Non lo scorgeva, in viso, 
Pur le batteva il cor. 



— 222 — 

Ma quando suH'estranio 
Fisse I'ardent-e sguardo 
E ravviso rimma^ine 
Del seduttor codardo, 
a Oh sposo mio ! » nell'inipefc.3 
Del sue dolor grido, 
E dal veron lanciandosi 
Giu nella via balzo I 



III. 



E' jpresso la iiotte: — • per I'aere tranquillo 
Del bronzo lugubre — risuona lo squillo ; 
E accese le faci — di pallida oera 
Procede dal tempio — lungliissima schiera. 

Ornato il levita — di Candida stola 
Per via mormorava — la santa parola, 
E Teco lontano — Ionian ripetea 
II funebre canto — delV Ora pro ea, 

Ra^giunta la soglia — delPnmil casetta, 
Concorde in ginoccliio — la turba si getta... 
Dal letto di morte — la povera Lena 
TJdia salmeggiare — la pia cantilena. 

E chiuse le palme — sul petto anelant^-, 
Di lieve rossore — soffusa il sembiante, 
Al niistico cibo — le labbra porg-ea, 
Tra il canto iterato — dell'Om pro ea, 

Osanna al Signore! — snll'egra pupilla 
La calma soave — del giusto sfavilla, 
E via dalla fronte — si pallida e bella 
I solcbi del lungo — martirio cancella. 

Silenzio, silenzio ! — la santa clie muore 
L'estrema parola — confida al Signore; 
Siccome d'un'arpa — percossa dal vento 
Sommesso snl labbro — le trema Taccento, 



— 223 — 

« Mio Dio, ti ringrazio ! — di me ti rammeiiti 
relPora suprema — de' miei patimenti : 
£io Dio, ti ringrazio! — davanti al tuo trono 
ja, rea che t'offe&e — ritrova perdono. 

)on lagrime lunghe — ben io I'ho scontato 
1 gaudio f ugace — del primo peccato ; 
la adesso nel bacio, — che Iddio mi consente, 
vergin ritorno — ritorno innocente. 

juardato la in alto I — che manto di stelle, 
)he li^to concento — d'ignote favelle! 
)el cielo dischiuse — gia veggo le porte... 
inal vita di gaudi — mi serta la morte! 

ila pria che a te voli — lo spirito mio 
In altro perdono — ti chiedo, gran Dio! 
•e il prego ti muove — di questa pentita, 
Liruomo perdona — - che m'ebbe tradita! b ~ 

jui piu non disse: — la povera Lena 
Ihino snl guanciale — la fronte serena; 
J in grembo al Signore passava cosi 
ja povera Lena — che tanto pati! 



224 — 



LE DUE MADRI. 



Sulle rive dell a Loir a, 

Clie qual serpe inar^entata 
Solca via i>er cento mi^lia 
Una terra avventurata, 
Leva il capo alle^ra e bella 
Di Somiir la cittaclella. 

Come ^aie ^iovinette 

Che si ba^nano neironda, 
Le sue candide casette 
Si distendon sulla "sponda, 
Qua scoperto e la nascose 
Tra i vi^neti e tra le rose. 

Sempre limpido e il suo cielo, 
Sempre azzurra la riviera, 
Non ha caldo, non ha gelo, 
E' un'eterna primavera. 
Com'e allegra, com'e bella 
Di Somur la cittadella! 

E li presso alle sue mura, 
Quasi morbido guanciale, 
Col suo manto di verzura, 
ColPombria del suo viale, 
Lieve lieve &i declina 
II pendio d'una colHna, 



— 225 — 

Ma non tutto e paradiso 
Questo verde e questi fieri, 
Ma frammezzo a tanto riso 
Sta una casa di dolori, 
Ma di pazzi un 0«pitale 
SoTge in fondo a quel riale. 

Nel silenzio d©lle notti, 
Sulle fosche ali del vento 
Cupi, flebili, interrotti 
S'odon suoni di lam©nto> 
Lieti canti e strane voci 
E bestemmie e risa atroci! 

Ed un acre desiderio, 
Che non osi interrogar. 
Quel- di vivi cimiterio 
Ti sospinge a visitar. 

II. 

un bel tramonto suirultim'ora 
Una vezzosa giovin signora, 
lenendo a mano la sua bainbina, 
Salia la china. 

volta in lievi candidi panni 
Era pur bella co' suoi cinque anni ! 
Fresca, ridente, lep^o^iadra e snella, 
i Era pur bella! 

& per le spalle siccome un'onda 
Piovea la chioma lucente e bionda; 
Do' provocanti sguardi viyaci 

Chiamava i baci. 

« Mamma, diceale, nta questi matti 
Sapresti dirmi come son f atti? 
ph, come e quanto vederli io bramo!... 

Mamm»a, corriamo. » — 

WTATO • Poetie 15 



— 226 — 

Schiuso e il cancello : montan due scale, 
Son iiel cortile deirOspitale. — 
L^ora del libero passeggio e questa, 
Ora di festa. 

L'un ^^ravemente su e giu passe^f^ia, 
Questi declama, quegli solfep^^ia, 
Chi salta e danz.a, clii al suol s'asside, 
Chi canta e ride. 

La in fondo sola sopra una panca, 
Come da un lung^o travag-lio stanca, 
Sparsa le chiome, brana la ^onna, 
Siede una donna. 

Giii per le guancie pallide tanto 
Scende un antico solco di pianto: 
Intorno intorno stupidi e tardi 
Volge gli sguardi. 

Leggiadro pegno d'un primo amore, 
IJna bambina le die il Signore: 
Avev.a un'aria di cherubino^ 

Quel suo visino! 

Coime Tamava la sua fanciulla, 
Come vegliava presso la culla! 
Era un affetto santo e profondo, 
Era il suo mondo. 

Ma quella gemma della sua vita 
Da crude morbo le fu rapita : 
Dal lungo affranta dolor perenne 
Pazz^a divenne. 

E da cinque anni la poveretta 
Attende ancora la sua diletta, 
E chiede a tutti se Than veduta 
La sua perduta. 

Oh ! chi ne vede Tansia infinita 

Su quella squallida f rente scolpita, 
Sente nell'anima oom-e un incanto 

Che sforza al pianto. 



— 227 — 

E la cortese straniera anch'esisa 
Air in felloe madre s'appressa, 
CKe irresistibile le soende al core 
Quel gran dolore. 

Sospesa al lembo della sua vesta 
La fanciullina sporge la testa, 
E colle lagrime negli occhi esclama: 
(( Povera grama! » 

Poi dolcemente le si avvicina 
E colla timida bianca manina 
Carezza iJ bruno crine cadente 
Della demente. 

ScO'Ssa a quel tocco, la sventurata 
Suirangioletto slancia un'occbiata, 
Ed uno strano lampo le brilla 
INTella pupilla. 

Poi fiso fiso la guarda in faccia 
Manda uno strido, schiude le braccia, 
E con un impeto d' immense affetto 
La serra al petto. 

— « Oh figlia, figlia! Come profonda 
E^^ quest'ebbrezza cbe il €or m'inonda! 
Dio, neireccesso di tanta gioia, 

Dell, fa cb'io muoia! 

a Ma, no morire! vivere adesso 
Che di trovarti mi fu concesso, 
Viverti sempre, sempre vicina. 
La mia bambina! 

« Qui qui t'assidi su' miei ginocchi, 
Ch'io me li baci que' tuoi begli occhi, 
Ch'io li dimentichi questi cinque anni 
D'orrendi affanni. 

« Dal di fat ale ch'io ti perdei, 
Non han piii lagrime questi occhi miei; 
Ma tanta I'estasi e di quest'ora 

Che piango ancora. 



— 228 — 

<c Dimiiii ! ma dove, dove sei stata 
Tutti questi anni ch'io t'ho oercata? 
Forse tra i gaudi delPaltra vita 
Sei tu salita? 

a Ma invan su in cielo tu dimandavi 
I miei gio-condi baci soavi; 
E alP amoroso materno amplesso 
Ritorni adesso. 

« Eitorni adesso, ne piu, piu mai 
Da queste braccia mi f uggirai : 
Morrei, lo sento, se un'altra volta 
Mi fossi tolta! — » 

III. 

Cosi parlava — e airanelante petto 
La fanciulla stringea oonvulsamentej 
E nell'ebbrezza delPilluso aff-etto 
Scoccava i baci dalla bocca ardente: 
Era una febbre d'inj6.nito amore 
Che le struggea soavemente il core. 

E al suo collo la cara fanciulletta 
Colle piccole mani s'appendea 
E baciava essa pur la poveretta 
E un soxriso d'amor le sorridea; 
Ne la giovane madre osava intanto 
Turbare il gaudio di quel brev>e incanto. 

Ma il cadente crepuscol della sera 
Manda dairalto la sua luce smorta, 
E de' custodi la temuta ©chiera 
Dell'interna scalea scbiude la porta; 
Che la campana deirOspizio appella 
La famiglia dei pazzi alia lor cella. ^ 

E I'amabil straniera, a cui pur costa 

Struggere il gaudio di quel santo errore, 
Alia povera illusa alfin s'acoosta, 
Dicendole in pietoso atto d'amore: 
— « Partir m'o forza e torti, o eventurata, 
Questa mia cara chb fi f^ be'aia. j> — 



— 229 -^ 

Balzo in piedi la \)azz3Ly e con feroce 
Terror, string^endo la f anciulla al petto : 
— a Chi sei tn, le f^rido con aspra voce, 
Che a turbar vieni il mio materno affetto? 
Non sai tn che ne Satana ne Dio 
Potrian rapirmi Tan^ioletto mio? 

« Lungi, luugi da me! guai chi s'attenti 
TJn &ol lembo toccar della sua vesta; 
Pria che strapparla alle mie braccia ardenti, 
Con queste man le spezzero la testa; 
Ah! si, ucciderla pria che un'altra volta 
Al mio amor disperato ella sia tolta! » — 

La preg^hiera non valse e la ininaccia 
La tempesta a calmar della sua mente; 
Che, sollevando colle scarne bra<icia 
II fragil corpicciol deirinnocente, 
Se le mioveano incontro un passo solo, 
Facea sembiante di slanciarla al suolo. 

E si fermo in quegli atti e in quegli accenti 
II suo fiero proposito trainee, 
Ch'e pur d^uopo laseiarla e da^4i eventi 
Della notte aspettar consi^lio e luce ; 
Ond'e che tutti s'-appartaro, ed ella 
Corre colla fanciulla alia sua cella. 

E qui in fretta oomposto il lettiociuolo. 
La sua cara bambina vi depone, 
E le pieghe del ruvido lenzuolo 
Con affannosa cura le dispone; 
Poi lietamente al cappezal s'asside 
E la guarda e la bacia e le sorride. 

Sotto la man, che molle I'accarezza, 
La fanciulla i suoi grandi occhi socchiude, 
Ed al sonno cedendo e alia stanchezza;, 
In un dolce sopor tutta si chiude; 
Mentre la pazza che le stava aocanto, 
I suoi sonni blandia con questo canto: 



— 230 — 

« Dormi, o fanciulla! al placido 
Guancial del tuo riposo 
Angiol custode vi^ila 
II mio sguardo geloso ; 
E il bacio interininabile 
Che dal mio labbro cade, 
Come una dolce miisica 

I sonni tuoi sliade. 

a Dormi, o fanciulla! e laseia 
Ch^io possa ancor vederle 
E di mia mano aster^ere 
De' tuoi sudor le perle ; 
Laseia che in tutta I'estasi 
D'un sovruman deliro 
Ancor m'inebri ad tepido 
Soffio del tuo respire. 

a Bella sei pur! la guancia 
Tinta e in color di rosa ; 
Sovra le ignude braccia 
La testolina posa, 
Ed in gentil disordine 
La fronte ti circonda 
La vaporosa aureola 
Delia tua chioma bionda. 

« Bella sei pur! nel placido 
Riposo del tuo volto 
Parmi vedere an ra^g-io 
Del paradise accolto ; 
E nel celesta gaudio 
Che dal sembiant'O effondi, 
Veggo danzar le imagini 
De' sogni tuoi giocondi. 

a Sogna! ed in sogno I'iride 
Ti piova i suoi colori, 
Le stelle il lore riggio, 

II lor prof umo i fiori ; 
E la Beata Yergine 
Mandi dal suo soggiorno 
Una corona d'angeli 

A carolarti intorno. » 



— 231 — 

qui fio'Ca la voce si facea 

Come il suon di lontana arpa ^emente, 

E la stanca sua fronte ricadea 

Sul guancial delia piccola dormente: 

E' il sonno delle anticlie ore tranquille 

Clie torna anoora suUe sue pupille. 

la giovin madre tuttaquanta assorta 
In quel terror, ch'ogni terrore avanza, 
Dallo sportello della ferrea porta 
Spingea lo s^^uardo neH'oscura stanza, 
E o^ni moto, o^ni bacio, oj^ni rumore, 
Era un pugnal ehe le passava il core. 

la come tutto fu silenzio e solo 
Dei du^ respiri s'udia la cadenza, 
Pian piano entra un custode, al letticciuolo 
Sommessamente s'avvicina, e senza 
Destar la fanciulletta che dormia, 
Einchiude Tuscio e se la porta via. 

flise un grido la madre, un ^rido acuto 
Che per T ample echeg'gio volte sonore, 
E baciando il suo caro ano^iol perduto, 
Con gaudio immense se lo chiude al core, 
E cosi stretto alle materne braccia 
Via via pel buio corridor si caccia. 

ia, risoossa la pazza al grido strano, 
Delia sua solitudine s'avvede; 
Gira intorno gli sguardi e da lontano 
Per lo .spiraglio della porta vede, 
Sotto la luce del fanal morente^ 
La veste biancheggiar della fuggente. 

Jn tremendo ruggi strido di rabbia, 
Di sangue s'iniettar gli 0€clii schizzanti, 
E colla scliiuma alle livide iabbia, 
Stese le braccia e si sospinse avanti; 
Scrollo tre volte rinvincibil porta... 
Poi ricadde riversa, ed era mortal 



— 232 — 



MALVINA. 



Sul far dell 'alba — ogni mattina 
Alia fontana — soendea Malvina, 
E 1^, seduta — sovra la sponda, 
II piociol piede — fidava all'onda; 
II sole in tan to — dairorizzonte 
II prime rag^io — batteale in fronte. 

Avea Malvina — candido il viso 
Siooom^e il calice — d'un fiordaliso, 
Azzurro Poechio — siocome un cielo 
Clie non ha nube — che non ha velo, 
E quando all'aura — il crin sciogliea, 
Piangente salice — ella parea. 

Passa un estranio — vede la bella, 
A lei s'accosta — e le favella: 
— « Vaga- fanciulla, — so alexin ti vede 
Bagnar nelPonda — il picciol piede, 
Irresistibile — desio lo tocca 
Di porre un bacio — sulla tua bocca. » - 

— a Non soffermarti, — gentil straniero, 
Seguita seguita — il tuo sentiero; 
Guai s-e mia madrc — sa ch'io favello 
Alia fontana eon questo e quello! 
Duncjue ti prego, — stranier, va via, 
Voglio obbedire — la madre mia. » — 



~ 233 -- 

.— « Ma quest' anello — questa lucenle 
Gemma irragg^iata — dal sol nascente, 
Per to la serbo, — ninfa vezzosa, 
Se non t'e grave — I'essormi sposa; 
Che suiraltare — dinanzi a Dio 
Esiser tuo sposo, — bella, vogrio. » — 

— « Averti a sposo — ben io vorria, 
Ma non vorrebbe — la madre mia. 
Non soffermarti, — gentil straniero, 
Seguita s^guita — il tuo sentiero... 
Giurato a Pietro — ho Tamor mio, 
Addio straniero, — per sempre addio! » — 

— a Ma per chi t'ama — di tanto amore, 
Cmdele, un palpito — non La il tuo cuore? — • 
Corre alia madre, — prega, ma invano! 

— « Promessa a Pietro — hai la tua mano; 
A lui tien fed©: — fe la sventura 
Retaggio eterno — della spergiura. » — 

Pianse Malvina — d'amaro pianto, 
Ma eoU'estranio — fuggiva intanto. 
Oh poveretta! — oh poveretta! 
La v-ecchia madre — ■ Tha maledetta ; 
Fugge lontano, — ma la sventura 
Pesa sul capo — della spergiura. 

Sparse le chiomo, — lacero il piede, 
Chiese perdono, — chiese meroede; 
Risero m faocia — alia reietta... 
La veochia madre — Tha maledetta! 
Morta e Malvina!... — e la sventura 
Betaggio eterno — della spergiura! 



.^ ^u - 



L'ORA DI EICEEAZIONE 



Com'e dolce quest' aura tranquilla 
Che il profuino deliba dei fior! 
Com'e bella quest'onda che brilla 
Sotto il rag^io del sole che muor ! 

Oh il tramonto d'autunno e pur vago 
Sullo specchio azizurrino d'un lago! 

Ma agrincanti che m' off re natura 
Or .sueoed'e un incauto novel ; 
Ma m'invola piu doloe una €ura 
A quell'aura, a quell'onda, a quel ciel... 
Come Teco d'un baeio, m'arriva 
De' miei figli la voce f estiva. 

Or che al compito ingrato v'ha tolti 

L'invocato tramonto del sol, 

Augelletti dal carcere sciolti, 

Voi battete piu libero il vol ; 

E sul labbro vi suona piu lieto 
II tripudio dell' alma segreto. 

Si volate agli usati trastulli, 

Come Tape che vola a' suoi fior; 
Ma, siocome quell'ape, o fanciulli, 
Trae dai fieri di mele un tesor, 

E a voi pure que' giuochi infantili 
Sieno scuola d'affetti gentili. 

Se un augello nel nido scoprite, 

Nol private di sua liberta: 

Se alle cure materne il rapite, 

QueU'augello domani morra! 

Cosi apprendano i vergini cuori 
La pieta d-egli umani dolori. 



— 236 — 

9 dell'onda nel sen trasparente 
Voi oorrete le insidie a gittar, 
L'ingordigia del pe&ce imprudente 
Ch^al yostr'amo si Lascia adescar, 
A voi serva d'es^mpio e di soola 
Che un villano peccato e la gola. 

uando il vol della lueciola errante 
Vi piaoete per Pombre inse^uir, 
Voi vedrete quel ra^^io incostante 
Alia luce del giorno svanir : 

Quel fallace hagliore v'apprende 

Clie or non e tutto quello che splende. 

mmirate Tindustre formica, 
Che suU'erta d'un lungo eammin 
Va spingendo con tanta fatica 
La sua messe pel verno vicin? 

QuelPindustre formica, o miei cari, 
La virtil del risparmio v' imparl. 

I cosi quelle gioie innocenti 
Che vi Sichiude la ricca natura, 
Gitteranno le prime sementi 
D'un sap ere che il tempo matura ; 

Cosi avrete nei giochi infantili 

Tina scuola d'affetti gentili. 



236 — 



AD UNA MADRE 



O femrnes, si vous pouviez aeulement entrevci 
quelques-unes dos merveiUes promises h Vh 
fluence maternelle, avec quel noble orgut 
V0U3 oatreiiez dans cecte carriere que la n 
ture vous ouvre genereusemeut depuis tant c 
slecles ! 

Aitne Martin 
Education des meres des families. 



Trilustre giovinetta 

lo ti conobbi, e nel gentil pudoro 
E nella dolce e scbietta 
Soavitk de' tuoi costumi, il core 
Per te lieti e ridenti 
DelPavvenir nii profeto gli eventi. 

E COS! fu — in un nuovo 

Cercbio d'affetti e di meonorie care 

Sposa e madre or ti trovo; 

E quella cbe dal tuo volto traspare 

Aura di cielo e tanta, 

Che a te m'incbino come a cosa santa. 

Nella pace romita 

Del domestico lare, ob come bella 

Scorre per te la vita! 

Straniera al mondo cbe ti cerca e appella, 

Nelle tue gioie arcane 

Sorridi e passi sulle gioie umane. 

Per te altro non vuoi 

Cbe un sorriso, uno sguardo, una carezza 

D-e' figlioletti tuoi : 

In lor tu vivi, e per rimmensa ebbrezza 

Di quegl'ingenui amplessi 

Tomi bambina a folleggiar eon essi. 



_ 237 ~ 

id altre pur ^li ardenti 
Tumulti dei teatri e delle danze, 
E le vesti lucenti 
E lo splendor dell-e derate stanza; 
A te la mite e pura 
Felicita di tue solin^he mura, 

5 1 parruli trastulli 
Misti airire fu^aci ed ai festosi 
Gridi de' tuoi fanciulli, 
E le assidue carezze e g\i amorosi 
Colloqui, onde a' tuoi cari 
Quelle virtu, clie ti fan bella, impari. 

)li tu il comprendi il pio 
Ministero di madre e ^li alti uffici 
Che t'ha commessi Iddio! 
All! si, tu li comprendi, e benedici 
All'incarco soave 
Che ad altri forse e doloroso e grave. 

}osi lieta e serena 
Tu vedi intanto trasvolar la vita, 
Quasi gentil catena 
Di santi gaudi e sempre nuovi ordita ; 
Che nel materno amore 
Piu crescono gli anni e meno invecchia il core. 

5pecchio alle madri e spose, 
Sul cammin della tua vita ridente 
Profumeran le rose 
Perfin tra il gelo deir-eta cadente; 
Poi che I'amor materno 
E' fior che olezza anche nel cuor del verno. 



— 238 



LA PENTITA 



Scura e la volta del firmamento, 
Lontan lontano morinora il mar; 
Scroscia la pio^gia, sibila il Yen to 
Tra le f essure del casolar ; 
E in mezzo al muo-g-hio della bnfera 
Si mesce il ^emito d'lina pre^liiera. 

E' Lisa — curva sul capezzale 

Della sua veccliia madre> che muor : 
La rimembranza trista e fatale 
Del fallo antico le scende al cor; 
E neirango.&cia di quel momento 
Manda dairanima questo lamento. — 

— « Madre, tu muoril e Tempia 
Che t'uccidea son io, 
lo che di preci inutili 
Alzo rincenso a Dio ; 
Oh ! come un sogno orrendo 
Che pace non mi da, 
Questo pensier tremendo 
Eitto nel cor mi sta. 

Eppur t'amai! nei fremiti 
Delia mia vita errante 
La tua diletta imagine 
Sompre mi stava innante; 
Fin tra le folli ebbrezze 
D'un forsennato amor, 
Madre, alle tue carezze 
Sempre tornava il cor. 



— 239 — 

« Sempre qui in fondo alPanima, 
Sempra il tuo amor serbai, 
Come una pia reliquia 
Che non si lascia mai : 
S'io non ti corsi accanto 
Poi clie fug'.oria da te, 
Era il rossor soltanto 
Che m'infrenava il pie. 

<c Al mio natal tugurio 
Fossi tornata allora! 
Forse, o innocente martire, 
Forse vivresti ancora ; 
Che al bacio ricongiunta 
Di chi t'amava ognor, 
No, non t'avria consunta 
L'ansia del tuo dolor. 

« Ma tardi io giunsi! a cresoere 
L'onta del fallo mio 
Qu'esto crudel supplizio 
Mi riserbava Iddio. 
Quando travolta Tonda 
T'avea del tuo destin, 
Povera moribonda, 
Io ti tornai vicin. 

a Oh! vorrei darti I'anima, 
Darti vorrei la vita 
Per prolungar d^un attimo 
La tua fatal partita : 
Pur d^alleviar il pondo, 
Car a, del tuo patir, 
Quanti ha tormenti il mondo 
Tutti vorrei soffrir, 

« Deh ! mi per dona, e un ultimo 
Sguardo mi dona almeno ; 
Lascia ch'io possa stringerti 
Anco una volta al seno; 
Neirinfinito duolo 
Che Dio riserba a me, 
Questo conforto siolo, 
Madre, io domando a te. 



— 240 ~ 

« Oh! se ti tocoa il ^emito 
Di questa tua pentita, 
madre, benedicimi 
Pria di lasciar la vita! 
Se mi sara concesso 
II tuo perdon cosi, 
Madre, il Sigrior anch'e&$o 
Perdonerammi un di! » — 

Lan^idamente rag^onizzante 

Dal suo ^uanciale la fronte alzo, 

E in lei fissando lo sguardo errante, 

Con moribonda voce esclamo : 

« Tu sei mia figlia,^ tua madre io sono. 

lo ti perdono... io ti perdono!... » 

E pin non disse. — Sul corpo santo 
La disperata si lascia andar!... 
Tutto h silenzio — e'ode soltanto 
Lontan lontano gemer il mare, 
Ed in lugiibre suon di lamento 
Scrosciar la piogp^ia, stridere il vento!... 



— 241 — 



STJOR ESTELLA. 



— « Presto, presto, il mio cimiero, 
La mia lancia e la mia ma^lia. 
Non udite il suon p^uerriero, 
Che mi chiama alia batta^lia? 
Degli Sforza ^li stendardi 
Tfon vedete sventolar? 
Presto in sella, o miei js^a^liardi, 
Giunta e I'ora di pujS^nar. » — 

Cosi parla — e fieramente 
Per le coltri trabalzando, 
Vibra intorno rocchio ardente 
Quasi in cerca del suo brando, 
E dairimpeto travolto 
Del suo torbido pensier, 
Tutto fiamme si fa in volto 
II giaeente cavalier. 

Gran vassallo del Ducato, 

Conte Ubaldo Buondelmonti 

Cento lancie aveva armato 

Tra i sog^etti de' suoi monti; 

Ma sul pian di Marignano 

Una palla lo colpi, 
; E all'Ospizio di Milano 
I Si trovava da quel di. — 

SINATO - Poesie 16 



— 242 — 

Sta una suora inginoochiata 
Del ferito acoanto al letto, 
Che la benda insanguinata 
Gli compone sovra il petto ; 
E col guardo supplicante 
Ed in atto di dolor 
Eaccomanda il delirante 
Alia Madre del Signer 

Come nuvola d'incenso 
Qia salia di sfera in sfera 
Fino al trono deirimmenso 
La sua fervida preghiera ; 
E nn^imagin piii tranquilla 
E piii limpido il pensier 
Sorridea nella pupilla 
Del feroce cavalier. 

— (( Clii e qnest'angiol che favella 
Presso il letto del morent-e, 
Che le tenebre scancella 
Onde avvolta avea la mente? 
Ch'io lo vegga il tno sorriso, 
Che il tuo labbro io I'oda ancor!.. 
Per condurmi in paradise 
T'ha mandate il tuo Signer? » — 

Si dicendo, i languidi occhi 
Rivolgea sulla pietosa 
Che prostesa a' suoi ginocchi 
Eimirarlo piu non osa ; 
E sufiusa il bianco volto 
D'un angelico rossor, 
Sotto il guardo a lei rivolto 
Palpitar si sente il cor. 

Corse un m-ese — e sulla fronte, 
Nobil tanto e scoloritaj 
Comparia di Buondelmonte 
II sorriso della vita : 
Ma lo sguardo della pia 
Che vegliava al suo origli-er, 
Piu lo sguardo non fuggia 
Del risorto cavalier. 



— 243 ~ 

PrQSso il letto del giacente, 
Nei silenzi del convento 
Avea S'empre nella mente 
II pensier del suo redento; 
E le rose del suo viso 
Si vedeano impallidir, 
E il suo vergine sorriso 
Convertirsi in un sospir. 

Pur tentava quella mesta 
Soongiurar mattina e sera 
De' suoi sensi la tempesta 
Col digiuno e la pre^^^hiera ; 
E le luci al suol dimesse, 
Supplicava il suo Signor, 
la vita le togliesse 
quel fascino d'amor. 



II. 



Pallida un giorno piu dell'usato, 
Di Conte ITbaldo s'asside allato ; 
E il mesto labbro di suor Estella 
Cosi f avella : 

- « Di Dio rimmensa grazia infinita 
La tua sanava mortal f erita : 
Alle tue terre fra qualclie giorno 
Farai ritorno. 

Or ch'e compiuta Topra solenne 
Che al tuo guanciale finor mi tenne, 
Eicevi, Ubaldo, dal labbro mio 
L'ultimo addio. 

Dalla mia povera cella romita, 
Dove solinga vivr5 la vita, 
A te ool fervido vol della mente 
Verio sovente. 



— 244 — 

a Verro a oeroarti, dolce fratello, 
La sotto gli archi del tuo castello, 
Delle batta^lie sul campo ste&so 
M ' a vt ai dappr esso. 

« Qui nel mio core, casto siccome 
Tin pio ricordo, vivra il tuo nome,.. 
Una memoria santa e innooente 
Dio la consente. 

(( Su quest a terra disgiunti ormai 
Non ci vedremo quaggiu piu mai : 
Ma un ^iorno in altre region piu miti 
Saremo uniti! » — 

Un improvviso sudor di morte 
Bagn.a la pallida f route del forte, 
Che, a lei la trepida mano stringendo, 

Grido : — - « Ch^ intendo ! 

« Tu vuoi lasciarmi, lasciarmi, Estella? 
Tu buona tanto, tu tanto bella! 
Se m'abbandoni, sorella mia, 
Di me che fia? 

« E che mi giova questa mia vita 
Se tu, fanciulla, mi sei rapita?- 
Da te diviso viver poss'io, 

Angiolo mio? 

(( Non sai che sempre de' sogni miei 
L'unica e santa vision tu sei 
Non sai che a nome sempre ti chiamo, 

Is on sai... che t'amo? — 

— a Oh taci, Ubaldo, ch'io non la senta 
La re.a parola che mi spaventa : 
Che m'ami, Ubaldo, non dirlo, sai, 
Non dirlo mai! 

a Oh quest'amore che m'hai svelato, 

Questo tuo amore gli e un gran peocato: 
Spenta e la face deiramor^ mio... 
lo son di Dio! 



— 245 — 

ft Quel ^iorno, TJbaldo, che i tuoi soavi 
Oochi morenti ne' miei fissavi, 
Quel giorno, oh ! tutto vo' pales.arti, 
Tremai d^amarti. 

« Inorridita del fallo mio, 
Corsi alia san1?a Madre di Dio, 
E tanto piansi, tanto pregai 

Che... non amai. 

a Ma il mio trionfo saria pur vano 
S'io non t'avessi da me Idntano : 
A te dappresso, vedi, a quest'ora 
lo tremo ancora... 

« Oh! non guardarmi mesto cotanto 
Con que' tuoi occhi molli di pianto: 
Non vedi, Ubaldo, ehe il tuo dolore 
Mi spezza il core? 

« Verg'ine santa, pieta ti muova 

Di me in quest'ultima ora di prova! 
Vergine santa, deh ! tu m'aiuta, 
son perduta. 

a Ubaldo! Ubaldo I... lascia ch'io fugga 
Pria che quest' em pia fiamma mi strugga! 
Ubaldo! Ubaldo!... fratello mio!... 

Per semprei addio!... » — 

Disse, e d'un ultimo sguardo infiammato 
Diyoro il volto del disperato: 
Poi, come spinta da un sogno orrendo 
Usci fuggendo. 

III. 

Presso e la notte e da lontan s'udia 
Dall'eco delle torri xipercossa, 
Di mestissimi canti un'armonia 
Per la fosca agitarsi aura commossa, 
Mentre in suono di funebre lamento 
Squillava la campana del Convento. 



•— 246 -^ 

E ad uno, a due, a tre dal camposanto 
In lunga fila Ti»cian mesti e oompunti 

I convenuti a queiruffi-cio santo, 
Mormorando la prece del defunti 
Solo restava in fondo al cimitero 
Da una lapide ascoso un cavaliero. 

E come tutti fur partiti, e scura 

Piu e piu la notte dentro un'ombra tetra 
Avvolgea la funerea pianura, 
Ei trsigge f uor della nascosta pietra, 
Frena il respir, tende rorecchio e guata.. 
E poi si -slancia con lena affannata. 

E per la fitta oscurita vagando 

Con quel delirio che non ha parola, 
Era le croci e le lapidi balzando, 
Come un'orrenda vision Irasvola, 
E la is'arresta dove sta una fossa 
Che avea la terra di recente smossa. 

Qui, come un lampo, tra le nubi rotte 
Un raggio uscia della nascente luna, 
Che, piovendo giu giu per Palta notte, 
Venne a cader sovra una croice bruna, 
E sulla cro€e si leggea : Qui giace 

StrOR ESTELLA — AlLA SANTA ANIMA PACE/ 

Un breve e disperato urlo s'intese, 

Un urlo e poi silenzio. — Irte le chiome, 
Serrati i denti, suiravel si stese 
Precipitando il derelitto, e come 

II forsennato suo dolor lo pugne, 
Si dife la terra ad iscavar coirugne. 

E scava e scava — d'un sudor e algente 
Tutta e cospersa la livida faccia; 
Tra gli sterpi ed i sa&si orribilmente 
E le mani s'insanguina e le braccia; 
Pur scava ancor, ne di scavar si Laasa 
Finche non sente risonar la cassa. 



— 247 — 

[ando un nigg-ito di ^ioia feroce, 
E, sooperchiat«a col pu^nal la bara, 
Bianco-vestita e con le niani in croce 
La fi^ura appari della sua cara ; 
Si chino, la ^uardo, baciolla in viso, 
Poi cadde al suolo dal ^ran dolore ucciso!... 

qui repente si levava un Yento 
Che, sibillando per la notte bruna, 
Seminava di stelle il firmamento ; 
E, mortuaria lampada, la luna 
i Colla pallida sua luce serena 
Illuminava la funerea scena!... 

IV. 

[a al soffio del vento la morta si scuote, 
Si tingon le ^J-ot-e — d'un lieve rossor: 
Nell'algide membra ritorna la vita, 
La vergin sopita — respira tuttor... 
No, no, non destarti, mia bella risorta! 
All ! f ora ben meglio che tu f ossi morta. 

- « Oh dove mai sono? clie veggo?... ma qiiesta 
La povera e mesta — mia cella non e! 
Perche m'han vestita d'un candido velo? 
Perche questo cielo? — questi astri perche? 
Fu sogno deli'-egra mia mente smarrita, 
un bacio di fuoco ridiemmi la vita? » 

[ui tacque, e in profondo silenzio raocolta 
La mente sconvolta — tentava compor; 
II lungo ripensa sofferto ma.rtirio, 
Le angoscie, il delirio — deU'egro che muor... 
E come un baleno, dinanzi al pensi-ero 
II dubbio tremendo le paissa del vero. 

dloT d'un acuto spavento percossa ^ ol-'m^\. 
Dall'orrida fossa — d'un balzo guiziz6; ^ > 
E intomo girando lo sguardo demente, > '^ 
La spoglia giacente — li presso miro: [ 
Tremando s'inchina, la guarda, Taffisa... 
E il gelido aspetto d'TJbaldo ravvisa! 



— 248 — 

In tanta d'affetti contraria tenzone 
La fragil raffione — d'un tratto smart! : 
NelPurto delralma scomposta la mente, 
Passato e pre&ente confonde oosi; 
E stretta abbracciando la fredda persona, 
Nel folle delirio cosi le ragiona : 

— « Tu qui, mio diletto? — ma in ira al Sign 
L'imm-enso mio amore — piu dunque non 
Ah! 61... dal mio voto la morte m'ha scioli' 
Non fnggo stavolta — rimango con te; 
Con te, benedetto, che m'ami pur tanto, 
Con te che mi eerchi fin qui in camposantoi 

« Oh! lascia ch'io baci la fronte tua b-ella.. 
La povera Estella — puo amarti d'amor: 
Non vedi? m'han posto la Candida vesta, 
M'han cinto la testa — d'un serto di fior. 
Oh! vieni, fuggiamo, mia vita, mio amoul 
Di te son la sposa, non piu del Signore! 

« Su dunque t'affretta che il giorno e vicino 
E lungo e il cammino — che far si dovra ; 
E' muto il convento, deserto il sentiero, 
II cielo e ancor nero — nessun ci vedra ; 
Oh! vieni, fuggiamo, mia vita, mio amore 
Di te son la sposa, non piu del Signore! » — 

E qui colla stanca tremaute sua mano 
Sorregger, ma invano, — la spoglia tento. 
Tin scroscio di risa convulso, stridente 
Improvvisamente — dal petto mand5, 
E come un fantasma per T ombre sospinto, 
Usci sghignazzando dal fosco recinto. 



Dojpo un mes© da quel giorno 
Per le valli Comacine 
Si Ycdea girare intorno 
Senza posa, senza fine, 
&u per gli orli d'un burrone 
Una bianca apparizione. 



— 249 — 

Le €adea del magro fianco 
Sozza 6 lacera la vesta, 
Ed il crine tutto bianco 
Le ondeggiava salla testa; 

I suoi occhi eran di vetro 
Goine gli occhi d*uno spetro. 

Combattuta eternamente 
Dairangoscia che Tincalza, 
Senza senno, senza mente, 
Corre via di balza in balza, 
Come va la foglia morta 
Quando il turbine la porta. 

Ma una notte un mulattiero 
Che dall'Alpe di&cendea, 
Tra le nevi del sentiero 
Un cadavere scergea; 

II cadavere recente 
Delia povera demente. 

Sovra il dorso muscoloso 
Delia sua eavalcatura 
Collocava quel pietoso 
La deiunta creatura, 
E al vicino paeeello 
Deponeva il pio fardello. 

Senza pompa, senza pianto 
Nella parte piii romita 
Del modesto camposanto 
Fu la morta seppellita; 
Ma chi fosse niun sapea.., 
Poveretta! ova pro ea! 



-^250 - 



EELICITA' E SVENTUEA. 



Sei pur felice! il p^audio 
Che nel tuo seno e aocolto 
Tutto traspar dal limpido 
Sorriso del tuo volto; 
Giovine madre e sposa, 
L'ala del tempo vedi 
Tinta in color di rosa 
Li^ve passarti ai piedi. 

Del viver tuo sul tramite 
La cieca man del caso 
Delle sue poche gioie 
Tutto spandeva il vaso; 
L'amor del tuo diletto, 
L'arche rioolme d'oro, 
Poi del materno afEetto 
11 sovruman tesoro. 

Come una bianca nuvola 
Da' rai del sol vestita, 
Serenamenie placida 
Scorre per te la vita: 
Tu la mestizia ignori, 
Tu non conosci il pianto; 
Musica, danze e fiori 
Sono i tuoi di soltanto. 



— 261 — 

Ed io potio col flebile 
Suono del verso mio 
Intorbidar quel gaudio 
Che ti concesse Iddio? 
Si, lo potro! e perdona 
So oso intrecciar le spine 
Alia g^ntil corona 
Che ti circonda il crine. 

Come un amaro farmaco, 
La mia crudel parola 
Di questo mondo instabile 
T'apprendera la scnola : 
Vanne, riposa pure 
Era le tue gioie, o cara, 
Ma sulle altrui sventure 
Medita sempre e impara! 

Limpida or passa, or torbida 
L^onda dei casi umani ; 
Oggi sorrisi, e lagrime 
Forse tu avrai domani!... 
In giro eterno e volta 
Quella volubil ruota 
Che in tuo pensier talvolta 
Credi per sempre immota. 

Che se il tuo cor nel bacio 
Delia fortuna ha fede 
Ed alle fosche imagini 
Ch'io ti svelai non credo, 
Vienmi, o Gentil, vicina, 
E nella tua memoria 
Dell'infelioe Annina 
Serba la triste istoria. 



— 252 



II. 



E' sorto il giorno — - un lanf^iiido 
Raggio di sole che dairalto scende, 
Di poca luce illumina 
La squallida soffitta e le tremende 
Angoscie della pia, che il capo inchina 
Sovra il guanciale della sua bambiua. 

Nuda e la stanza — un'umile 

Panchetta appife d'nn umil lettiociuolo, 
Un vaso d'acqua, un povero 
Lumicino gi^ spento e, in tanto duolo 
Conforto estremo, alia parete affisso 
Un ramoscel d'olivo e un Crocifisso. 

Misera Annina! in vincolo 

Santo d'amore al suo diletto unita, 
Scorrer tranquilla e limpida, 
Come un ruscel tra i fior, vedea la vita ; 
Ricchi e felici, non sapeano ancora 
Che cosa fosse il lagrimar d'un'ora. 

Ma venne il di che al vario 

Avvicendar delle fortune umane 

Da tanta altezza acesero 

Alia crudel necessita del pane; 

E in breve giorno dal dolore affranto 

Moria lo sposo che I'amava tanto! 

Ed ella viise!... e un gaudio 
State le fora di morir con esso! 
Vis&e, perch6 di vivere 
Al morente suo spo«o avea promesso, 
E perch^ ancora le restava al mondo 
L'immen&o amor d^un angioletto biondo. 



— 253 — 

la Dio, che vita! ai pxovvidi 

Agi invOilata del paterno tetto, 

Sempre si f ©a piii pallido 

Delia bambina il delicato aspetto; 

Che un^acre febbre le stillava in seno 
! II mortal germe d'un sottil veleno. 

! 

Vagile fiore, ai tepidi 

Soli rapito del natio suo cielo, 

A poco a poco il languido 
I Capo pieg6 sotto la brina e il gelo, 

Ne valse il soffio del materno amore 

A ravvivar queirappassito fiore. 

lisera xinnina! Tultima 
Del cor speranza rabbandona anch'essa : 
Ode il frequente anelito 
Del respiro che manca, e ^nuflessa 
Delia sua cara moribonda accanto, 
Si copre gli oochi che non han piu pianto. 

5 ripensando i placidi 
Giorni vissuti in un^eta migliore 
E le sperani&e e i fulgidi 
Sogni d'amor che le inspirava il core, 
Allor die presso alia dorata culla 
V^egliarv^a i sonni della sua fanciulla, 

^iu fieramente all'anima 
Del suo inimenso dolor le s-cende il pondo : 
Spezzato e ormai queirunico 
File che ancor la congiungeva al mondo ; 
E colla vita della sua bambina 
Anche la vita si spegnea d'Annina!... 

?ochi devoti in umile 
Corteo, recando il mortuario cero, 
La sera accompagnarono 
Le due povere bare al cimitero: 
Pians€r que' poehi — e in una fossa sola 
Fu composta la madre e la figliuola. 



— 264 — 

IL PICCOLO MENDICANTE 

I. 

Una giovin damigella, 

Rioca molto e molto bella, 
Cavalcando una mattina, 
TJn f anciul per via scontro ; 
E a lui fattasi vicina, 
Con bel garbo gli parlo : 

— Dove vai oosi soletto, 

II mio caro giovinetto? — 

— Vo oeroando relemosina 
Per il povero mio nonno, 
Perche trovi di che vivere 
Quando svegliasi dal sonno ; 
Vo cercando relemosina 
Per il povero mio nonno. 

Non hai madre? — E' un anno adesso 
Che il Signor me la rapi. 

— E tuo padre? — E' moxto anch'esso, 
Saran circa trenta di. 

— Infelici! e chi v'aita 

A campar la vostra vita? — 

— Noi viviam delPelemosina 
Che il Signore ne concede, 

E il Signor soccorre al povero 
Che ripon-e in Ini la fede; 
jN'oi viviam deirelemosina 
Che il Signore ne concede. 

Tntto ieri ho camminato 

Fino a notte sempre invan, 
E dal nonno son tornato 
Senza un briciolo di pan 
Egli, invece di sgridarmi, 
Cpsi prese a conf ortarmi : 

(( Per fortuna, o mio buon figlio, 
Xon ho famo questa sera. 
Dormiro; se Dio lo voglia, 



— 255 -^ 

Dormiro la notte intora; 

Su via dunque, non affli^gerti.., 

Non ho fame queata sera. 

I Mangial tu quel po' di pane 
Che da ieri resto la : 
Oh vedrai che rindomane 
Qualche Santo aiutera ; 
Si domani, il oor mel dice, 
Sara nn giorno piu felice. d 

Stamattina risvegliandomi 
Quando il sole era levato. 
Con mia grande meraviglia 
Vidi il nonno addormontato, 
Ei che sempre si risveglia 
Pria che il sole sia levato. 

E ogni giorno, poveretto, 
Quand'io sono per uscir, 
Ei mi chiama accanto al letto 
E mi suole benedir: 
Ma stamane il dolce sonno 
Non osai turbar del nonno. 

Era me dissi : — Se destandoisi 
Non ha almeno nn po' di pane, 
Puo morirmi dairinedia, 
Ed allor che mi rimane? 
Dunque parte e torno subito 
A recargli un po' di pane, 

' trascorsa quasi un'ora 
Ch'io mi po-si sul s-entier, 
Ne Dio voile che finora 
Ineontrassi passeggier ! 
Oh mia nobile donzella, 
Tanto buona e tanto bella, 

Fate un poeo d'elemosina 
Per il povero mio nonno, 
Perche trovi di che vivere 
Quando svegliasi dal sonno; 
Eate un poco d'elemosina 
Pey il povero mip noxinQ \ 



256 



II. 



La pietosa giovinetta 

Spicca in fretta — un suo fedel, 
Cne galoppi a briglia sciolta 
Alia volta — del castel. 
Ed arreclii a quel buon veglio 
Tutto cio che v'ha di meglio. 

Mentre ratto come il vento 
II valletto s'allontaua, 
Vien per Taria lento lento 
Tin rintoceo di campana... 
fanciul, dormia il tuo nonno, 
Ma dormia I'eterno sonno! 

— « Via non pianger, poveretto, 
Tu I'hai detto — che il Signer 
Sempre al povero provvede 
Che di f ede — nutre il €or ; 
Su via dnnque, su coraggio... 
Da qiiest'ora sei mio paggio. » 

Dal Signore del ca&tello 

Venne accolto con gran f esta : 
Ebbe un ricoo giubberello, 
Ebbe piume sulla testa: 
Che leggiadro giovinetto 
Con queiroro e qu^el caschetto! 

Crebber gli anni, e il giovincello 
Forte e bello — divento ; 
Prese lancia, vesti maglia, 
In battaglia — si slancio ; 
Tolse ai Mori due bandiere 
E fu fatto cavaliere. 

Di ricchissimo casato 
Ei divenne il fondator; 
E lo stemma blasonato 
Questo motto porta ancor: 
II Signor ognor provvede 
A chi pone in lui la f^d^. 



25T — 



LA FONTANA MALEDETTA 



LEGGBNDA 



''edete la in fondo quell'onda tranquilla 
Che al bacio sfavilla — del sole che muor? 
Un fresco PombreKR'ia ricinto di piante, 
11 margo olezzante s'in^emma di fior; 
Dal seno d'antica soi^'ente profonda 
Con getto perenne dila^a queH'onda. 

la niuno, e &ia pure cocente Tarsura, 
Quell'onda si pura — s'attenta a libar; 
Fanciulla nessuna tra i bruni capelli 
Que' fieri si belli — vorrebbe intrecciar 
Chi vede da lunge spuntar quelle piante 
Fa il segno di croce con inano tremante. 

la quale e 1' arcana funesta cagione 
Che all'anima impone — ; quel sacro terror? 

• Qual fosco di sangue mister o s'asconde 
In grembo a quell'onde — nel sen di que' fior? 
Antica leggenda narratami un di 
La triste avventura racconta cosi. — 

Va quei fieri ogni mattina 
La leggiadra Venturina 
Soffermava il suo cammin, 
E alio specchio rilucente 
Bella limpida sorgente 
.S'acconciava in fronto il crin. 

Ma un di assisa sulla sponda, 
Dentro I'onda — che traspar 
Vide Tombra d'un bel viso 
D'improvviso — tremolar. 
uSi]s:ato - Pdesie 17 



— 258 — 

- le^giadra giovinetta, 
Che fai qui cosi soletta? — 
Tina voce susurro : 

E nell'occhio astuto e nero 
Del bellissiino straiiiero 
Come un lampo baleno. 

La fanciulla a quell' incliiosta 
Lesta lesta — balzo in pie ; 
E con voce un po' commossa 
Tutta rossa — a dir si fe' : 

- Presso Tonda cristallina 
Vengo a corre ogni mattina 
Qualche bianco fiorellin ; 

E pigliai gentil costum'B 
D'intrecciarlo nel volume 
Del nerissimo mio crin. — 

— Quel tuo crin die vago e tanto 
ColPincanto — d'un sol fior, 
Quanto meglio se raccolto 
Sul tuo volto — in rete d'or! — 

- Sarien certo assai piu belli 
Stretti in oro i niiei capelli! 
Ma I'avverso mio dastin 
Xlla chioma rilucente 
Altro vezzo non oonsente 
Cbe un modesto fiorellin. 

lo son nata poveretta, 

Poveretta — lio da morir! — 

E la voce, si dicendo, 

Ya morendo — in un sospir. 

- Vuoi far pago il tuo desio? 
II tuo labbro unisci al mio — ' 
Lo straniero ripete 

— E sull'onda del tuo crine 

Oro e p^emme senza fine, 
fanciulla, avrai da me; 

Ch'io son ricco, ricco assai, 
Quanto mai — nessuno fu : 
Dammi un bacio, e una retina, 
Venturina, — sarai tu. — 



— 259 ~- 

rattanto quel ribaldo 
'rasse fuori uno smeraldo 
1 sul crin ^lielo appunto. 
/a fanciulla in timid' atto 
!]iiii6 ^li occhi e di soppiatto 
fill neH'onde si ^"uard5. 

Con un ^bi^no mal represso 
Ei pin presso — le si f e' : 
— Dammi nn bacio, amor mio bello, 
E il ^ioiello — io cedo a te. — 

a tacqne — al forte petto 
e la cliinse il maledetto 
] la bocca le bacio ; 
la quel bacio del peccato 
!ome nn ferro arroventato 
iulle labbra le passo. 

i La tradita alPempia faccia 
Delle braocia — f e' pnntel ; 
Mise nn g'rido, e il g'nardo errante 
Snpplicante — Volse al ciel. 

Troppo tardi, o sconsigliata ! 
Ll demonio ti sei data ; 
inel gioiello mia ti fe'. 
iWe fiamme dell 'inferno 
^i votasti in sempiterno... 
^ieni dnnqne, vien con me. — 

E colPngna irrigidita 

Per la vita — la prbermi ; 
Spicco nn salto dalla sponda 
E nell'onda — scompari. - — 

quel giorno non v'ha ardito 
^be s'accosti a quella fonte; 
Pe la mO'Strano col dito, 
?oi si segnano la fronte, 
3 ti narran cbe vi^n detta 
ja Fonfana inaledetta. 

ncinlle inesperte, la fosca leggenda 
f tristi del mondo perigli v'apprenda. 
•^^a calma soave del cor non vi tenti. 
Oi folli ornamenti — Tinane splendor: 
^ versrine f rente ben meglio deU'oro 
3'addid^ il t^scrb — d'tin bandido fior. 



— 260 — 



UNA VISITA AL CIMITERO. 



Tutto tace — solo Taere 

Manda come un suon di pianto 
Tra i cipressi malinoonici 
Del deserto camposanto ; 
E una mesta pellegrina, 
Tutta chiusa in bruno vel, 
Singhiozzando s'avvicina 
Co' suoi fi^li al noto a vel. 

E g^ttandosi in ginocchi 
Sulla zolla lagrimata, 
Lungamente i suoi begli occhi 
Tenne al ciel la sventurata ; 
Poi, tremando nella voce, 
A' suoi figli ripete : 
— a Fate il segno della croce 
E preghiamo tutti e tre. 

« Se nel cor vi resta ancora 
Sempre eguale, sempre istesso 
II ricordo di quelPora 
Ch'ei fu tolto al nostro amplesso, 
SuU'avello solitario 
Deirestinto genitor 
Celebriam ranniversario 
Del pill santo fra i dolot. 



— 261 — 

De profundisf nella reqiiie 
Dei celesti g-odimenti 
L'alma eletta trovi il premio 
Dei sofferti patimenti ; 
E quel gaudio clie largito 
Sulla terra non g'li fu, 
Duri eterno ed infinito 
Nei riposi di lassu. 

Oh! il pensiero ch'ei ci attende 
?s"eiramplesso del Signore 
Tempri il duolo ch© contende 
O^ni ^ioia al nostro core; 
E la vita che ne avanza 
Meno triste fia eosi, 
Se ci resta la speranza 
D'abbracciarlo un altro di. 

De profundis/ su quest' urna 
Delle stelle il raggio cada ; 
La sua lagrima notturna 
Le consenta la riigiada ; 
Ed il vento della sera 
Al suo pie trasporti ognor 
La mestissima preghiera 
Del piu santo fra i dolor. 

Lux perpetua luceat ei! 
Dormi in pace, amor mio s-olo, 
E dal ciel, dove tu sei, 
Prega requie al nostro duolo I 
Noi verremo col pensiero 
Sul tuo sasso a lagrimar... 
Nostro tempio e il cimitero, 
La tua tomba il nostro altar! » - 

i^ia pel vasto camposanto 
Si perdeva il suo lamento; 
E i due cari a lei d'accanto 
In nn pio raccoglimento 
Ripetevano oon lei : 
Lux perpetua luceat ei! 



— 2G2 



IL BIJON OPERAIO 



— « Si canti! si canti! se rude © il mestiei 
E^ s-cliietta la ^ioia del povero artiere. 
Un'aspra lo cin^e di stenti catena, 
Ma Talma e serena — ma libero e il oon 
Einche non ^li manca salute e lavoro, 
Non altro tesoro — domanda al Signor. 

a Che val la corona di duca o di conte 
Se sotto il suo peso v'incurva la f rente i 
Che importa il nitrite di cento corsieri 
Se ai vostri origlieri — s'asside il doloiii 
Oh meglio delToro neH'arche ammucchj 
II pan g'uada^nato — col nostro sudor! 

a Voi, fieri guardati da tepida serra, 

XJn sofiio di brezza vi f range, vi atterra; 
Noi, quercie cresciute sulTerta del mont« 
Stendiamo la fronte — de' venti al furct 
Lavoro e salute, salute e lavoro, 
Non altro tesoro — cerchiamo al Signor. i 

a So placido il sonno ne scende sul ciglio, 
Oh moLle la paglia del nostro giaciglio! 
La sferza del solo ci anneri la faccia, ^ 
S'aggelin le braccia — del verno al rigo: 
Se a tempra piu salda la fibra s'indara, 
Se il sangue s'appura — nelTaspro lavo: 

a Sia scarsa la mensa, sia lacero il saio,^ 
S'addoppian le forze del bravo operaio : 
Se misera e tarda gli vien la mercede, 
Non langue la fede — nel forte suo cor. 
Lavoro e salute, salute e lavoro, 
E' questo il tesoro — ch'ei chiede al Sign ' 



- 26S — 

Tallegra canzon si diffondea 
Eomoreggiando pei silenzi osciiri 
D'un ang'usto cortil che si schiudea 
Fra una cinta di squallidi abituri ; 
Ed a quel canto da Ionian s'unia 
II primo tocco de rAvemmaria. 

ra Pietro, ronesto mnratore 
Che, compiuto il lavor della ^iornata, 
Con quella gioia che parte dal core 
Venia cantando la canzone usata, 
Mentre salia su per la Inng-a e ritta 
Scala di legno della sua soffitta. 

quella voce seminudo e scalzo 
Compariva suiruscio un fanciulletto, 
E batteva le mani e con un balzo 
S'arrampicava al muscoloso petto, 
Finche al suo collo strettamente avvolto 
Di mille baci gli copriva il volto. 

nelP interne della stanza ardea 
Tin lieto focherel sotto il camino, 
Mentre la giovin sposa distendea 
Sovra I'umile desco il bianco lino, 
Ed invitava il reduce marito 
Al parco cibo di sua man condito. 

•h! quanto in quella povera stanzetta 
Di modeste virtudi insegnamento! 
Quanto amor, quanta fe' semplice e schietta, 
Che profumo di pace e di contento, 
E qual tesoro di leggiadri affetti 
Nel santuario di que' rozzi petti! 

>h la dolce famiglia! oh la romita 
Felicita de' domestici lari! 
Altro mondo non cerchi ed altra yita 
Che il ba'Cio della sposa e de' tuoi cari, 
E di gioia nessuna amor ti piglia 
Se non divisa colla tua famiglia. 



— 264 — 

A vox, molli Nabab, le profumate 
Sale e i divani dello ricclie stanze, 
L'urto dei cocclii, le livree dorate, 
Le laute mense e le notturne danzo: 
Oh ben altre le gioie e ben piu vere 
Che il ciel oomparte aH'operoao artiere! 

Una sera al teatro, una giornata 
Lietamente passata alia campagna, 
XJn eibo estranio snlla mensa usata, 
II don d'un vezzo alia gentil oompagna; 
Ecco le sante volutta del core 
Che alPonesto artigian serba il Signore. 

E eosi Pietro — e poi che il poco argento 
Coll'indtiiStre risparmio accumulato 
Gli assicurava il tetto e Talimento, 
Nella sua ricca poverta beato 
Ringra^'iav'a il Sif^nor per I'infinito 
Ben che qui in terra gli venia largito. 

Ma quando al colmo d'ogni gioia umana 
NuH'altro al mondo a desiar ti resta, 
E' allor die I'alta Provvidenza arcana 
Le dure prove del dolor t'appresta: 
Tu sogni il gaudio del domani, e intanto 
Scende non visto alle tue porte il pianto. 

Era una sera dell'april — suonata 

Da gran tempo era gia TA vemi^iifiria, 
E ad ogni istante con ansia affiannata 
La giovin sposa al veroncello uscia, 
Ch'oltre rusato e gi^ trascorsa un'ora 
Ed il suo Pietro non ritorna ancora. 

— a Quanto tarda! — dicea — dacche fu mio 
La prima volta ch'io Tattendo e questa. 
Deh! fate per pieta, fate, buon Diol 
Che non s'avveri la voce funesta, 
Cha deLtro il cor mi parla e m'impaura, 
Gli sia successo una qualche sventura. p — 



— 265 — 

il sue Giulietto, che obliato avea 

La fame e il sonno, le si fea d'appresso 

E negli occlii ^uardandola dicea : 

« Non pianger, mamma! » e singhiozzava anch'esso ; 

Che quel fosoo presagio e quel dolore 

Ayeano un eco nel suo verg^in core. 

quasi rispondesse a quel fatale 
D^infortunio vi-cin pres^ntimento, 
Di passi un calpestio su per le scale 
Muover s'intese misurato e lento, 
E una fioca salir voce gemente 
iQual di persona che mancar si sente 

iiori delPusicio a quel rumor si caccia 
Con tutta Tansia del primier sospetto 
La desolata donna — e fra le braccia 
Di due pietosi che il tenean sorretto, 
Ella si vede trasportar dinante 
Lo sposo insanguinato e agonizzante. 

ise un acuto grido — ed il morente 
A quel grido si scosse e gli oochi schiuse 
E lei conobbe, e poi che vanamcnte 
Di chiamarla fe' prova, le socchiuse 
Labbra sforzando ad un mesto sorriso, 
Pietosamente la guar do nel viso. 

ti quanto amore in quelle sguardo ! oh quanto 
Piu di lei che di se dolor profondo! 
Ed ella tacque, e, sofitocando il pianto, 
Fe' guancial col suo scno al moribondo, 
Finche saliti sotto I'umil tetto, 
Dai due assistita, T adagio sul letto. 

seppe allor come poche ore pria, 
Mentre per Perte scale all'impalcato, 
D^un sorgente edifizio egli salia, 
Airimprovviso il pie gli era mancato, 
E con orrendo spaventoso salto 
Nella soggetta via cadea dall'alto. , 



— m — 

Eran subito accorsi, e lui spirante 

Dal terren san^'uinoso avean raccolto ; 
Poi fasciate gli avean le mombra infrante 
E, terso il san^ue dal percosso volto, 
Sovra la fronte con tenaci bend-e 
Gli avean oostrette du^e ferite orrendo. 

Mi&era donna! a queiristoria atroce 
Sentia spezzarsi dall'angoscia il core; 
E gnardava il suo Piero e in tronca voce 
Convnkamente pregava il Si^nore, 
Che nell'immensa sua pieta infinita 
Le conservasse qnella cara vita. 

Poi cbiamava il sno Giulio e sel cbiudea 
Quasi atterrita sul materno petto, 
E f ra i rotti singulti gli dicea : 
— « Prega tu pure, o povero Giulietto, 
Tu cbe innocent e sei, prega il Signore 
Che non ti tolga il padre tuo, che muore. » 

E pregarono insieme, e alia preghiera 
Di que' due dolorosi il ciel s'aprio, 
Che la parola di chi crede e sp-era 
Ascende sempre, e non invano, a Dio; 
Pregaro insieme, e in queirafflitta stanza 
Scese Tangiol ancor della speranza. 

In pochi giorni dal mortal pieriglio 
Era salvo il ferito, ^e accanto al letto 
La dolce spoiaa e il carezzevol figlio 
Le inoessanti aocogliean del lor diletto 
Tenere inchieste, e gli narravan quanto 
Nei di che furo avean soft'erto e pianto. 

— (( Ed io pure, o mia povera Maria, 
Ei dicea sorxidendo alia consorte; 
Ed io pure neU'ultima agonia 
A voi pensava ; e non per me la morte, 
Per te soltanto mi mettea paura 
E per questa innocente creatura. 



— S6t-^ 

« Ma del nembo che fu piu ormai non resta 
Che qualche nuvoletta in lontananza, 
Ed il percosso mio vi^or si desta 
Sotto il limpido sol della speranza; 
An-cora poehi ^iorui, e spariranno 
L'orme recenti del sofferto affanno. » — • 

Ma oosi non avvenne. — Estenuato 
Da tanto san^ne che perduto avea, 
La forte tempra del vigor passato 
Alia giovin natura invan chiedea : 
Piii robusta e la querela e pin funeste 
Son le traccie del fulmin che la investe. 

Correano i giorni — e nelle vacua vene 
Incerta e tarda rifluia la vita: 
Ahi poveretti! delle vostre pene 
L'ardua vicenda non e ancor compita. 
E pria che spunti una serena aurora, 
Oh come e quanto soffrirete ancora! 

Correano i giomi — e, della medic'arte 
Agli assidui precetti, il poco argento 
Con si gel'Oso amor messo da parte 
Piu non bastava al pio divisamento, 
E la miseria col suo fosco aspetto 
S'avvicinava al desolate tetto. 

E poi che notte e di senza mai posa 
Sugli usati lavori invan soorrea 
L'ago gia stanco della giovin sposa, 
Neirestremo bisogno ella chiedea 
Tin fuggitivo ed ultimo riparo 
A quanto avea di piu leggiadro e caro. 

Ed al Monte portava una mattina 
Tutto tutto il suo povero tesoro ; 
I coralli, Panel, la mantellina 
E fin quel paio d'orecchini d'oro, 
Che il suo Piero le die quel giorno istesso 
Ch© di farla sua sposa avea promesso. 



— 268 — 

Lampo che guizza e muor, goccia caduta 
Nel vasto grembo d'una sabbia ardente, 
Quest' ultima risorsa iva perduta 
Nella crudel necessita cres'cente, 
E spaventoso alfin giunse il dimane 
Che invan cercaro sovra il desco un pane. 

Col vise tra le palme, inginoceliiata 
Appie del letto Tinfelice donna, 
Colla voce dal pianto soffocata 
II Signor snpplicava e la Madonna 
Che di quella speranza un raggio &0I0 
Scendesse a confortarla in tanto duolo. 

E piangendo dicea : a Signore Iddio, 
E' troppo orrenda I'agonia che soffro! 
Oh ! se puotQ bastar il sangne mio 
A placar la vostr'ira, ed io ve roffro; 
Delia mia vita il sacrifizio accetto. 
Ma salvate il mio Pietro e il mio Giuiietto. » 

Cosi pregava — e il f anciullino intanto, 
Cui il protratto digiun parea ben strano, 
A lievi passi Le si fea d'accanto 
E lei to€cando con timida mano: 
— « Mamma, diceale in lagrimoso accento, 
Dammi del pane, che morir mi sento. » — 

A quella voce di dolor, riscossa 

S'alza la donna; — un rapido consiglio 
Par le balzi dalFanima commossa; 
Getta un guardo alio sposo, un altro al figlio, 
L'ultimo al cielo, e senza dir parola 
Scende le scale frettolosa e sol^. 

Di li a poco tornava, e bella in vol to 
Del sacrificio che compiuto avea, 
Sciolte le pieghe del grambial raccolto, 
Le inattese vivande deponea, 
E con un guardo di sublime affetto^ 
Porgeva un bianco pane al suo Giuiietto. 



— 269 — 

Poi narrava siccome tras-cinata 

Da quel potente consiglier, la fame, 
SuU'aDgol cVuni. via s'era appostata, 
E al sorvenir di due giovani daane 
Tremando le appressava e non invano 
A lor stendea la supplichevol mano. 

Cosi dicendo, di rossor la faccia 

Le si €opria, quand'ecco airimprovviso 
S'apre la porta, e al limitar s'affaccia 
Di due leg^iadre sip^norine il viso, 
Che intenerite f^^uardano alia pia 
Scena d'anior che innanzi a lor s'apria. 

Quando la poveretta a lor rivolto 
L'umile prego avea del mendicante, 
Tanta angoscia era scritta in quel suo volto 
E si fioca la voce e vsi tremante, 
Che nel fondo del cor le avea oommosse 
II desiderio di saper chi fosse. 

E in quel inacero aspetto e in queiraccento 
Indovinando qualche gran sventura, 
Per un lungo di vie serpeggiamento 
L'avean S'eguita con assiclua cura; 
Ed or chiedeanle con gentil preghiera 
Lor confidasse la sua storia intera. 

Come il triste racconto ebbero inteso 
E i lunghi affanni e la sofferta crcce, 
D'infinita pietade il cor compreso, 
Le dier la mano, e con tenera voce: 
— « No che invano non fu, buona Maria, 
Che il ciel t'ha posto sulla nostra via. 

ff — Oh! rolocausto del tuo grande affetto 
E' asceso al trono del Signore — e il giorno 
Non e lontano che nel vostro tetto 
Fara I'antica ilarita ritomo ; 
E noi beate se ci assunse Iddio 
A quest' ufficio ooei dolce e pio. p — 



— BTD— ' 

« — Oil Slate benedetti, ang'ioli santi, 
Che il ciel lasciaste per venir tra noi! 
Dal profondo del cor con incessanti 
Voti pietose, pre^herem per voi, 
Perclie il Signer vi rende il tanto bene 
Che voi spargeste sulle nostre pene. » — 

Co'si parlava col pianto negli occhi 
Dal suo letto il giacente, e la Maria 
Strettamente abbracciata ai lor ginocchi 
Coi singhiozzi del cor le benedia, 
Mentre in un canto il bnon Giulietto anch'esso 
Lagrimava e rideva al tempo istesso. 

Da qneiristante il giornalier soccorso 
D'eletti cibi a lor venla fornito, 
E nn altro mese ancor non era corso 
Che finalmente il povero ferito, 
Superata la lunga malattia, 
Ricuperava il suo vigor di pria. 

Da queiraspro d'affanni esperimento 
Cosi al primo tornar gaudio perduto ; 
Ed in memoria del felice evento 
Che per si strana via s'era oompinto, 
Ogni mattina la pietosa donna 
A'ccendea un lumicino alia Madonna. 

Poi, giungendo le mani al suo Giulietto, 
Devotamente gFinsegnava oome 
Serbar dovesse con perenne affetto 
Delle due sante protrettrici il nome. 
E Iddio pregasse di versar su lore 
Delle sue grazie rimmortal tesoro. 

E cosi avvenne. — A quelle due pietose 
II ciel dischiuse un avvenir giocondo: 
Madri felici e fortunate spose 
Altro che gioie non trovar nel mondo, 
Oh! Tobolo versato al poveretto 
Rende cento per uno — Iddio I'ha detto. 



— 271 ~ 



IL CATTIVO OPERAIO. 

I. 

~ a Beviamo, boviamo! nei colmi biccliieri 
S'affo^hi la noia dei foschi pensieri: 
Beviamo, beviamo! tra i nappi spumanti 
L' aurora si canti — del di cbe verra : 
Dal lun^o sudore si terp^a la fronte, 
XJn nuovo orizzonte — dinanzi ci sta! 

I Dovremo pur sempre, venduti faccbini, 
Al giogo mcurvarci di pocbi quattrini? 
Al prezzo sudato d'un magro alimento 
La pioggia ed il vento — dovremo sfidar, 
E, Lazzari eterni del lauto oonvito, 
Ai riccbi imbandito — un pane invocar? 

3c Abbasso il codardo cbe docile servo 
Al cenno s'inchina del ricco protervo; 
Cbe pago vilmente di scarsa meroede, 
Rinnega la fede — del nostro awenir; 
E questa, cbe tutti gli umani livella, 
Dottrina novella — non osa bandir! 

a Che val se domani ci manca il lavoro? 
Le borse dei riccbi traboccano d'oro; 
Col pugno ristretto sui nostri coltelli 
Ai cbiusi cancelli — corriamo a piocbiar, 
E Tugne tremanti di questi Epuloni ^ 
Gli avari cordoni — dovranno slacciar. 

Saran per noi soli la fame ed il gelo? 

Siam tiitti fratellil Tha detto il Vangelo. 

Soltanto la terra fia preda d'alcuni, 

Se a tutti comuni — son I'aria ed il ciel? 

Ewiva I'aurora dei tempi novelli, 

Siam tutti fratelli — I'ba detto il yarng^el ! » — 



— 272 ~ 

E cinque voci avvinazzate e ^rosse 

L'eco spandean deirinfernal ooncento; 
E il cozzo dei biccliieri e le peroosse 
Tavole e il cupo mugolar del vento, 
Che al mal fermo baloon venia battendo, 
La cadenza seguian del canto orrendo. 

Lunghi buffi di fumo uscian di bocca 
A que' cinque briachi — a lor dinant© 
Spumeggiava sul desco un'ampia brocca 
Di recente liquor — un gocciolante 
Lucignolo nel mezzo, e da una parte 
Giaceva un mazzo di sucide carte. 

Era Torgia del vizio, era rinsano 
Abbrutimento di chi a capo chino 
Nel mar si tuffa d'ogni lezzo umano: 
Nell'arse fauci gorgogliava il vino, 
E le orrende bestemmie e i motti atroci 
Eendean piii rauclie '^uelle raucbe voci. 

Un sol fra i cinque al baccanal nefando 
Cupamente pensoso s'assidea: 
Col volto tra le mani a quando a quando 
Dairimo petto un sospir mettea, 
E il truce suon della canzone oscena 
Sul labbro inoonscio mormorava appena; 

Che involontariamente il suo pensier redia 
Della deserta famigliuola accanto 
E sul paterno cor piombar sentia 
Del suo innocente figliuoletto il pianto, 
Ed il mite consiglio e Tamorosa v 
Rampogna udia della sua dolce sposa. 

Perch'ei I'amava la sua casa, e cento 
E mille volte nel suo oor fermato 
II tenace egli avea proponimento 
Di mutar vita e, del lavoro usato 
Fattosi schermo al mal costume e freno, 
Povero si, ma viver lieto almeno. 



— 2T3 — 

ivan, che schiavo al turpe vezzo e ai pravi 

De' suoi tristi compagni eccitamenti, 

In notturni stravizzi ed ozi i^navi 

Gli onesti seppellia divisamenti : 

E sul pendio del vizio e breve il tratto 

Che travolge alia colpa ed al misfatto. 

lire al vicino approssimar dell'ora 
Che airinfame dise^no era fissata, 
In fondo airahna ^li parlava ancora 
La rimembranza dell'cta passata, 
E gli parea cbe in dolce atto d'amore 
Si la sua Agnese gli tentasse il core: 

Carlo, die fai? dnnqne cosi mutato 
Hai tu quel cor cb'era pur buono tanto, 
Che dal sentiero in cui ti sei gettato 
D'Agnese tua non ti ritragga il pianto? 
Oh! Carlo, Carlo mio, dungue non vedi 
L'orrendo abisso che ti e schiuso ai piedi? 

Forse che al figlio tuo lasciar vorrai 
Un retaggio d'infamia e di rossore? 
Oh! per Tamor che sempre ti portai, 
Non voler darmi un si fiero dolor e, 
Oh! non voler con nuove oolpe ch'io 
Imprechi air or a che ti dissi mio. 

Pensaci, o Carlo, e fin che tempo e ancora, 
Scongiura il nembo che ti rugge intotno: 
Fuggi I'ozio e gli abbietti usi e lavora, 
E sarai lieto come il fosti un giorno : 
Che all'onesto artigian, tu ben lo sai, 
Pane e lavoro non e negato mai. 

E quando pui^ alle tue forti braccia 
Mancar dovesse il giornalier sostegno, 
E tu, mio Carlo, alia miseria in laccia, 
Di te stesso e di me serbati degno: 
Meglio che viver disonesto e infame, 
Oh! meglio, Carlo mio, morir di fame. — d 
[JSINATO - Poesie 18 



— 374 ~ 

Al dolce suon di que^li accenti arcani 
Che dentro la coiumossa alma scendea, 
Gia piegaya il pentito e fra le mani 
La sua pallida fronte nascondea, 
Quasi a celar rinvolontaria stilla 
Che traboccava dalla sua pupilla. 

Ma allor che la pieta de' suoi diletti 
Del cor scendeagli a ricercar la via 
E dal tumulto di piu dolci affetti 
Sorter la voce del rimorso udia, 
Gli scoppio neirorecchio airimprovviso 
De' suoi compa^ni lo schernevol riso': 

~ « Ola, Carlo, die fai? forse che il vino 
Annacquar colle lagrime ci vuoi? 
In tal luogo, a quest'ora, in mezzo a noi? 
che ti sogni di farci il bambino 
Eh via, vergogna ! alle donnette il pianto, 
A noi la tazza e Tallegria soltanto. 

« Bevi, Carlo, perdio! bevi e nel vino 
II buon umor ravviva e Tardimento: 
Mezzanotte e suonata, e gia vicino 
Dell'audace ma certa opra e il memento. 
Su via, Carlo, il bicchier! bevi e domane 
La tua f amiglia avra per sempre un pane. » 

— a Ebben si beval » — e, rincresciosa voc«* 
A soffocar delPultimo rimorso, 
Levo la tazza e con ghigno feroce 
Lo spumante liquor veto d'un sorso, 
Gridando : — Viva la notturna impresa, 
Viva il buon vino e chi ne fa la spesa! 

a Su presto, all'opra! Sotto lieti auspici 
La si lunga invocata ora s'accosta: 
La fortuna e con noi, guardate amici! 
(E si dicendo spalanco Timposta) 
Perche tutto sorrida al nostro intento 
Complici abbiam la notte nera e il vento, ^ 



— 2rs — 

►1 volto intanto sovra il petto chino, 

Com'uom clie posi addormentato e stanco, 

Al pallido cliiaror d'un lumicino 

L'oste sedeva al solitario banco 

E oolle braccia sovra il sen conserte, 

Gli occhi avea cliiusi, ma roreccliie aperte. -- 

i li a poco pei lun^lii avvolpfimenti 
Di stradiccinole taciturne e scure 
Alia luoe del lampi intermittenti 
Si vedean sfilar cinque fij^ure; 
E dietro a lor, ma per diversa via, 
Tin altro passo risuonar s'udia. 

II. 

c( E ancor non ^iuno^e! e ver, detto m'avea 
Che tornerebbe a tarda ora soltanto: 
E aspettando vegliai ; — pur non credea 
Forza mi fos&e d'aspettarlo tanto! 
Corsa e tutta la notte, e g'ia da un'ora 
Spuntata e I'alba, ed ei non giunge ancora. 

Ob non era eosi nei di felici 
Del nostro primo e benedetto amore! 
II reo contatto de' corrotti amici 
Filtro il veleno nel suo facil core, 
E quel core clie un giorno era pur mio, 
Or non sa darmi clie disprezzo e oblio. 

Allor, se uecia al lavoro -o^^iornaliero, 
Perche sola io restava, eg'li era mesto, 
E percbe m'era appresso il ^iorno intero, 
Ai di festivi benedia per questo; 
Oh ma il mio Carlo non e piii lo stesso! 
Quanto mi amava allor, mi sfu^of^^e adesso. 

Eppur sentimi, o Carlo! io ti perdono 
Tutto il dolor del tuo perduto affetto, 
Purche non g-ravi di tanto abbandono 
Questo povero nostro fi^^liuoletto, ^ 
Che, nato solo alia miseria e al pianto, 
Neli'innocen^a sua t'ama pur tanto , 



— 276 — 

a Guarda oome la fame e il crude inverno 
La sua fragil salute hail log^orato! 
Oil! pensa, Carlo, pensa clie I'Eterno 
Non ha perdono per si gran peccato: 
Quando del figlio tuo pieta non hai, 
Dimini, dal ciel puoi tu sperarla mai? » 

Cosi parlava I'inMice — e come 
Le sembrasse vederlo a se vicino, 
Teneramente lo chiamava a nome, 
E per rimmenso amor del suo bambino 
E pei ricordi delPeta fuggita 
Piangendo il supplicava a mutar vita. 

Poveretta! e non sai quale s'addensa 
Turbin di dolor sulla tua testa, 
Non sai I'angoscia disperata, immensa 
Che ancor nel mondo a sopportar ti resta ! 
Odi quel passo? ah non gioir! ma implora 
Da Dio la morte pria ch^ei torni ancora. - 

E la porta si schiude, e dalle soglie 
Precipitando nell'o&cura stanza, 
Come un fantasma, alPatterrita moglie 
Di Carlo appar Torribile sembianza; 
Travolto il guardo, irto i capelli e intriso 
Di chiazze sanguinose e mani e viso. 

Getto un grido la donna, un grido orrendo 
Di spavento e dolor. — Carlo, mio Carlo, 
Che t'avvenne? rispondi! — e si dicendo 
Trepidant© moveva ad incontrarlo. — 
Tu sei ferito, non e ver?... gran Dio! 
Sei tu proprio ferito, o Carlo mio? » — 

— « Non accostarti, o santa creatura, 
A quest'iniquo che cosi t'offese. 
Quest sangue che il mio volto sfigura, 
Sangue non e delle mie vene, Agnese! 
Oh! se cosi fosse, a te d'appresso 
Potrei tremar siccome tremo adesso? 



— 277 — 

Tu inorridisci, A^^nese, e ancor noli sai 
Come sia grande il mio delitto e quanto, 
Poi che noto ti fia, maledirai 
A quest'infame che in si turpe oblio 
Pose il suo onor, la sua fami^lia e Die! 

Ben cento volte me Tavevi detto 
Ch'io correa ciecamente al precipizio; 
Ma piu che il ^ido del tuo santo aJEfetto 
Mi trascin6 la volutta del vizio. 
E diventar potei ladro e assassino 
Con quest' angiol custode a me vicino. 

- « Oh taci, Carlo, tu mi fai paura! 
Ladro e assassino tu? no, non e vero; 
Creder non posso a si orrenda sciagura, 
Che all'onta ti consacra -e al vitupero; 
Tutto, tutto, o mio Carlo, esser potrai, 
Ma ladro ed assassino? ah no, no, mai! » 

- a Piu che lo stesso mio rimorso, Agnese, 
La tua credula fe mi spezza il core; 

Si, I'ignominia sul mio capo soese, 
Ne lavarla potrebbe il tuo dolore! 
Pur moriro men Iriste •e disperato 
Se il tuo perdon non mi vorrai negate. 

Non io la facil tua pietad© intendo 
A dif esa invocar del mio delitto ; 
Pur ti diro die nel mio cor tremendo 
Tra la colpa e il dover surse il conflitto, 
E se alfin nella lotta io caddi vinto 
L'ebrezza fu, non il malvagio istinto 

Allorquando airinfame opra fui tratto, 
Ogni fil di ragione avea perduto, 
Ne compresi Porror del mio misfatto 
Che allor soltanto ch'io Tavea oompiuto, 
AUor che il sangue di ctueiruom trafitto 
Mi spruzz5 sulla f route il mio delitto. 

Sparve Pcbbrezza allor, sparve la benda 
Ch'3 gli ocghi m'offusco dell'intelletto; 
E poi che iiittsb misurai rorrenda 



— 278 — 

Profondita del fallo mio, sul petto 
Del fumante pu^nal la gunta adersi... 
Ma di te mi sovvenni e non I'immersi. 

« Appena la nefanda opra compita, 
Si spalanca la porta e: — Siam perduti, 
Grida ansante un de' nostri ; ad ogni uscit; 
E' chiuso il varoo ed or ch'il puo s'aiuti 
E per I'attigua stanza a concitati 
Passi UB folto irrompea stuolo d'armati. 

« Un solo istante ancora, ed o^ni via 
Di salvezza e di fu^a era ormai tolta. 
Poco doieami di morir, ma pria 

10 volea rivederti anco una volta; 
E mi gettai dalla finestra e corsi 

11 mio obbrobrio a svelarti e i miei rimorsi 

« So che inutile e tardo e il pentim-ento 
Che la vigil coscienza or m'affatica; 
Pur nel segreto del mio core io sento 
Che se tu mi perdoni, o dolce amiea, 
Men grave scendera sul capo mio 
La giustizia degli uomini e di Dio. 

a Oh ! non per me, che tanta inf amia rese 
Degno sol di disprezzo e d'abbandono, 
Ma per I'amor del figlio nostro, Agnese, 
La tua pietade imploro e il tuo perdono ; 
Per me la morte sara bella ancora, 
Se non vorrai che disperato io mora. » — 

Cosi pariava, e con ansia affannosa 

Si stringea singhiozzando a' suoi ginocchi 
Ed ella si chinava e una pietosa 
Onda di pianto le cadea dagli occhi, 
Dagli occhi le cadea sul capo amato 
Quasi I'onta a Lavar del suo peccato. 

— a Si, ti perdono! il mio ribrezzo han 
I tuoi fieri rimorsi e il tuo dolore: 
Oh! quando pur dal seno mio respinto 
Io ti volessi, nol vorrcbbe il core;^ 
Sorgi, infelice, abbracciami e com'io 
T'ho per donate, ti perdoni Iddio, » — 



-- 279 — 

- (( Che tu sia benedettal or a io Taccetto 
Come una santa espiazion la morte: 
Poi die la tua piet^ non rn'lia reietto, 
La ^uardo in faccia rassegnato e forte; 
Che se pur duolnii di morir, gli e solo 
Per lasHiiiar te, mia A^na&e, e ii inio figiiuolo. 

Povero il mio bambino! or I'onta ignora 
Di ehe la vita mia contaminai; 
Ma quando ei cresca eoU'etade, oh allora 
Se di suo padre ti cLiedesse mai, 
Perche non abbia a maledirne il nome, 
Digli ch'e morto ma non dirgli come. 

Soltanto allora che fatal cagione 

Ti fosse anch'egli, com'io il fui, di pianto, 

Ne chiamarlo valesse alia ragione 

II tuo esempio e il tuo amore, oh! allor soltanto 

Pur ch'ei s'arresti sul cammin del vizio, 

Le mie colpe gii narra e il mio supplizio! y> — 

)osi dicendo avvicinossi al^ letto, 
Dove su rozza coltrice giacente 
II suo pallido e biondo figliuoletto 
L'alto sonno dormia deli'innocente, 
E sovra il labbro tutto il cor raccolto, 
Su lui .chinossi e lo bacio nel Yolto. — 

S fu questa la gioia ultima e santa 
Che suUa terra gli venia serbata! — 
Sotto il fragor di spessi colpi mfranta 
Cade la porta: — una coorte armata 
Su lui si slancia, e di catene avvmto 
Seco r adduce nel fatal recmto. 

E giustizia fu f atta. — In capo a un mese 
Chi un miglio fuor della citta traea, 
Di cinque spoglie alia rea trave appese 
Da lungi nereggiar Tombra vedea; ^ 
E quel di cento spose ai lor consorti 
L'istoria ripetean de' cinque morii. 



- 280 



LE DUE EIAMMELLE AMOROSE. 



Sulle rive di Ponente, 
La tra Geneva e Siavona^ 
Dove il suol festosamente 
Di colline s'incorona, 
Sta un'allegra terricciuola, 
E la chiamano Albisola. 

Quivi aranci ed oliveti 

Sotto un ciel die non ha verno, 
Quivi colli sempre lieti 
Tra '1 profumo e il verde eterno 
E' una terra clie par nata 
Dal capriccio d'una fata. 

Ma al di dietro di que' clivi 
Qual contrasto non t'aspetta! 
Non piu aranci, non piu olivi, 
E' una terra maledetta; 
Per due miglia di camnaino 
Pochi sterpi e qualclie pino. 

Poi nel fondo, come tend« 
Stese intorno alle campagne, 
La gran cinta si distende 
Delle liguri montagne; 
Ed in mezzo ignudo ed erto 
Un pinnacolo deserto. 



— 281 — 

]?ie mortal non © salito 
Sulla cima di quel monte; 
Nudi massi di granito 
Gli ricingono la f ror^te : 
Quel gran monte desolato 
Si nomo Picco Spaccato. 

La montagna, in due squarciata 
Dalla cima insino al fondo, 
D'un gola sterminata 
Schiude il baratro profondo ; 
E in quel baratro si sente 
Muggir Tonda d'un torrente. 

Chi (JalPalto il guardo spinge 
Nelrimmensa spaccatura, 
Sente il cor che gli si stringe 
D'ineffabile paura, 
E appressarsi piii non osa 
Alia gola spaventosa. 

Cento istorie strane e orrend'C 
Di quel Picco avrete intese; 
Ma fra tutte le leggende 
Che si narran nel paese 
La piu cara e la piil most a, 
Se m'udite, sara questa. 

II. 

Era presso il tramonto — il sol morente 
Mandava sulla ligure marina 
Una tremula striscia rilucente, 
Che al soffio della brezza vespertina 
Splendea sull'increspate onde spumanti 
Come un lenzuol di gemme e di brillanti. 

E della spiaggia suH'estrema parte 
Di mannai una gioconda schiera 
Le vele appareccliiavano e te sarte 
D'un bastimento sulla cui bandiera 
In campo azzurro una Madonna appare, 
Che sotto ha scritto : La Hella del mare. 



- 282 - 

Poco distaoite dalla riva intanto 
SuH'uscio d'una povera casetta 
Sodea d'uu bruno marinaro accanto 
Una pallida e bionda giovinetta, 
Ch-e stretta il core da pieta profonda 
Guardava il sol clie scomparia neH'onda. 

— a E tu parti, dicea, caro il mio Benso, 
Tu vai lontano dalla natia terra, 
Vagando sempre per quel mare immenso 
Colle procelle e coi pirati in f^uerra, j 
Mentr'io qui resto abbandoiiata e sola [ 
Senza il conforto della tua parola. 

a Ben dieci volte sei partito e mai 

Come stasera io non f ui mai si mesta : ' 

Oh Benso, oh Benso mio, credilo, sai, 
L'ultima volta ch'io ti vegg^o e questa! 
Non so perche, ma qui nel cot mi sento 
Quest' orren do e fatal presentimento. » — 

- — « E' amorosa paura, angiolo mio, i 

Questo fosoo pensier che t'addolora; !| 

II nostro amore e benedetto, e Iddio 
Ci vorra uniti sulla terra ancora... 
Or via, non pianger Lisa ! e col tuo pianto 
Non far piii grave il mio dolor ch'e tanto! » - 

— « Benso! non piango piii... guar da! son mes 
Si, ma tranquilla e Tavvenir non temo... 
Bando al triste pensier che ci funesta 

Le pie dolcezze del saluto estremo: 
Nella mestizia di quest'ultim'ora 
Dimmi, amor mio, che ci vedremo ancora. 

« E p-erche nel pensier sempre ti torni 
L^ in mezzo al mar la rimembranza mia 
E nel silenzio de' tuoi lunghi giorni 
Qualche parte di me presso ti sia, 
Prendi, o mio B'Onso, e sul tuo cor nasoondi 
Quest' anellin de' miei capelli biondi... » — 



m — ^83 — 

—^ (( E anch'io, luia Lisa, anch'io t'avea serbato 
Tin pio ricordo del mio sprande affetto : 
Guarda! h un povero cencio lacerate 
Che da cinque aiini mi &ta qui sul petto, 
Unica e santa eredita solenne 
Che dalFestinto monitor mi venne. 

a Ma un brano egli e della fatal bandiera 
Che segnal di battaglie e di vittoria 
La sulFonde di Lepanto alia nera 
Prua sventolava del vascel di Doria. » — 
E si dicendo alia sua dolce arnica 
Lasciava un bacio e la reliquia antica. — 

E di li a poco per I'azzurro piano 
Veleggiava di Benso il bastimento, 
Ed ella udia venirle da lontano 
L'estremo addio clie le portava il vento ; 
Mentre il cor le dicea, povera mesta: 
L'ultima volta che lo vedi e questa! 

III. 



Passa un anno, un anno eterno, 
E il suo Benso non arrival 
Vien la state, giunge il verao... 
Niun naviglio a quella rivu! 
Chiede a tutti la fanciulla 
Se novelle aver ne puo. 
Ma nessuno ne sa nulla 
Da quel di che s'imbarco. 

Ogni di la dolorosa 

Scende al lido e guarda al mare, 
E se vede qualche cosa 
Da lontano biancheggiare, 
II desio che la flagella 
Le figura nel pensier 
L'aspettata navicella 
Del suo fido juarinier. 



— 284 — 

JPojeretta! il bastimento 
Clie tu chiami dalla sponda 
E' il lontan spruzzo d'argento 
Che spumeggia in cima aH'onda: 
Poveretta! il punto bianco 
Che tu vedi in fondo al mar, 
E' nn alcion che il volo stance 
Vien suH'onde a riposar! — 

Ma una^ sera due soldati, 
Che giungean di Barberia 
Con gran prezzo riscattati 
Dalla lunga prigionia, 
Le fatiche del viaggio 
Per brev'ora a ristorar 
I^eiralbergo del villaggio 
Si fermaro a pernottar. 

E narrar che un anno pria 
Gran conflitto in mar s'aceese 
Tra i corsari d' Algeria 
E una barca genovese: 
La vittotia ai rinnegati, 
La sconfitta ai nostri fu, 
Parte nccisi ed annegati, 
Parte tratti in servitu. — 

II di appresso la Lisetta 
Era la eiurma s'arrnolava 
D^una lignre goletta 
Che per TAfrica salpava : 
Raso il crine, d'una bruna 
Marinara si copri... 
E di lei novella alcuna 
Non s'inte«e da quel di. 

IV. 

E' il due novembre — il di sacro alle care 
Rimembranze dei morti. Ad uno ad uno, 
Di qua di la dall'umil casolare 
I fedeli giungean vestiti a bruno, 
E, raccolti nel mesto santuario, 
In coro recitavano il Eoaario. 



— 285 — 

E nella parte piii remota e scura 
Delia povera eliiosa si vedea 
Eitta m piedi una pallida fioura 
Che al ciel conv-ersi i cavi occhi tenea, 
E tutta avvolta nel suo velo nero 
Par-ea un'ombra fu^gita al cimitero. 

Era la Lisa! — Avea cercato invano 
Per mari e monti il suo perduto bene, 
E tornava quel giorno da lontano, 
Che una speranza ancora la sostiene, 
Una speranza che in suo cuor nutrica 
Del suo paese una leo^genda antica. 

La qual narrava che in quel di sacrato 
A mezzanotte si vedean calare 
La tra le gole del Picco Spaceato 
L'alme di quel ch'erano morti in mare, 
E in cappe nere e in lunf]^he processioni 
Passegg^iavano su e giii per i burroni. — 

E poi che invan per cento giorni e cento 
Sotto Testranio ciel I'ebbe cercato, 
Penso che all'ora del naval cimento 
L'avessero morto e in fondo al mar gittato, 
Onde al Picco venia quel giorno istesso 
L'anima a salutar del suo promesso. 

Terminate le sacre salmodie, 
Per le propinque valli mestaniente 
A gruppi a gruppi e per diverse vie 
Si disperdea la convenuta gente, 
Volgendo un guardo di gentil compianto 
A quella cara che pativa tanto. 

E come spento fu T ultimo cero. 
TJsciva anch'essa, e taciturna e sola 
S'incamminava per I'ermo sentiero 
Che conducea nella terribil gola, 
E da lontan s'udian sotto i suoi passi 
Fremer le fo^lie e rotolare i sassi. 



— 286 — 

— « Oh! ti vedro, dicea, Benso diletto, 
Oh ! ti vedro dopo tanti anni ancora ! 
La dove il varco e piu scosceso e stretto 
M'appostero siil siio passagio, e allora 
In procession co^li altri morti anch'esso 
Lo spo'so mio mi passera dappresso. 

« Gli mostrero quel brano di bandiera, 
Eicordo estremo d'nn amor perduto, 
Ch'ei lasciato m'avea I'liltima sera, 
L'ultima sera ch'io Tebbi veduto : 
E benche, da quel di tanto mutata 
Ravvisera la fanciulla amata. 

a Poi g'li diro che I'amor suo soltanto 
Di mia bellezza ha logorato il fiore, 
Che quest i aolchi me li fece il pianto, 
Che consunta cosi m'ebbe il dolore; 
E quando questo <?li avro detto, oh! allora 
Forse, chi sa, ^\i parro bella ancora. » — 

E su pel monte si spin^ea. — L' arcana 
Di quel ^iorno feral malinconia, 
Lo squillo della funebre campana 
Che a lenti tocclii per I'aer venia, 
Accrescean la terrbile e severa 
Solennita di quella notte nera. 

E grosse niibi dal nembo condotte 
Si vedean vag'ar su per le vette ; 
Stormfano i pini e tra gli scogli rotte 
Cupamente Crimean I'onde sof^^'cr-ette, 
Mentre incj^olfato nella gola oscura 
Mug'giva un vento che mettea paura. 

E Lisa avanti : — su per Tirte rapi 

S'^rrompicava aali a^^pri orli sporf^enti, 
Corr?a tr?. I'ombre, si perdea nei cupi 
Dell'orrenda bcsca^lia avvolgimenti ; 
D'un'anima smarrita avea sembianza 
Che s'affrettasse alia notturna danza. 



— 287 — 

Entro le pie^'lie del siio vel squarciato 
Svolazzava la cliioma in preda al vento, 
Ed essa avanti senza trar mai fiato 
Con Tina furia che f acea spavento ; 
Per nn istante in cima al Picco apparve.. 
Poi neirimmensa oscurita disparre! 

I su pei monti i negri nup^oloni 
Sempre piu si veniano accumiilando ; 
Pis'cliiava il vento traverso i burroni 
B s'lidia da lontano a quando a quando 
Per quella solitiidine proionda, 
La campana eche^giar, fran^ersi Tonda! 



M[a sul farsi del mattino 
Fn errante contadino 
Che quel monte valico, 

5ovra un sasso vide assisa 
La figura della Lisa 
E tremando s'aocosto. 

ja sua cliioma incanutita 
Dalla fronte irrigidita 
Le discende infino al pie ; 

una man che par di cera 
Stringe il brano di bandiera 
Che il suo Benso un di le die. 

la le braccia al sen conserte, 
Le pupille tutte aperte 
Tien ri volte sul burron ; 

S ool guardo fisso fisso 

Par che cerchi in queirabisso 
I 11 dil^tto suo garzoB, 



— 288 -^^ 

Ella e morta. — Nel sacrato 
Con ^ran pianto sotterrato 
II suo corpo fu cosi: 

Ma I'istoria dei due cari 
Fra quel buoni marinari 
Vive ancora ai nostri di. 

E narran che ogni anno la sera dei morti 
Si veogon due biancbe fiammelle consorti, 
Che, come sospinte da un solo desir, 
In vetta a quel Picco si vanno a unir. 

Leggiera leggiera s'avanza la prima 
Dei flutti spumanti lambendo la cima 
Infin che sul lido si viene a gittar... 
E' I'alma di Benso che sorge dal mar. 

E Taltra, che il vede venir da lontano, 
Si spicca dal monte, si cala nel piano ; 

Con ansia amorosa d'incontro gli vien... 
E' Lisa che chiama, che cerca il suo ben. 

E allora nel casto desio d'un ampl-esso 

Via via per i monti si corron d'appresso, 
Ed ora nella valle si lascian veder, 
Or pendon suH'orlo degl'erti sentier. 

E forse quei balzi, quel guizzi lucenti 
Son bad furtivi, son palpiti ardenti, 
Son care -e soavi parole d'araor 
Che Palme gemelle si scambian fra lor. 

Ma appena un barlume dell' alba nascente 
L'estremo inargenta confin d'ori'ente, 
Con volo Concorde la coppia fedel 
Ascende — s'innalza — svanisoe nel ciel! 



~ 289 ~ 



AMOB DI MADRE. 

Vieni, la mia bambina, 
Vieni, mio solo amor! 
Ob! quella tua testina 
Cb'io me la baci ancor. 

Dio! come tu sei bella, 
Come gentil tu se' 
Colle tiie bionde anella 
Cadenti insino al pie! 

Non correr tanto, o cara, 
Perche mi fai tremar : 
Stammi qui presso e impara 
Com'io ti sappia amar. 

Fin da quel di solenne 

Che a me il Signer ti die, 
Bacio nessun ti venue, 
Cara, se non da me. 

A te il materno petto 
Fu cibo ed origlier : 
D'un mercenario affetto 
E' orribile il pensier! 

lo ti vegliai la cuUa, 
lo balbettai con te; 
lo t'avve^zai, fanciulla, 
Ai primi passi il pie. 

Se tu sapessi come 
Piansi di gioia il di 
Cbe della madre il nome 
Dalla tua bocca usci! 

lo ti serrai sul petto, 
Mi sorridesti tu... 
— (( Mamma! » — m'avevi detto, 
lo non volea di piu. 

Fuiiis^iio - ^oeste 19 



E se altra mai parola 
lo non iidia da te, 
Quella parola sola 
Saria bastata a me. 

Sentimi, cara, — quanto 
S'ami nel ciel non so; 
So ben che amor piu santo 
Darsi del mio non puo. 

Qtiando ti ve^^o in festa, 
Ho il paradise in cor, 
Ma se ti ve^j^o mesta, 
Dio! come sofFro allor! 

Quando con qne' tuoi ^randi 
Occhi color del mar 
Piang^ndo mi domandi 
Quel ch'io non posso dar! 

Esser vorrei pur io 
Cosi potente allor, 
Com'e potente Iddio 
Per contentarti ognor. 

Ma non mi chieder mai 
Quel cli'io non posso dar; 
Quel dirti : No!., tu il sai, 
Troppo mi fa penar. 

Vieni su' miei ginoochi, 
Vieni, mio solo amor! 
Voglio baciarti gli oocbi, 
Voglio serrarti al cor. 

Dimmi che m'ami tanto, 
Clie mi vuoi tanto ben, 
Che non conosci il pianto 
Quand'io ti stringo al sen : 

Dimmi che dopo Iddio 
^on amerai che me, ^ 
Dimmi, angioletto mio: 
— Mamma! morro con te! 



291 — 



L'AMOR D'UNA BAMBINA. 



Gli e ver, mammina mia, 
Che vuoi saper da me 
Quanto Tafietto sia 
Che mi costringe a te? 

Cosa piu grand'© al mondo 
DeH'amor mio non so; 
II mar, ch'e tanto fondo, 
Certo capir nol puo. 

Quando al tuo sen talora, 
Mamma, mi fai dormir, 
L^estasi di quelFora 
Non te la posso dir. 

II mio abitin si bello 
Che mi sta tanto ben, 
lo ti darei fin quello 
Pur di dormirti al sen, 

Sempre ti gira intorno 
Del mio pensiero il vol : 
Al nascero d^el giorno, 
Al tramontar del sol. 

Colle manine in croce 
Del mio altarin al pie 
Recite a baasa voce 
L'Avemmaria per te. 



-- 292 ~- 

E donde avvien die amando 
Di questo grande amor, 
Posso di quando in quando 
Esser cattiva ancor? 

Oh! mamma mia, perdona; 
Non lo saro mai piu ; 
Voglio esser tanto buona 
Come sei buona tu. 

Mamma, te lo prometto, 
Saro obbediente ognor; 
Imparero il sonetto 
Non istudiato ancor. 

Se tante volte Tio pianto, 
Non piangero mai piii : 
Voglio esser buona tanto 
Come sei buona tu. 

Ora una certa oosa 
Vorrei saper da te; 
Scusa se son curiosa, 
Scusa, ma c'e un perche. 

Ecco — saper desio 
Se al crescer dell'eta 
Diverro sposa anch'io 
Come sei tu e papa. 

'E sposa ch'io mi sia 
Mamma, e poi vero che 
Mi condurranno via 
Ne staro piu con te? 

Oh ! se al tuo dolce amplesso 
Tolta foss'io cosi, 
E d'un omaccio appresso 
Viver dovessi un di, 

Preghero Iddio, mammina, 
E il pregherai pur tu, 
Ch'io resti ognor bambina 
Per non lasciarti piu. 



— 293 --* 



LO SCOGLIO DEGLI ORFANI 



BALLATA. 



iduta e la notte; — d'un lug'ubre velo 
L'immensa si copre pianura del mar ; 
Traverso l-e nubi vaganti pel cielo 
Qua e la qualclie stella si vede brillar ; 
La lima clie incerta si mostra e s'asconde, 
Tin tremulo rag^io rifiette suU'onde. 

3ssata e la f uria del iiero uragano 

Che tutto sconvolse quel mare e quel ciel. — 

Ma Renzo sull'alba pel vasto oceano 

Spiegava la vela del fragil battel, 

E « Addio, miei fi^liuoli ! dieeva partendo, 

Stasera al tramonto sul lido v'attendo! » 

a la sera e gia suecessa 
Ai tramonto di quel di; 
Mezzanott-e ormai s'appressa, 
Ne la barca compari. 

&r la spiaggia erranti e soli 
Tra la speme ed il timor 
I due poveri figliuoli 
Van chiamando il genitor. 

an chiamando in mezzo alPonde 
L'aspettato navicel ; 
Voce alcuna non risponde... 
Tutto mare, tutto ciel! 

gli scogli della riva 
Piedi e mani insanguinar; 
Ma dovunque il guar do arriva 
Tutto cielo e tutto mar! 



— 294 — 

Passa via per Tonda bruna 
L^ala bianca d^un alcion; 
Sotto il raggio della luna 
L'lianno scorto i due gax;&on. 

' — a Dinne, o bianco pellegrino, 
Tu cbe hai corso tanto ciel, 
Hai veduto in tuo cammino 
Un ramingo navicel? 

a L'liai veduto a qualche lido 
Sano e salvo rioovrar? » — 
Ma ralcion manda uno strido. .. 
E si perde in alto mar. 

Stan cosi la notte e il giorno 
Sotto il vento, sotto il gel, 
Pur fidando nel ritorno 
Del paterno navicel. 

E allorche la terza aurora 
Quelle spiaggie illumino, 
L'uno alFaltro stretti ancora 
Sulla sabbia li trovo. 

Ma eran pallidi quei visi, 
Senza palpiti quei cor, 
Ma la morte avea recisi 
L'un suiraltro quei due fior. 

E davanti a lor giacea 
La reliquia d'un battel, 
Dove il nome si leggea 
Del paterno navicel. 

Deposex le salme dei due derelitti 

In cima alio scoglio che pende sul mar; 
Del naufrago legno due pezzi confitti 
A imagin di croce sovr'esso piantar : 
Quel memore scoglio venia da quel di 
Lo Scoglio degli orfani cbiamato cosi. 



- 295 - 



LA PREGHIEEA DELLA SERA 



Tramonta il di ; — la placida 
Aura del yespro oscilla 
Al suono malinconico 
Delia notturna squilla, 
Che in flebile armonia 
Dalla tone annunzio rAvemaria. 

Rincliiiisa nel silenzio 
Deirumil eameretta, 
La solitaria ver^ine 
Presso 1' altar si ^etta; 
E il vento dell a sera 
L'incenso invola della sua pre^hiera. 

La benedetta lampada 
Piove una luce mesta 
Dell'innO'Cente vergine 
Sovxa la bionda testa, 
E le incorona il viso 
D'un'aureola die par di paradise. 

^^ (( Ave Maria ! se il f ervido 
Suon della mia favella 
Infino a te puo ^iungere, 
Ver^ine santa e bella, 
Guarda la poveretta 
Clie da te sola OKni s^o bene aspetta. 

Ave Maria! sul placido 

Guancial del mio riposo 

Maternamente vip^ili 

II tuo sg'uardo amoroso ; 

E, se sognar degg'io, 

Mostrami in sogno il paradise e Dio, 



— L>96 — 

a Ave Maria! sull'anj^elo 
Che mi dono la vita 
Sc-enda, o pietosa Ver^ine, 
La tua celeste aita, 
E a lei che m'e si car a 
Xlna serie di lun^hi anni prepara. 

« Ave Maria ! sulPorf ano 
Stendi la man pietosa ; 
Manda un conforto al misero 
Che piu sperar non osa ! 
E deirafflitto il pianto 
Tergi, o Maria, tu ch-e sofferto hai tanto! 

« Ave Maria! nell'nltima 
Ora del viver mio 
II moribondo spirito 
Tu raccomanda a Dio ! 
Chi nel tuo bacio muore 
Si svegliera nel bacio del Si^nore. » — 

E si dicendo il limpido 
Sguardo levo la pia 
Ed alia santa imagine 
Sorrise di Maria : 
Poi con sommessa voce 
Si fece il segno della santa croce. 



*- 297 



A GUENDALINA V... A. 



FANCIULLA DODICENNE- 



' dunque ver che airanima 

De^li estri miei dolce ti suona il canto? 

E' ver che alia mia povera 

Musa ti stringe un incompreso amor? 

Ebben, fanciulla, e sia per te soltanto 

Questa parola ch-e mi vien dal cor. — 

e benedetta ! il facile 
Delia vita pendio s'apre a' tuoi piedi; 
Lieti i tuoi di trascorrono 
Era le dolcezze del paterno ostel, 
E s-e intorno ti guardi, altro non vedi 
Ch-e fieri sulla terra ed astri in ciel. 

na carezza, un bacio, 

II don promesso d'una rosea vesta, 

Le melodie del cembalo 

Balzanti al tocoo di tua man g^entil, 

Un nastro al collo, un fiorellino in testa, 

Ecco i sogni del tuo vergine april! 

orri, fanciulla, slanciati 
In questa di piacer danza innocente, 
Batti i tuoi vanni, o Candida 
Farfalla, in mezzo alle rugiade e ai fior.,. 
E' breve il gaudio die il Signer consente, 

E on] 1 ' pf a d p1 1 ' 1 n n HP ATI v.i^ pi m n nr ! 



— 298 — 

Altri saranno i palpiti 

Che a te, fanciulla, ravvenir prepara; 
Altre le arcane gioie 
Ch'or la tua mente indovinar non sa: 
Gioie tremende saran quelle, o cara, 
Ma non le gioie della prima etk. 

Non chieder, no, clie rapidi 

Tra-svolino i tuoi primi anni ridenti; 
Oh ! tu non puoi comprenderla 
Del lor profumo la gen til virtu! 
Sorvien Tebbrezza d' altri affetti ardenti, 
Ma quel profumo non ritorna piu. 

Corri su dunque, slanciati 

Incontro al bacio delPeta fuggente; 

Tutti t'inchina a coglierli 

Delia tua santa primavera i fior... 

E' breve il gaudio che il Signor consente, 

E eoll'eta dell'innocenza ei muor! 



— 299 — 

ANCOR MADRE 

Ancor madre!... oh le gioie profonde 
Che quaggiu mi consente il Signer! 
Quanta vita nel sen mi diffonde 
Questo palpito arcane del cor! 

Non credea che il materno mio petto 
Tanto affetto — potesse albergar, 
Che ad un nuovo delirio d'amore 
Questo core — potesse bastar. 

Ma I'amor d'una madre e infinite 
Come un cielo ch'fe senza oonfin : 
Piu di stelle quel cielo e vestito 
E piii svela il suo imment^o cammin. 

Oh diletti, che intorno mi state, 
Non chinate — lo sguardo cosi : 
K^o, per voi nel materno mio seno 
Non vien meno I'alfetto d'un di. 

Air amor ch'io vi porto, o miei cari, 
Non fa oltrat^j'gio I'amore novel... 
Non si turba lo specchio del mari 
Sotto I'onda d'un nuovo ruscel. 

Se un fratello il Signer vi concede, 
Non vi diede — per questo un rival- ; 
Tutti, tutti d'un nome io vi chiamo, 
Tutti v'amo — d'un palpito egual. 

Airetemo del sole sorriso 

D'una madre assomiglia Tamer; 
Benche in raggi infiniti diviso, 
Splende in tutti d'un solo fulgor. 

Oh! stringetelo al fervido petto 
L'angioletto — che Iddio ci largi : 
Alia nostra ghirlanda d'amore 
Questo fiore — s'aggiunga cosi. 



~ 800 — 
UN ADDIO 

AD A. C. 

Un altro canto!... I'ultimo 

Canto clie iidrai dalla mia bocca d questo : 

E s'ei ti manda alPanima 

Tin senso di tristezza e di dolor, 

Deh! mi compian^i ; — quando il core e mesto 

E' mesta aneh'-essa la canzon d'amor. 

Mesto son io!... le giovani 

Speranze della mia Tita ridente 

Tntte le infranseil turbine 

D'nna sventura che non ha oonfin ; 

E il soffio del dolor passo repente 

Sui poclii fior che mi cingeano il crin. 

D'intorno a m-e le splendide 

Memorie del passato invan richiamo, 
Invan domando nn ultimo 
Lampo del gaudio che gustai quaggiu... 
La cara voce, che diceami « Io t'amo. » 
Oh! quella voce non I'udro mai piu. 

Sulle tue bionde treccie 

Piu non potro, perduto angelo mio, 
Depor quel casto bacio 
Che tanta parte mi schiudea di ciel, 
E per la vita acoompagnarti anch'io 
Custode indivisibile e fedeh 

Sognai rimmenso gaudio 

Del tanto amor che il tuo labbro m'offria, 

Di quelPamor santissimo 

Che arcanamente custodiva in me, 

Sognai Vebbrezza di chiamarti mia, 

Di viver sempre e di morir con te! 

Con te volea dividere 

La mia parte di gioia ed il mio pianto; 
Nm ofioTni del mio o^iubilo 



Nei giorni del mio giubilo 



^ 301 ^ 

Nelle mie trava^liate ore di duol 
Mi sarei volto a te com'elianto 
Che innamorato si rivol^e al sol. 

Ma d^improvviso nu^olo 

Fu quel limpido sole ottenebrato! 
Tolto airardente ra^gio, 
Rapito a tanta luce e a tanto amor, 
11 povero elianto abbandonato 
Eeclina il capo mestamente e muor. 

E tu mi amavi ! il ver^ine 

Tuo cor volava ^iubilando al mio : 
Misterioso im palpito 
Le nostre sventurate anime uni, 
E il di che dirmi tu dovesti addio 
Quanto il pian^esti quel terribil di! 

Oh! se il mio amor quest'unica 
Dovea lasciarti eredita di pianto, 
Non io chiamata ai fervidi 
Sogni t'avrei d'un'altra vita allor; 
Di poche gioie pel fusface incanto, 
No, favellato non t'avrei d'amor. 

Deh ! mi perdona, o povera, 

Se t'ho il sospiro del mio cor prof erto ; 
Io non credea si torbida 
Per noi voLs^esse I'onda del destin; 
Volea di fiori apparecchiarti un serto, 
E sol di spine t'ho recinto il crin! 

Dell! mi perdona, e lascia 

Che in tanta del mio cor melanconia 
Le piu soavi ima^ini 
Delia mia mente sien converse a te, 
Che tutti i baci della bocoa mia 
Veng-an tutti a cader, cara, al tuo pie. 

Che se I'inesorabile 

Destin m'invola al tuo sognato amplesso, 

Angiolo mio, quest' anima, 

Anche divisi, ti sara f edel : 

E se amarmi d'amor non t'e conce&so, 

Pur che tu m'ami, mi dirai fratel! 



^ 302 — 

IL MIO DOLORE. 

Alia Nobil Donna 



CONTESSA SOPIA ANTONIETTA ALBRIZZI. 

Com'arpa melanoonica, 
Quando la ba^ia il vento 
Lungo per Taura il fremito 
Manda del suo lamento, 
Cosi, o Gentil, quest' anima 
Abbandonata e mesta 
De' tuoi pietosi numeri 
Airarmonia si desta. 

E oonfidente slanciasi 
Al tuo fraterno amplesso 
E ti domanda il g'audio 
Di rimanerti appresso; 
Lieta se in tante an^oscie 
Le vien discliiu&o un core, 
In cui versar la torbida 
Piena del suo dolore. 

Ed or che irresistibile 

M'urge il soffrir mio tanto, 
Dolce m'e pur la memore 
Nota del tuo compianto: 
Piu dolce ancor ripeterti 
Di quanto amor I'amai 
La benedetta martire 
Che non vedro piu mai. 

Oh! da quel di che il pallido 
Labbro p^iungendo al mio, 
Ella in un lunp^o ed ultimo 
Sguardo mi disse addio, 
Oh! da quel di la povera 
Anim,a mia, siccome 
In un lontano esilio, 
Sempre la chiama a nonae. 



^- 303 -* 

Rinchiuso nel sil©nzio 
Delia romita stanza, 
TJii di per noi si splendida 
Di luce e di speranza, 
Sul vedovato talamo 
lo m'abbandono e grido, 
Qual desolata rondine 
Sovra il deserto nido: 

— « Anna, ove sei? mpondimi! 
Tn che mi amavi tanto 
Perch ^ non vieni a terp^re 
Da qneste ciglia il pianto? 
Da te diviso, in odio 

M'e qnesta vita, il sai, 
E tu mi lasci piangere, 
E tu non torni mai? 

— a Torna, adorata, ai fervidi 
Baci del tuo diletto; 

La pallida tua faccia 
Torna a posarmi in petto; 
Pur ch'io ti sia dappresso, 
Pur cli'io ti vegga anoora, 
Torna sul letto istesso 
Dove ffiacevi allora! 

« Fors-e il mio ardente bacio. 
Forse la mia carezza 
Gia non t'aveva, oh! povera, 
Ai patimenti avvezza? 
Forse fra tante ambascie, 
Angiolo caro e santo, 
T'ho mai veduta pian^-ere 
Quand'io ti stava accanto? 

« Oh! vieni adunque e all'estasi 
Del tuo ^ioir t'invola 
Per con fort ar quest' anima 
Che non puo viver sola; 
Vieni, ritorna a cin^ere 
II tuo terrestre velo... 
Senza il mio amor, rispondimi, 
Forse ti basta il cielo? » — 



~ 304 — 

Cosi di tanle imagini 
Sotto il tremendo incarco 
Nel delirar deiranima 
Ton to al mio duolo un varco; 
E delle mie memorie 
Nel santuario arcano 
Trovo quel poco ^audio 
Che altrove ip cerco invano. 

Pur questo duol ohe m'agita 
lo raccarezzo-, io ramo: 
Quand'e^li vien, rabbraccio, 
Quando mi fug^e, il chiamo: 
No! per l-e mille ^ioie 
Cbe mi presenta il mondo 
Io non darei una la^rima 
Del mio dolor profondo. 

Oh questo mio supplizio' 
Non mi sia tolto mai! 
Mi sentirei piu misero, 
Piu sventurato assai ; 
So mi rimane un gaudio 
Sovra la terra, e questo: 
La speranza di vivere 
Eternamente mesto! 

E tu, Gentil, ohe ^Pimpeti 
Del mio dolor comprendi, 
Tu che ove geme un misero 
Ivi lo s^uardo intondi, 
Vieni col mesto cantico 
A rinfrescar la pia 
Ed immortal memoria 
Delia sventura mia. 

Dinimi che ormai quest' anima 
Piu non avra conforto, 
Che il mio dolor fia simile 
A un mar die non ha porto : 
Ma dimmi ancor che al termine 
Delia mia stanca vita 
Dato mi fia ri vivere 
Presso la mia rapita! 



305 



AD ELISA ZANARDELLI. 



Come un luceute specchio 
Pinge col suo riflesso 
Tutte le varie ima^ini 
Che g\i son posto appresso, 
Delia mia occulta mente 
Ogni pensier cosi, 
mistica veggente, 
Mi ripetevi un di. 

E al prepotente imperio 
D'un cenno mio soltanto 
Ti comandava il gaudio, 
Ti ccstringeva al pianto; 
E qual devota ancella 
Con facile obbedir 
Ogni mia idea novella 
lo ti vedea compir. 

Solo una volta, il tremulo 
Tuo ciglio corrugando, 
Ti rifiutasti al tacito 
Del mio pensier comando : 
Ma il carezzeTol suono 
Delia mia voce allor: 
« Cedi, ti disse, e in dono 
Avrai due versi e un fior. d 
usiNATO - Foesie 30 



~ 306 — 

Tu sorride«ti e docile 
Al mio Yolere arcano 
Sulle pensate pa^ine 
Stendesti allor la mano: 
Poi con festoso incesso 
Muover ti vidi il pie, 
II guiderdon promesso 
Quasi chiedendo a me. 

E tu Tavrai — del povero 
Mio verso il debil suono 
Ti vola incontro a poro^erti 
Una meta del dono; 
Ma il fior che t'ho promesso, 
mia fanciulla, allor, 
No, non te Tofiro adesso 
QueU'invocato fior. 

Come il pensier lo ima^ina, 
Come il desio lo vuole, 
Ne ceroo in van Teffluvio 
Sulle terrene aiuole: 
Quel fiore pere^rino 
Che in dono offrirti io yo\ 
No che in mortal giardino 
Crescer quel fior non puo. 

Quando il potente fascino 
Delle mie conscie dita 
T'avra inspirato il soffio 
D'una seconda vita 
E il tuo spirto diviso 
Vivra soltanto in me, 
Tin fior di paradiso 
lo pensero per te. 

Tutti i color delFiride 
Gli piovero nel grembo, 
Di sovrumani eff'luvii 
L'avvolgero in un nembo; 
E poi cbe sul tuo cuore 
Posto Tavro oosi : 
« Ecco, diro, q^uel fiore 
Cb'io ti promisi un di. 



307 — 



IN MOETE DI BIANCA BATTISTINI 



non oonobbi, o giovinetta, e tan to 
Pur mi strinse dolor di tua partita, 
]he amaramente sul tramonto lio pianto 
Delia tua vita. 

quest'inno, che airanima commossa 
Tn ^entil senso di pietade impara, 
^0 vengo a laj^rimar sulla tua fossa, 
Anima cara! 

voletta che naviga l-eggiera 
Per I'azzurro de' cieli e poi svapora ; 
Fior che olezza al mattino e giunto a sera 
Si diseolora ; 

>lla cadente che d'un fatuo raggio 
?olca la notte e sfavillando manca... 
jO&i passavi nel mortal viaggio, 

Povera Bianca! 

re in quella f uggente ora di vita 
Fanta lasciavi eredita d'affetti, 
3he pianser tutti airangoscia infinita 
De' tuoi diletti. 

era giorno di comun sventura 
E di civioo lutto il di f atale 
Dhe ad altra patria, o bella creatura, 
Spiegasti rale: 



— 308 ^ 

Che tutto quanto in uman cor sta chmso 
Di virtude e di fe semplice e schietta, 
Iddio I'aveva entro il tuo cor profuso, 
benedetta! 

E cosi dolce era il tuo s^uardo e tanta 
Dal tuo bel volto carita inovea, 
Che incoronato d'un'aureola santa 
Esso parea. 

xin^iolo nato airimmortal sorriso, 
Non era, no, quag-^iu la tua dimora! 
Tu sfioravi la terra, e al paradiso 
Redivi ancora. 

Ne t'increbbe di te che alle celesti 
Sfere tornavi e al viver tuo ^iocondo, 
Ma si di lor ch'eternamente mesti 

Lasciavi al mondo : 

Mesti, poi che la tua voce amorosa 
I lor vedovi di piu non conforta, 
Poi che trovan la vita inutil oosa, 
Se tu sei morta. 

Oh ! ma se tanto affanno era serbato 
A chi beasti di si brevi amplessi, 
Forse era mep^lio che il tuo ciel lasciato 
Mai non avessi!... 



309 — 



A GIOVANE SPOSA 



rche isotto il bianco — tuo v-elo di sposa 
11 suolo declini — la fronte pensosa? 
?erclie sulla mesta — tua bruna pupilla 
Furtiva ti spunta — di pianto una stilla? 

Neirora che il bacio — t'attende d'Amor 
Qual cura improvvisa — ti sorge nel cor? 

, si, lo comprendo — Taffanno se^reto 
]lie Talba t'infosca — d'un ^iorno si lieto! 
il fianco ti vedi — la dolce sorella 
^he bacia pian^-endo — la fronte tua bella, 
E quasi lamenti — dischiuso per te 
Quel ^audio che ad essa — concesso non e. 

in mezzo alle ^ioie — che Amor ti prepara, 
ri punge il pensiero — di quella tua cara 
Dhe mai dal tuo fianco — non s'e dipartita, 
ulae madre seconda — ti fu nella vita, 

E forse vorresti — recinto al suo crin 
Quel serto che in dono — t'olierse il destin. 

lleva, o fanciulla, — quel mesto tuo viso, 
Richiama al tuo labbro — Tantico sorriso! 
Jfel pianto fraterno — non vedi riflessa 
La timida gioia — che pxovi tu stes-sa? 
Non vedi die tutta — trasfuse su te 
La parte d'amore — che Die non le die? 

)n essa, o fanciulla, — t'invidia la festa 
Dei ^^audi infiniti — che il mondo t'appresta : 
N"ei santi recessi — dell' alma innoeente 
Eterna ti prega — la gioia presente, 

E sempre olezzante — quel serto di fior 
Che al crin ti compose -^— la mano d'Amor! 



— 310 — 



A LISA 



Percli6, gentil mia Lisa, 

Dinanzi al fido consiglier cristallo 

Da si lung'ora assisa 

Sognando i gaudi del propinquo balloj 

Orni d'aeree trine 

Le nere treccie del lucente crine? 

Perche tra i ro&ei veli 

Che ti ciroondan come nube, almeno 

Tutto il candor non oeli 

Del niveo colic e del virgineo seno, 

Ed a sguardi procaci 

Addestrar que' tuoi grandi occlii ti piaci! 

Eorse COS! ti credi 

Mercar sull'altre giovinette il vanto? 

Incauta! e non t'avvedi 

Che di tue grazie il prodigato incanto 

Ti fa misero obbietto 

Di basse voglie e non di santo affetto? 

Oh! se di quella pnra 

Felicita che vita ha »ol dal core 

Amor ti punge e cur a, 

Sotto rusbergo del natio pudore 

Grelosamente serba 

Quella beltade che ti fa superba ! 

Fior che in aperte aiuole 

A larghi effluvi Tetere profuma, 

Col tramontar del sole 

Le sue fragranze e i suoi color consuma; 

Mentre nel cespo ascosa 

Sorge piti bella al nuovo di la rosa. 



m. — Mi — 

Seltade ancli'essa e tm fiore 

Clie all'ardenti del mondo aure travolto 

Presto appassisoe e muore; 

Ma, se nel vel della modestia avvolto, 

Dal ^uo tenace stelo 

Manda un profumo clie ti par di cielo. 

Aspro censor, non io 

Di quanto abbella il tuo legg^iadro aspetto 

Ti cliieder5 Toblio ; 

Ma di que' vezzi il vanitoso affetto 

Non sia la sola e prima 

Cura clie vegli a' tuoi pensieri in cima. 

Giovin tu sei : — vestita 

Delle ^ioie che il mondo or ti prepara 

Seorra per te la vita ; 

Pur clie il tumulto di que' c^audi, o cara, 

Non turbi mai la calma 

E virginal ser^nita dell' alma. 

I teatri e le danze 

Non io ti vieto e i giovanili ludi, 

S-e quelle dolci usanze 

Ti sien sollievo a' giornalieri studi, 

Non sdrucciolevol china 

Che a meno caste volutta trascina. 

Ma tu m'ascolti e taci; 

E d'onesto rossor tutta vermiglia 
Quegli occhi or or si audaci 
Raccogli all'ombra delle brune ciglia, 
E sugli omeri ignudi 
Pudicamente il roseo vel racchiudi. 

Grazie, o f anciulla ! al mio 

Verso indulgesti e al sue severe stile : 
Or t'abbanaono al pio 
Eaocoglimento del tuo cor gentile, 
Pago se a te fia scuola 
Di fac^ili virtti la mia parola. 



— 312 — 



IN MORTE DI TOMMASO GEOSSI 



ELEGIA. 



( Rondinella pellegrina, 
Che ti posi sul verone, 
Ricantando ogni mattina 
Quella liebile canzone, 
Che vuoi dirmi in tua favella, 
Pellegrina rondinella ? >► 



iincli'esso mortol... Oh Sig^nore, Si^nore, 
Quanta nel giro di si brevi aurore 
Su qu€sto iiTuppe desolato suolo 

Onda di duolo! 

Misera Patrial un di giardin del mondo, 
Or squallido deserto ed infecondo ; 
E i pochi fior che Iddio t'avea ooncesai 
Caduti anch'essi! 

Misera Patrial... qiiali anticlii errori 
Sconti adesso con si lunghi dolori? 
D'allora un giorno, ed or ti sta sul crine, 
Serto di spine. 

Ti geme ancox nella percossa ment-e 
D'incliti morti il sovvenir recente; 
E sotto rombra d'un novel cipresso 
Ritorni adesso. 

FoTse cbi sa che di tanta sventura 
Alfin trabocchi la fatal misura : 
Oh! ma tu non potrai, dolce poeta, 
Vederla lieta! 



— 313 — 

?orse che al gaudio di piu lieti giorni 
Questa povera afflitta ancor ritorni : 
Oh ! ma tu quelle sue glorie piu mai 
Non canterai. 

^uovi carmi altri Bardi intuoneranno, 
D'amor, di guerra, di gioia, d'affanno; 
Oh ! ma chi al par di te f ara ne' petti 
Pianger gli affetti? 

}hi mai, ne' giorni che verran, ridarmi 
Potra refi'luvio de' tuoi dolci carmi 
E quella santa volutta die spira 

Dalla tua lira? 

iuiante notti mi fer pens-ose e belle 
I tristi casi delle tue novelle; 
Quanti palpiti al mio core apprendeisti 
Sublimi e meati! 

^uante volte alia rondiii pellegrina 
Che trasvolava al mio veron viciua, 
« Del tuo vate, io diceva, o rondinella, 
Dammi novella I » 

Ed essa al suono deirinehiesta usata 
Eaceoglieva la pronta ala spiegata, 
E parea dirmi con note giulive: 

(( Ei canta, ei vive! » 

Ma un mattin del dicembre ella redia 
Con tardo vol la rondinella mia, 
Battendo I'ala affaticata intorno 

Al mio soggiorna. 

K Perche, le dissi quand'io I'ebbi vista, 
Altre volte si lieta ed or si trista? » 
« 11 mio cantor, rispose in suon di pianto, 
E' in camposanto! j> 



E' in camp^santo?... Oli allor che in primavetj 
Tu riedi, sulla sua croce ogni sera 
Posati 6 digli paoe in tua f avella, 
rondinella! 

Cosi moriva anch'esso — e cosi questa 
Stella d'amor tanto soave e mesta 
Dal pallido orizzonte scomparia 

D'ltalia mia. — 

Sovra la fossa del ^entil Cantore 

Pianpi, o Milano, — ma del tno dolore 
II tribute non sia, non sia soltanto 
Inutil pianto! 

D'eterno monumento alia memoria 
II tuo lutto confida e la sua gloria, 
E inse^na al mondo che i suoi Grandi anoorai 
Italia onora. 

Vati cortesi, se la flebil lira 

Del triste even to alia pieta s'inspira, 
II vostro off rite suir altar funesto 

Inno piu mesto; 

E Voi che quanto v'ha di grande e bello 
Fidate alPopra del divin scalpello, 
La cara imago clie ci fu rapita 

Tornate in vita: 

E su quel marmo, a custodire eletto 
La santa effigie del Cantor diletto, 
Seenderanno a depor Teterna fronda 
Bice e Ildeg^onda. 



E. Fxri. 



-^ 315 



IN MOETE DI TOMMASO GROSSI. 



All ERMINIA ^FJJA 



E anch'io commos&o al flebile 
Suono del tuo lamento, 
Come fronda clie s^a^ita 
Al fremito del vento, 
Lascio cader nel calice 
Del funebxe tuo fior 
Questa roinita la^rima 
Che mi suade il cor. 

E col pietoso cantico 

Che il tuo dolor t'inspira 
lo pur ooufondo il gemito 
Delia mia triste lira ; 
E dair altar deH'anima 
Mando un sospir cosi 
Al benedetto Spirito 
Che ad altro ciel sali. 

Morto?... e neseun rivivere 
Park piii mai su questa 
Sublime arpa d' Italia 
Queirarmonia si mesta! 
Pinter potran la folg'ore, 
L'aria, i profumi, il sol, 
Ma no in si dolci numeri 
Armonizzare il duol. 



— 31G — 

Ad altri pur di splendidi 
E forti estii Tincanto: 
A lui la melanconica 
Soavita del pianto, 
E quel potente fascino 
D' arcana volutta 
Clie ti oomanda il palpito 
D'una g'entil pieta. 

Come tu Tami, Erminia, 
Ed io cO'Si Tamai; 
Ne cancellar dal meinore 
Pensier potro piu mai 
Le sante ed ineftabili 
Gioie del primo di, 
Che d'lldegonda ai flebili 
Casi il mio cor s'apri. 

Quella dolente istoria, 
A me si cara allora, 
Come una pia reliquia 
L'ho custodita o^nora ; 
E quelle antiche pa^ine 
S.erban le traccie ancor 
Delle soavi la^rime 
Che mi venian dal cor. 

Dio! come brevi al genio 
Tu numerasti Pore! 
Una lucente striscia 
Che solca I'ombre e muore. .. 
E poi di nuove tenebre 
E molte e lunc^be eta, 
Pria ch'altro lampo illumini 
La fitta o&curita. 

Oh! se alia dolce patria 
Niega il destin nemico 
L'alta possanza e il fug'ido 
Serto del tempo antico, 
Dclle sue poche glorie 
II rapido balen 
Lasci nei tardi secoli 
Qualehe vestigio almen. 



— 31Y — 

'No pel tuo vate, Erminia, 
Non avrai chiesto invano 
La maesta del tumulo 
Alia gentil Milano : 
Essa, la prima e splendida 
Stella del nostro ciel, 
Non puo negare un ra^^io 
Al laKrimato avel. 

A quell'illustre lapide 

Converran tutti — e in questo 
D-eiruniversa Italia 
Pelle^rina^gio mesto, 
Noi pure al melanconico 
Estro S'ciog'liendo il vol, 
Vi recherem la povera 
Parte del nostro duol. 

Presso le sante ceneri 
In^inocchiati insieme, 
Umil tributo ^d ultimo 
DelTanima che ^eme, 
Tu deporrai sul tumulo 
II funebre tuo fior, 
lo la romita lagrima 
Che mi suade il cor! 



— 318 — 



LA EELIGIONE. 



A MONSIGNOR F... 



Ofsanna a Dio! — Dal turbine 
Di tante eta nefande 
E-eligion sua Figlia 
Surse piii forte e grande ; 
Ella passo tra i fulmini 
B'ella immortal cosi, 
Come dalla profetica 
Mente di Cristo usci. 

L'urto di venti seooli 
Ella sostenne in guerra ; 
Perseguitata ed esule 
Pere^rino la terra; 
Contro i potenti intrepida 
Mosse lo s€alzo pie 
E la sua voce indomita 
Tuono dinanzi ai re. 

Tra le f azion che ardevano 
Fin dall'etade antica 
Crebbe ra^^iante e incolume 
Perclife a nessun nemica; 
Perche nel santo Codice 
Cbiusa del suo Yang^el, 
Tive, egli e ver, tra ^li uomini 
Ma collo s^uardo al ciel. 



~ 319 — 

Madre di tutti i popoli 
Sotto la sua bandiera 
Pieto'samente acooglie 
L'umanitade intera; 
Pei traviati ha lagrime, 
Strin^e i pentiti al cor, 
Per o^ni pia^a ha un balsamo 
Per ogni angosoia un fior. 

Foll-e oolui che, immemore 
Di quel mandato santo, 
Delia profana porpora 
Sogna comporle un manto; 
Folle chi vuol d'un fragile 
Serto il suo crin fregiar... 
E' la sua reggia il tempio, 
II trono suo T altar. 

Del suo Vangel gli Apastoli 
D'un saio umil ooperti 
Lieti posar fra i tumuli, 
Negli antri e nei deserti; 
Ma, pari alle fatidiche 
Di Da vide canzon, 
L'ombre varc5 dei secoli 
Delia loro voce il suon. 

Tu pure avrai tra gli uomini 
Sacro e tremendo un nome! 
DelPinfula levitica 
Ti cingeran le chiome, 
Ti porgeran la mistica 
Verga del buon Pastor; 
Al cor di tutto jin popolo 
Eispondera il ttio cor. 

Ardua fe la via che schiudesi 
Sotto i tuoi passi, e vero: 
Sanguinerai fra i triboli 
Sparsi nel tuo sentiero : 
Ma santo h il sacrifizio 
Che fu commesso a te... 
Sotto la crooe inchinati 
Che il tuo Signor ti ^ih. 



— 320 — 

Da quelPeccelso vertice, 
Dove il tuo Dio ti pose, 
L'onda vedrai trdocorrere 
Delle terrene cose; 
Lun^he vedrai batta^lie 
D'oppressi e d'oppressor 
E pemiti di vittime 
E istorie di dolor. 

Tu fra tanfir-e indomite, 
Di tante spade al lampo, 
Tra le passion che s'urtano 
Come cavalli in campo, 
Pien di quel Dio die t'a^ita 
Tu scenderai fra lor 
E tra i pugnanti il bacio 
Ricambierai d'amor. 

'Lungi dai cupi oracoli 
D'una ^enia delira 
Cba vuol dai morti secoli 
Risuscitar la pira, 
Tu santamente vi^ila 
L'ovil che Iddio ti die 
E pel sefcuato tramite 
Movi sicuro il pie. 

E mansueto ed umile 
Come quel Dio che adori, 
Sovra i tuoi pa&si semina 
Benedizioni e fiori; 
E sulle sante pagine 
Chino del tuo Vangel, 
Stendi la mano agli uomini 
Per ricondurli al cieL 



331 ^ 



GOMMIATO 



imabili lettrici! or che fornita 
Do' miei lepidi versi e la Racoolta, 
Un dover di coscienza era m'invita 
A rivolg^ermi a vol anco una volta, 
Per dirvi cio che, forse a piu ra^ione, 

10 dovea dirvi in una prefazione. 

Riflettendo pero che a questo mondo 
Si fanno tente cose alia riversa, 
E che si vede balestrato al fondo 
Chi dovria starsi in alto, e viceversa, 
Capirete che infin torn a lo stesso 
Se quel che dovea allor lo faccio adesso. 

Dunque incomincio : Supponiamo un poco 
Che, letti i versi miei di fondo in cima, 
M'aveste chiesto, e fos&e pur per ^ioco, 
Qual pro' v'arrechi la mia facil rima, 
Credo, lettrici mie, che in questo caso 
Sarei restato con tanto di naso. 

E quando tutto al piu v'avessi detto 

Che le povere mie ciancie canore, 

Se non altro producono I'effetto 

Di mettervi cosi di buon umore, 

Confesserete che non e un gran vanto 

Parvi rider per ridere soltanto. 

Ai nostri di I'ingegno del poeta 

Dev'esser volto a piu severe intento ; 

11 che pero, lettrici mie, non vieta 
Ch'ei rider possa quando n'ha talento : 
Ma quando ride in pubblico fa d'uopo 
Che il riso del poeta abbia uno scopo. 

FtrsiNATo - Poesie 21 



— 322 ~ 

Or lo so ben die i miei ^iocondi scherzi, 
se non tutii, una /?ran parte almeno, 
Quel sorriso non han che morda e sferzi 
II vizio e strin^a al mal costume il freno, 
Ne quelParf^uto al ben oprar richiamo, 
CJie domandano i tempi m che viviamo. 

Sono razzi di ^ioia scoppiettanti 

Via per I'aria in fu^^evoli scintille, 
Sono frizzi le^^ieri, assomi^lianti 
Dello ChaTRpagne alle ^azose stille, 
Che vi spruzzan lo spirito e la mente 
D'un'ebbrezza fugace ed innocent©. 

Ed e appunto percio che in ponitenza 
Delia matta alleprria della mia Musa, 
Ho creduto un dovere di co&cienza, 
Lettrici mie, di domandarvi scusa 
Se per ventura col ridevol verso 
lo v'ho fatto esclamare: Oh tempo perso! 

Ma se un atto fo qui di contrizione 
Perche non scrissi come pur potea, 
Nessuno almen mi chiedera ra^^ione 
D'aver mai scritto cio che non dovea, 
Che grazie a Dio, posso dormir sicuro 
Sotto Pusberg'o del sentirmi puro. 

Inoltre oso sp-erar che voi m'avrete 
Tin briciolin di carita cristiana, 
Pensando che le mie rime facet© 
lo le scrissi in un'epoca lontana, 
E a quell'epoca, il dirlo e ormai permesso, 
Non si pensava qual si pensa adesso. 

Iga gioventu d'allor, per sua sventui'a, 
Al forte imma^inar non era awezza, 
E certe idee che con assidua cura 
Og^ni buon ^alantuom ogpri accarezza, 
Allor non ci cadean neppur© in m©nt©, 
ci cadeano &ol per a<xjid©nte. 



-^ 323 — 

]he se talvolta un sentimento arcano 
Per un altro sen tier mi sospin^ea, 
Timida ancor, dalPinesperta mano 
La satirica penna mi cadea, 
E alFusate follie traeami ancora 
La spensierata ilarit^ d^allora. 

Sorvennero altri tempi e ad altra lira 
Avvicinando le frementi dita, 
Tin suon ne trassi di lamento e d'ira, 
Di fiero pianto e di ^ioia infinita; 
Ma in questa eta chi piu tra voi ricorda 
L'eco lontan di quelPinfranta corda? 

Ed io lo volli rammentar soltanto 
Perehe al fatuo ciarlio della mia Musa 
Di piu gagliardi sentimenti il vanto 
Debba almeno tornar di qualcbe scusa, 
E per farvi sapere in qualcbe modo 
Che, se fa d'uopo, so parlar sul sodo. 

Che s'egli e ver che mi concesse Iddio 
Tin filo almen di poetica vena, 
Percb'esso piii non oada, inutil rio. 
Ad inaffiare un'infeconda arena, 
Tutti'gli sforzi del mio scarso ingegno 
Saran conversi ad un piu nobil segno. 

Voglio rider ancor — ma questo riso, 
Serbando pur le sue lepide forme. 
Faro cbe sia con piii vsagace avviso 
Stimolo aouto alia virtu che dor me, 
E i rei costumi flagellando e il vizio, 
Piu santo adempia e piti civile uffizio. 

Ed or la^sciando il buon umor da parte, 
Tingo la stanca penna in altro inchiostro, 
E delle nuove meditate carte 
Io sciorino il volume al guardo vostro, 
Non forse il suon di piu soave rima 
Soordar vi factda le follie di pfima. 



^OESIE PATRIOTTICHE 



L'lLLIJMINAZIONE DEGLI APENNINI. 



lie cos'e, la in fondo in fondo, 
Qnella j&amma o^nor crescente, 
Queiraccorrere giocondo 
D'alfollata allegra giente, 
Quegli evviva, quegli spari 
Di moscbetti e di mortari? 

r il buon popolo di Romagna 
Che festeggia il di solenne 
Che le arpie deirAlemagna, 
Senz'artigli, senza penne, 
Fnr da Genova scacciate 
A gran colpi di sassate. 

ome liberi stendardi, 
Van le fiamme in preda al vento ; 
Una folia di gagliardi 
Getta al fuoco ralimento, 
E il Pentito di Sardegna 
Versa I'olio sulla legna. 

Ed intanto I'TJomo-Dio 
Che risiede in Vaticano, 
Voglio dire il Nono Pio, 
Impartisce colla mano 
La papal benedizione 
A queirottime persone. 



— 326 — 

Su soffiate un altro poco, 
redenti Roma^noli 
Che la vista di quel fooo 
Le nostre anime consoli, 
Che si sgelino le m>aiii 
Questi torpidi Italiani. 

Se la fiamma che risplende 
Snlle vette a^^li Apennini, 
Un di o r altro si distende 
Anche all'Ape dei vicini, 
Amatissimi Tedeschi, 
State freschi, state fre&chi! 

Di quel fuoco la scintilla 
Gia riscalda il bel paese, 
Alia pietra del Balilla 
Mille braccia sono tese; 
Tuoni s-olo una parola... 
Tedeschi, che gragnuola! 

Ma peraltro, indovinate? 
M'e passato per la mente 
Che i Tedeschi alle sassate 
Non ci badino per niente; 
Quelle care creature 
Han le teste cosi dure! 

So ben io quel che ci vuole 
Per quest'orse oltramontane 
Che al tepor del nostro sole 
Van leccandosi le scane! — 
Un deposito abbondante 
Di cotone fulminante. — 

II cotone? va benone; 

Siam d'accordo; ma, perdoni: 
Cosa fame del cotone 
Se ci mancano i cannoni? 
— I cannoni? eh, ne son certo, 
Ce li presta Carl' Alberto. 



— S27 — 

MARIA LUIGIA E FRANCESCO I. 
Alle tombe dei Capuccini in Vienna, 



W gia suonata mez^anotte : — il vento 
Via sibilando per la volta oscura, 
Fa tremolar la lampada d'ar^ento, 
Che una pallida luce e inal secura 
Spande sui monumenti sepolcrali, 
Dove dormon le sante ossa imperiali. 

Quand'ecco un'ombra di sembiante umano 
La coronata fronte er^e da un'urna: 
Gira attorno lo s^uardo, indi plan piano 
Cala ^iu dalla tomba, e taciturna 
Sulla punta de' pie s'avvia bel bello 
Del paterno sarcofa^o al caneello. 

E qui tre volte colla man picchiando, 
A bassa voce mormorar s'intese : 
« — Son io, papa, son io die ti domando, 
Son io che vengo da Ionian paese, 
E co«e ti diro clie, ne son certa, 
Ti faranno restare a bocca aperta. » 

Come d'uom ciie dal aonno si ridesta, 
TJno sbadiglio neiravel risuona ; 
Poi si vede una mano, indi una testa, 
Poi il petto, il ventre e tutta la persona, 
E su, e su, e su... pallido e secco 
II fantasma s'alzo di Messer Cecco. 

a — Oh benvenuta la mia cara fitirlia! 
E' tanto tempo e tanto che t'aspettol 
Quando arriva talun di mia famiglia, 
Sento che il core mi si allar^a in netto. 
Dimmi, che rechi dal mondo di la?^ — » 
« — Gran novita, papa, gran novita. — » 



— 328 — 

E, sedendo sul oradino 
Del sareofao'o impeiiale, 
Tiro fuori un taccuiiio 
Dalla tasca del ^reinbiale 
Per chiamarsi alia memoria 
La luno'hissima sua storia. 

« — Vi diro prima di tut to, 
Se il saperlo v'interessa, 
Che neS'Suno lia inesso il lutto 
Per la morta Arciduchessa, 
E si, il giuro, sul mio onore, 
Fui una donna di buon cuore. 

« Han stampato ch'io son morta 
Fra il coTnpianto U7iiversale, 
Ma clie importa, ma che importa? 
Benche il fio^lio sia ujficiale, 
E percio deg^no di fede, 
Non c'e un cane che ci crede. 

a Ma qualcuno, v'assicuro, 
Fara ben le mie vendette : 
Gia s'avanza a muso duro 
Fra le austriache baionette 
Col mio serto sulla zucca 
II duconzolo di Lucca. 

a Oh vedrem quel che faranno 
Questi cari Parmigiani 
Or che il piccolo tiranno 
Ha la forza nelle mani! 
Ma lasciam questi birbanti... — 
« — Hai ragione, tira avanti. — t^ 

a — pa quel di che al sacro trono, 
Alia barba dei devoti, 
II Pontefioe Pio none 
Fu innalzato a pieni voti, 
Tutta Italia e in oombustione. — » 
« — Ah, Pontefioe briocone! — » 



— 329 -^ 

(i — 1 ribelli Carbonari 
Col Decreto d'amnistia 
Kichiamava ai patri lari, 
E in lor vece mando via 
Quel brav'uom del Lambruscliino. — d 
« — Oh clie Papa giaoobino ! — » 

la — Ma non basta, ma non basta ; 
\ Con malizia sopraflB-na 

Un bel giorno ha messo alPasta 

Di Fra' Manro la cantina, 

Per cangiare al buon Greg'orio 

Neir inferno il purgatorio. 

« Questo e nulla. Immaginate ! 
Per piacere ai liberali, 
L'anno seorso ha decretate 
Fin le Guardie Nazionali. — » 
a — E in alEare oosi groaso 
Mettemicche non s'e mosso? — » 

X — Bagatelle! In Vatioano 
La sua rete avea gia tesa 
Che del Papa Volteriano 
Liberar dovea la Chiesa; 
Ma il gran colpo ando Bbagliato... — » 
« — Che peccato! che pecoato! — » 

a — Non per questo degli errori 
Si ravvede il Padre Santo, 
Che ogni giorno sputa fuori 
Nuovi Codici, ed intanto, 
Colla scusa di San Pietro. 
Tutta Italia gli va dietro. 

« Nel cervel deg?Italiani 
Par che siasi fitto un chiodo, 
Che di sudditi e Sovrani 
Voglia fare un solo brodo. — » 
« — E ramico Canapone? - — » 
(( — Batte il ehiodo e fa il minchione. » 



- 330 — 

— Carl'Alberto, se non altro, 
Non dara di frep^o al trono ; 
E' un volpone troppo scaltro 
Per badare a quel Pio none. — » 
a — CarrAlberto, papa caro, 
S'e rifatto carbonaro. 

L'aria libera clie infesta 

Tutto qiiaiit>o il bel paese, 

L' appetite gli ridesta 

Del carciofo Piemontese. — » 

a — E clie pensa il Lazzarone? — » 

a — Batte dure — j> a — Fa benone. » 

— Batte dure, ma il torrente 
E' f^ik mezzo straripato, 

E se cede alia oorrente, 
Pover'iiomo! ^li h spacciato ; 
Questa volta e tiii po' lontana 
La ricetta di Lubiana! 

Sol di Modena il cugino, 
Fermo e saldo piu di tutti, 
Sfida il turbine vicino 
Dal suo trono di prosciutti, 
Ma coiroccliio suUe porte 
Del propinquo Borgoforto. — id 

— E i miei bravi Milanesi, 

I miei buoni Veneziani? — • d 
a — Sono li, com'arehi tesi, 
Col solletico alle mani — 
(E qui Ceceo sottovoee 
Biascia il segno della croce) — 

In attesa del momento 
Cosi a lungo sospirato, 
Ceroan trarre a fallimento 
Le finanze dello Stato, 
Intimando, giurabacco ! 
Guerra al Lotto ed al Tabacco. 



— 331 -- 

a Da due mesi non c'e Cristi 
Che, a cation di quel complotto, 
TJn sol sigaro s'acquisti 
una cedola del Lotto; 
Sotto pena di fischiate 
E, se occorre, di legnate. 

a Quel brav'uomo di Radesclii, 
Che sa ben quel che si. fa, 
Ha mandate i suoi Tedeschi 
A f umar per la citta : 
Quanti pugni, quante botte 
Dispensati in quella notte! 

a Oh! ma i nostri hanno pugnato 
Come tanti paladini; 
Basta dir c' hanno freddato 
Nientemen che un Manganini. — 
« — Forse un altro Masaniello? - 
No, un invalido d'Appello. 

a Ma non basta tutto questo 
Che narrate io v'ho finora; 
Se volete udire il resto, 
Ne avro almen per un'altr'ora. — 
a — • Conta, conta, figlia mia... 
Non so piu dove mi sia. — » 

a — Vassicuro ch'e un inferno: 
Scrivon versi e pasquinate 
Sulle infamie del Governo, 
E i migliori, indovinate! 
Leggon libri proibiti 
Contro PAustria e i Gesuiti. 

a Qui sta scritto col carbone : 
Viva Italia, Via i Tedeschi; 
La in giganti parolone: 
Via PiOy Morte a Radeschi. — » 
« — Per la Vergine Maria, 
Ma che fa la Polizia? — » 



— 332 - 

— Poveretta I — avra &ciupate 
Cento carra di calcina ; 

Ma le mura o^gi imbiancate 

Tornan sporche domattina ; 

Si cancella, si cancella, 

E poi siamo sempre a quella. — » 

— Oh! s'io fossi ancor in vita, 
Quanto ver clie sono Cecco, 
Oh ! I'avrei ben io finita 

Con un colpo seooo secoo ; 

In afl'ari oosi urgenti 

Non ci voglion complimenti. 

A sterpar d'un colpo solo 
La grami^na liberale, 
Con tre birbe del Tirolo 
Eimpastava un Tribunale, 
Come dicono, Inquirente, 
E Salvotti Presidente. 

Poi la lista oompilata 
Dei moderni Carbonari 
Che la pace hanno tnrbata 
Ne' miei Stati ereditari, 

10 ci avrei segnato a tergo: 
Visto buono per Spilbergo. — ■ » 

— Lo Spilbergo, nol contra,sto, 
Gli era un farmaco opportuno 
Per purgar il sangue guasto 

A quel matti del ventuno ; 
Or che i matti sono tanti, 
Ci vuol altro che purgantil 

A spazzar da cima a fondo 
Questa feccia liberale, 
Eipiombar dovria sul mondo 

11 diluvio universale, 
Ma colPArca di Noe 
Riservata solo ai Pe. 



— 333 — 

Se il buon Dio non ci concede 
Questo provvido buoato, 
Ci vedrem sgusciar dal piede 
Lo Stival che abbiam rubato... 
Oh, ma inveoe del diluvio, 
Avrem lava del Vesuvio. — » 

~ Se il tuo labbro il ver mi conta, 

Quest'Italia, a quanto pare, 

E^ una mina bell'e pronta 

Ch'e li li per iscoppiare. — » 

« — Non ci manca che un BaHUa 

Che v'appicchi la scintilla. — i 

— Maria Vergine, che orrori! 

Un di o raltro verran su 

Coi vossilli a tre colori 

Le cana^lie di la^giu; 

Ed allora il nostro trono?... 

Maledetto quel Pio nono! 

Oh! preg'hiam, mia cara fisrlia. 
Oh preghiamo il Sempiterno 
Che allontani il parapi^lia 
Che minaccia il mio GoveiDo. 
E buttato in g'inocchione 
Comincio la sua orazione: 



FRAIN'CESCO I. 



« Ah! s'egli e yero, Si^nore Iddio, 
Che in tutto il tempo del viver mio 
Imposi ai popoli datimi in mano 
Rispetto al Tempio ed al Sovrano; 
Se i miei fi^liuoli crebbi alia scuola 
Del venerabile Padre Lojola; 
Se nel mio Imperio ho istituiti 
Cento conventi di Gesuiti; 



— 334 — 



Se al buon Grej?orio tante mandai 

Vejcchie bottiglie del mio Tokay; 

Se g\\ ho prestato c^rda e sapone 

Per impiccare qualclie briccone, 

E inviai si spesso la ne' siioi Stati 

Le turbe angeliche de' miei Croati ; 

Se per la pace del mondo intero, 

Nou il patanio g^usto p^uerriero, 

Ma un'altra appresi piu fan^il arte 

Airunigenito del Bonaparte; 

Se, come prova del mio buon cuore, 

Lasciai a' miei popoli tutto il mio amore, 

Ed a' miei poveri Arciducliini 

Lasciai le genove e gli zecchini.., 

Se qucsto e vero, Signore Iddio ! 

Mandate al diavolo quel can di Pio. » 



MARIA LTJIGIA. 



Ah! s'egli e vero, Signore Iddio, 

Che in tutto il tempo del viver mio, 

Imperatrice o Arciducliessa, 

Amai il mio prossimo piii di me stessa ; 

Se con magnanima rassegnazione 

Vidi in esilio Napoleone, 

E a compensare Pcvsul marito 

Delia corona die gli han rapito, 

Come e dovere di moglie onesta, 

Un altro serto gli posi in testa; 

Se ai poclii sudditi che m'han lasciato, 

Una sol lagrima non ho oostato, 

Neppur quel giorno che per sventura 

M'hanno condotta in sepoltura ; 

Se questo e vero, Signore Iddio, 

Mandate al diavolo quel can di Pio. j> 



335 -^ 



A DUE VOOI. 



Mandate al diavolo quel Papa ladro 

Che tutta Italia mette a aoqquadro ; 

Mandate al diavolo quel CarrAlb-erto 

Che in bonnet fri^io can^iato ha il serto ; 

Mandate al diavolo quel di Toscana, 

La Le^a italica della Dog-ana, 

Le Guardie civiche, i Cardinali, 

Gli empi Rioorsi delle Centrali ; 

Ma per qualch'anno sia oonservato 

II vacillante trono tarlato 

DelPinnocente nostro cretino, 

De-l nostro povero Ferdinandino ! — 

Oh! se trovate di pieta de^no 

Quel] 'in f el ice testa-di-legno, 

Che se in lui fosse, da quanto sen to, 

Sciorrebbe i sudditi dal giuramento, 

Oh! fate presto a dargli aiuto, 

Se no, credetelo, tutto e perduto; 

La polveriera puo pigliar foco, 

E se tardate un altro poco, 

Povero Nando! eel caccian via... 

E cosi sia ! ! — d 

Terminata la preghiera, 
I due spettri si levaro : 
« — Cara Gigia, buona sera. — d 
« — Buona notte, babbo caro. — » 
E scanibiato il vale eterno, 
Eitornarono... airinferno. — 



— 336 — 



IL CANTO DEGLI INSORTI 



Suonata e la squilla : g"ia il ^rido di guerra 
Terribile eclie^p^ia per Titala terra; 
Suonata e la squilla: su presto, fratelli, 
Su presto oorriamo la patria a salvar. 
Brandite i fucili, le picche, i ooltelli, 
Fratelli, fratelli, oorriamo a puf^nar. 

Al cupo rimbombo deH'austro cannone 
Rispose il ru^^ito del nostro Leone; 
II manto d'int'amia, di ch'era copertOj 
Coirugna ^a^liarda sde^noso squarcio, 
E sotto I'azzurro vessillo d' Alberto 
Eu^g^endo di ^ioia il volo spie^o. 

Noi pure Tabbiamo la nostra bandiera 
Non piii come un ^iorno si ^ialla, si nera; 
Sul candido lino del nuovo stendardo 
Ondeggia una verde g'hirlanda d'allor; 
Do' nostri tiranni nel sangue codardo 
"E' tinta la zona di terzo color. 

Evviva 1' Italia d' Alberto la spada 

Era I'orde nemiche ci schiude la strada; 
Evviva r Italia! sui nostri moschetti 
Di Cristo il Vicario la mano levo... 
E' saoro lo' sdegno cbe ci arde ne' petti, 
Oil! troppo finora si pianse e prego. 



— 337 — 

Vendetta vendetta! gik I'ora e sonata, 
Gia piomba sugli empi la santa crociata: 
II calice e oolmo dell'ira italiana, 
Si strinser la mano le cento citta : 
Sentite sentite, squillo la campana... 
Combatta coi denti chi brandi non ha. 

/"ulcani d'ltalia, dai vortici ardenti 
Versate su^li empi le lave bollenti! 
E quando quest' orde di nordici lupi 
Ai patri covili vorranno tornar, 
Corriam fra le ^ole dei nostri dirupi 
Sul capo ai fuo^o^iasclii le roccie a crollar. 

i'inoalzin di fronte, di fianco, alle spalle, 
TJn nembo li avvol^a di pietre e di pallo, 
E quando le canne dei nostri fucili 
Sien fatte roventi dal luno'o tuonar, 
Nel ^^elido sangue versato dai vili 
Corriamo, corriamo queirarmi a tuffar. 

5 la dove il core piu batte nel petto 
Vibriamo la punta del nostro stiletto, 
E allora che infranta ci caschi dal pugno 
La lama gia stanca dal troppo ferir, 
De' nostri tiranni suH'orrido g'ru^no 
Col porno dell'elsa torniamo a colpir. 

r^ittoria vittoria! dal giogo tiranno 
Le nostre oontrade redente saranno; — 
Gia cadde spezzato Pinfame bastone 
Che I'italo dorso perooss^e finor; 
II timido agnello s'e fatto leone, 
II vinto vincente, Toppresso oppressor! 



''usiNATO - Foesie ^^ 



_ 338 — 

ALLA NOBIL DONNA 
C. R. S. 

Perche nell'azzurra soave pupilla 

Segreta ti spunta di pianto una stilla? 
E' forse di patria rindomito amor 
Che tanta ti piove mestizia nel oor? 

Oh piangi ! stan scritte nel libro di Dio 
Le lagrime sparse pel cielo natio ; 
Oh piangi I alia terra del nostro pensier 
Insulta ghignando I'ardito stranier, 

E forse calpesta co' piedi codardi 

II sangue fumante de' nostri gagliardi, 
E Paquila oscena rinfranca il suo vol 
Ai tepidi raggi del veneto sol. 

Ed io che sognava ne' giorni che fnro 
La libera ebbrezza d'un lieto future, 
De' bronzi squillanti rarmonico suon, 
Degl'itali bardi le allegre canzon! 

Ed io che seguiva cogli avidi sguardi 

I drappi ondeggianti de' nostri stendardi, 
E un nembo di fiori v-edeva cader 

Sui reduci passi dei santi guerrier!... 

Perdona, o gentile, se a pianger t'inyito 
Coi sogni gio<condi del tempo fuggito; 
Perdona, o gentile, se mesto cosi 

II primo suo oanto quest'esul t'offri. 

Ma spera! tra I'ombre del fosco presente 
Soave un pensiero mi brilla alia mente, 
Che forse remote quel giorno non e 
Che un inno piu lieto ti venga da me. 

Un inno die canti la gioia serena 

D'un popol che infranse la nova catena, 
T]|i inno che possa lasciarti nel cor 
TJ|i doloe rioordo deiresul oantoj'. 



— 339 — 



A GENOVA 



)nie quercia gi^ante si china 
Sotto il soffio del negro aquilone, 
Quest' antica del mondo regina 
La percossa oervice piego ; 
E il sogghigno deiraustro ladrone 
Alia bella che cadde insulto. 

3 rapiva il diadema di testa, 

La stringea d'un amplesso nefando, 

Le strappava dal seno la vesta, 

Ne irridea la pollnta belta ; 

Alia gola appnntavale il brando 

Se I'oppressa cliiedeva pieta. — 

a al sno fianco non stava serrata 
Una selva d' arm ate coorti? 
Ma i tiranni clie riianno insnltata 
Alia fuga non volsero il pie? 
Perche dunque mutate le vsorti, 
Per che il vinto piu vinto non e? 

ove sono que' cento stendardi 

Che al rimbombo de' nostri cannoni 

Salutavan dai colli lombardi 

L'agonia del morente stranier? 

Dove sono le cento legioni. 

Dove Tonda dei mille guerrier? 



— 340 — 

Oh vergogna! una cabala infame 
Ha rawolto le nostr-e contrade, 
Ha mandato la sete e la fame 

I magnanimi spirti a domar, 

Al vincente ha strappato le spade 
Perche il vinto sorgesse a pugnar. 

Tedeschi, la facil vittoria 
Non v'inebrii di tanto sorriso, 
Che perdio! non e grande la gloria 
D'un trionfo comprato ooH'or... 

II gran nodo non anco e reciso, 
E rirriso — puo farsi irrisor. 

Questa patria si a lungo diletta, 

Questa patria che Dio n'ha conoessa, 

Come Cristo Yonduta e reietta, 

Piu di trenta e tre anni pati ; 

Ma quel Cristo risorse, ed anch'essa 

Deve anch'essa risorgere un di. 

Sono cento le teste, non una 

Di quest'idra che Italia si noma, 
Ne dairaustro la compra fortuna, 
Ne del sozzo Borbon la vilta, 
Ne rimbelle mitrato di Eoma, 
Ancor doma — quest'idra non ha. 

Oh! che importa se il fulmine e spento 
Nelle mani del falso Messia? 
Questo popol vuol esser redento, 
Questo popol redento sara : 
Guai per lui che gli sbarri la via, 
Guai per lui che arrestar lo Yorra! 

Quando il popol dal sonno si destai, 
Quando spiega le immense sue ale, 
E' il leone che scuote la testa, 
E' la tigre che il sangue fiut5, 
E' la spada deirangiol fatale 
Che i superbx frateUi sehiaccio, — « 



£ quest' ira ma^iiaiiima e ^rande 
Clie sul capo ai tiranni ricade, 
Gia quest' ira serpeg^ia e si spande 
Nella bella dei Doria citta : 
Genovesi, brandite le spade... 
II nemico alle porte vi sta. 

Voi, cui scalda la sacra scintilla 
Che percorre la giovine terra, 
Alia pietra del vostro Balilla 
Su, correte, o jsra^liardi del mar; 
Quella pietra v'insegna una guerra 
Che oent'anni v'han fatto soordar. 

E' la guerra del popol che s'alza 
Oontro i tristi che I'hanno deriso, 
Che si leva ru^^endo, che balza 
Alia fjpola deirempio oppressor, 
Che coi denti p^Pinsanguina il viso, 
Che coirugne ^li lacera il cor. 

E che monta se Francia e Injgj'hilterra 
Han proferto di pace parole? 
Nei vogliamo la guerra, la guerra 
Finche resti all' Italia un guerrier, 
Finch e i raggi dell'italo sole 
Segnin I'ombra d'un solo stranier. 

No, non puo nel medesimo nido 
La colomba conviver coll'angue. 
Morte all' Austria! — sia questo il sol grido 
Che risuoni dal Brennero al mar... 
Una guerra iniziata col sangue, 
Sol col sangue si dee consumar. 

Sorga Italia, e la mano protenda 
Alia bella dell'onde guerriera, 
Che combatte la pugna tremenda 
DeH'oppresso col vile oppressor, 
Che solieva ancor libera *© fiera 
La ban'diera — dei santi color, 



I 



— m — 

Oh Venezia! un amante sleale 
Di consorte ranel ti chiedea, 
E nel ^iorno che il ^i^ro f atale 
Dairimprovvido labbro ti u&ci, 
Soonsi^liato ! la sposa oedea 
Al feroce sicario d'un di. 

Ma fu yano Vadultero patto 

Che ti dava airestranio predone, 
Tu frang^esti lo stolto contratto, 
E ancor libera e vergine anoor, 
Sotto Tali del vecchio Leone 
II tuo serto tornasti a compor. 

Salve, o Bella! al solenne momento 
Tutti, oh tutti ! al tuo fianco saremo ! 
Che se all'ora del grande cimento 
Tutta Italia t'avesse a mancar, 
Ti rivolgi nel palpito estremo 
Airantiea gemella del mar!... 



— 843 ~ 



IL POPOLO A CARLO ALBERTO 



Alberto^ disoendi dal so^lio regale, 

Che il grido del popol tant'alto non sale; 
T'invola a^rincensi d'un stuolo codardo 
Che bacia il tuo scettro, che lambe il tuo pife. 
Con fronte severa, con libero s^uardo 
II popolo s'alza e parla al suo Re. 

Alberta, rispondi! — Ti passa davanti 
Immensa una turba di poveri erranti ; 
Ed essi che un ^iorno festosi, ridenti, 
Spargeano i tuoi passi di canti e di fior, 
Perche ti sogguardan pensosi, silenti, 
Col ghigno sul labbro, colPira nel cor? 

Perche sotto Tali del patrio stendardo 
Non brilla la spada del prode Nizzardo? 
Quel brando che invitto pei liberi campi 
Di Montevideo tanti anni splende. 
Ha dunque in Italia perduti i snoi lampi 
Perche non pngnava pei troni, pei Re? 

E la quella selva di lancie e di spade 
Perch'ora minaccia le Tosche contrade? 
E' for&e sul petto dei loro fratelli 
Che i forti del Mincio vorranno passar? 
Tofnate, tornate! — d'ltalia i flagelli 
BiS^iendon dairAlpi, non vengon dal matl 



— 344 — 

Alberto, rispondi! — L'insano consi^lio 
Che attosca per tanti il pan deiresi^lio, 
Che copre di scudo la voipe toscana, 
Partia dal tuo labbro o venne da loj, 
Ch-e pari alia bruna fischiata sottana 
Han I'anima ne^ra, han sordido il cor? 

Ah! tronca una volta Tastuta parola 
Ai sozzi bastardi del Padre Lojola : 
Oh! troppo finora di rancide fol@ 
Avvolsero, o Prence, la facil tiia fe; 
II popol ti gnarda, e il popol non vuole 
La stola d'Ignazio s\il petto dei Re. 

Al popolo svela, al popol sovrano, 

De' giorni che furo rorribile arcano; 
La tenda distesa sui campi di Volta 
Del popolo al guardo sollevisi alfm ; 
Ch'ei sappia, per Cristo, ch'ei sap'pia una voli 
Se martire fosti o fosti assassin. 

Finche non baleni la luce del vero, 

Agli occhi del mondo se' ancora un mistero : 
Chi accenna fremendo Milano oaduta, 
Chi addita il destriero trafitto al tuo pie ; 
E come una vela dal vento battuta, 
II popolo ondeggia tra il dubbio e la fe. 

Ti chiaman tradito, — ma sorge il passato, 
Che muto fantasma s'asside al tuo lato; 
Un lembo &olleva del manto regale 
E sotto le gemme, che a noi le celar, 
Agli avidi sguardi col dito fatale 
Due macchie di sangue lo vedi accennar! 

Alberto, alia f route ricingi il cimiero;^ 
Va, slancia quel manto sul campo guerriero. 
E quando le macchie siaranno lavate 
Nel sangue esecrato de' nostri oppressor, 
Ai popoli grida: guardate! guardate! 
W tinto il mio manto d'un solo color — 



— 345 — 

Oil! guai se t'arresti, — la man del destino 
Ti sping^, t'incalza neirarduo cammino: 
Tin giuro solenne dal labbro t'e uscito... 
Ob, guai se bugiardo quel giuro sark! 
Non vedi? la spada del popol tradito 
A un filo sospeBa sul capo ti sta. 

Cammina, cammina! neH'ora solenne 
Airire discord! oadranno le penne: 
XJn'onda infinita di popol fremente 
Sui f rancbi tuoi pa^ssi ooncorde verra ; 
Sarai quelLa falda di neve cadente 
Che gin per la china valanga si fa. 

Cammina, cammina! — sni campi lombardi 
Ti aspettano rombi^ de' nostri gagliardi! 
L' Italia redenta dal giogo aborrito 
Verra sul tuo capo Talloro a posar, 
E forse alio spoiso che riede pentito 
Dira : ti perdono — la Bella del mar. 

Cammina, cammina! — d'innanzi la gloria, 
II facil trionfo, la certa vittoria 
Di dietro I'infamia col marchio infocato 
Che il tempo ne Iddio potran cancellar, 
Alberto, decidi — il dado e gettato... 
II trono o la polve, ravello o T altar! 



- 346 -^ 



PER ALBUM 



Pallido e mesto e il fiore 

Che t'oiire, o Bella, il profu^o cantore; 

Eppur quel fiore un di 

Nan era mesto e pallido cosi. 

Sovra il materno stelo 

Freschi mandava i suoi profumi al cielo; 

Ma impallidi quel fior 

Nel caromin deiresilio e del dolor. 

Se nei venturi giorni 

All'aure miti del suo ciel ritorni, 

Forse vestir potra 

La perduta fra^ranza e la belta. 

Allor soltanto, o Bella, 

Sovra il tesoro delle bionde anella 

Tu poser ai quel fior, 

Che un di t'offerse il profug^o cantor. 



— 347 



PER LA NOBILE FANCITJLLA SETTENNE 
S. P. 



Cara Italia, oh, come e quanto 
II mio cor di te rational 
II tuo nome augusto e santo 
Sovra il labbro ognor mi suona: 
Fanciulletta io sono, e vero, 
Ma fanciullo il cor non e, 
Perche aborre lo straniero, 
Perclie palpita per te. 

Fossi almeno un ^iovinettol 
Pregherei la mamma mia, 
Perclie, larmato d'un mosclietto, 
Mi mandasse in Lombardia : 
Sopportar vorrei il digiiino, 
Sul terren vorrei giacer. 
Pur d'ucciderne almen uno 
Di que' perfidi stranier. 

Ma poiche la buona sorte 
Non arrise alia mia culla, 
E un poter del mio piu forte 
Mi fe' nascere fanciuUa, 
Giorno e notte a Dio rivolta 
Preglier6 oon tutto il cor, 
Che li f ulmini una volta 
Questi barbari bpptesisor. 



348 — 



IL PROFUGO 



II sol volgevasi alPorizzonte, 

E su per I'ardua cima d'un monte 
A lenti passi ascende ascende 
Solingo -6 tacito un peregrin, 
Che desioso lo sgiiardo intende 
Agli alti vertiei doirApennin. 

II ealabrese bruno cappello 

Qli ombreggia il volto pensoso e bello; 
La fida canna del suo moschetto 
Sfavilla ai raggi del sol che muor, 
E una coocarda gli sta sul petto, 
Tina coocarda di tre color. 

A lui la vergine del primo amore 
Quella coccarda pos6 sul core 
Nel di che il aanto novel stendardo 
Fu per ritalia visto ondeggiar, 
E Tadorato giovin gagliardo 
Corse sui liberi campi a pugnar. 

Corse ooirimpeto de' suoi vent'anni, 
Cor&e col grido : Morte ai tiranni ! 
Ma Iddio, nell'alto consiglio arcane, 
La guerra santa non benedi, 
E il poveretto lontan lontano 
Dairinfelice terra fuggl. 



— 349 — 

Ir Ta solingo per I'aspro calle 
Col sue moschetto sovra le spalle; 
Ma, giunto al vertice deirApennino, 
II pie s'arresta del pas&eg^ier, 
Che, come stance dal gran cammino, 
Si pon sul nudo sasso a g'iacer. 

^oi, sospirando, volge lo sguardo 
All'orizzonte del ciel lombardo ; 
Calda una la^rima, solcando il volto, 
Scende sull'elsa del suo pup^nal, 
Mentr'ei, nel triste pensier sepolta, 
So^na le gioie del snol natal. 

3eli! chi mi torna ai placidi 
Giorni del viver mio, 
Chi mi ridona nn nnioo 
Raggio del sol natio? 
Oh! la crudel memoria 
Del tempo che fuggi 
Insanguina Tangoscia 
De' miei solinghi di. 

[nvan m'assisi aH'ospite 
Desco do' miei fratelli, 
Invan mi die ricovoro 
L'ombra do' loro ostelli ; 
Sempre il pensier dell'esule 
Torna -al paterno suol. 
Come favilla alFetere, 
Come elianto al sol. 

Povera patria! il fnlmine 
Passo snlla tua testa; 
L'ossa dei nostri martiri 
L'empio ladron oalpesta ; 
Beve nei nostri calici, 
Dorme nel nostro ostel, 
Del sue respir oontamina 
L'aura del nostro ciel! 



_. 350 — 

Povora patria! nn' ultima 
Stella per te spl-endea ; 
Del Vaticano al vertioe 
La luce sua spandea, 
E tu, conversa al limpido 
Raggio del suo splendor, 
Le consacravi i palpiti 
Del combattuto oor. 

Ma d^improvviso il fatuo 
Raggio del tuo pianeta 
Si seppellia tra i vortici 
DeH'onde di Gaetal... 
Oh, ma die importa? Tultima 
Stella die muore in eiel 
Annunzia ognor cli'e prossima 
L'alba d'un di novel. 

E il di gia spunta — il fremito 
Delia seoonda guerra 
S'alz-a gigante e suscita 
La tormentata terra : 
Se riposo la vipera 
Neirinv€rnal sopor, 
Di primavera il raggio 
Sapra destarla ancor. 

Gia sordamente s'agita 
II fuooo d'un vulcano 
Nelle frementi viscere 
Delia fatal Milano, 
Che sul feroce despota 
Vuol rinnovar cosi 
II santo anniversario 
De' cinque suoi gran di. 

E la lontan, sulP ultimo 
Lembo del bel paese, 
Invendicata vittima 
Delle novelle offese, 
A questo sguardo anelo 
Una gran Donna appar, 
C'ha per diadema il cielo, 
C'ha per sgabello il mar. 



— 351 — 

Intemerata e libera 
La tricolor bandiexa 
Sovra la lancia sventola 
Delia gentil Guerriera, 
E impaziente a spingersi 
Neirultima tenzon, 
Fosca per I'aura sibila 
L'ala del suo leon. 

Inni a Venezia! ai trepidi 
Giorni del vil mercato, 
Non rinnego le splendide 
Glorie del suo passato ; 
Nell'agonia d'ltalia 
Questa fatata Uri, 
Qual d'Orleans la Yergine, 
Sola nel campo usci. 

E rovescio le vi^ili 
Falangi dei ladroni, 
S'assise sulle inutili 
Bocche dei lor cannoni ; 
Del san^ue il gran battesimo 
Ai figli suoi dono, 
Poi nel suo letto d'alighe 
A riposar torno. 

Che se ai fraterni martiri 
La man non stende anoor, 
Oh sopportiam! s'approssima 
Delle battaglie Tora : 
Come la negra nuvola 
Che s'alza in ciel, oosi 
Ella raguna i fulmini 
Pel memorando di; 

Pel di che tutti gli angioli 
Dell'itale contrade 
Rovesceranno un turbine 
D'aste, moschetti e spade, 
E la risorta gente 
Ritornera a pugnar 
Coirira del torrente 
Che si travolve al mar. 



— 552 — 

Ne, nel terribil odio 
Che i nostri cor iiutrica, 
Ci arrestera la stupida 
Miserioordia antica ! 
Oh, maledetti! e prossimo 
Delia ^iustizia il di!... 
Sotto il ooltello spasimi 
Chi di coltel feri. 

I nostri morti istessi 

Sooperchieran gli avelli, 
E scenderanno anch'essi 
Al fianoo dei fratelli; 
Forse cadranno in oenere 
Le ville e le citta, 
Ma sni cruenti ruderi 
L'empio, ancor ei, cadra. 

Diventi pur T Italia 
Un vasto cimitero, 
Pur che con noi si tumuli 
Fin I'ultimo straniero; 
Moriam, ma sul cadavere 
D el nordioo oppressor. . . 
Pur che le spine cadano, 
Cadano anch'essi i fior! 



— 353 



A VENEZIA 



E' fo&co Taere, 
II cielo e muto, 
Ed io sul tacito 
Veron seduto, 
In solitaria 
Malinconia 
Ti guardo e lagrimo, 
Venezia mia! 

Era i rotti nugoli 
Deiroccidente 
II raggio perdeei 
Del sol morente, 
E mesto sibila 
Per Paria bruna 
L' ultimo gemito 
Delia, laguna. 

Passa una gondola 
Delia citta. — 
« — Ehi, dalla gondola, 
Qual no vita? — » 
« — II morbo infuria, 
II pan ci manca, 
Sul ponte sventola 
Bandiera bianca! — » 

P&esie 23 



— 354 -- 

No, no, non splendere 
Su tanti guai, 
Sole d' Italia, 
Non ?;plender mai; 
E snlla veneta 
Spenta fortuna 
Si et'Srni il ^emito 
Delia la^Tina. 

Venezia! Tultima 
Ora e venuta; 
Illustre martire, 
Tu sei perduta.. . 
II morbo infuria, 
II pan ti manca, 
Snl ponte sventola 
Bandiera biancal 

Ma non le ignivome 
Palle roventi, 
Ne i mille fulmini 
Su te stridenti, 
Troncaro ai liberi 
Tuoi di lo stame... 
Viva Vei^iezia! 
Muore di fame! 

Sulle tue pagine 
Scolpisci, Storia, 
L'altrai nequizie 
E la sua gloria, 
E grida ai posteri 
Tre volte infame 
Che vuol Venezia 
Morta di fame! 

Viva Venezia! 
L'ira nemica 
La sua risuscita 
Virtude antica; 
Ma il morbo infuria, 
Ma il pan le manca.... 
Sul ponte sventola 
Balnaiera bianca ! 



— 355 — 

Ed ora infrang'asi 
Qui snlla piotra, 
Finche h ancor libera, 
Qnesta mia cetra. 
A te, Venezia, 
L'ultimo canto, 
L'ultimo bacio, 
L'ultimo pianto ! 

Ramingo ed esule 
In suol straniero 
Vivrai, V-enezia, 
Nel mio pensiero; 
Vivrai nel tempio 
Qui del mio core, 
Come r imagine 
Del primo amore. 

Ma il vento sibila, 
Ma Tonda e scura, 
Ma tutta in tenebre 
E' la natura : 
Le corde stridono, 
La voce manca... 
Sul ponte sventola 
Bandiera bianca! 



™ 356 — 



A MONSIGNOR FEANSONI 



Mondo cattolico, vesti a ^rama^lia! 
In mezzo airimpeto della batta^lia 
Perde le stafie, vuoto I'arcione, 
E fu dagli empi fatto pri^ione 
II Garibaldi dei Monsi^nori ! ! . . . 
Piangete, o Veneri, piangete, Amori!!! 

Martire illustre, divo Fransoni, 
Eh, che ne dici di quei bricconi? 
T^hanno asportato dentro in vettiira 
Dalla tna amena villeggiatura, 
T'hanno buttato come un ribelle 
Nella fortezza di Fenestrelle. 

Al pian terreno due camerette 

T'hanno discliiuso povere e strette; 
E airnom cresciuto fin da fanciullo 
Nel Catecbismo di San Lucullo, 
Infami, barbari! e dico poco, 
Hanno negato p^rfino il cuoco!! 

E tutto quanto questo bordello 

Perche un Ministro senza cervello,. 
Promossa in barba del Concordato 
La guerra al Foro privilegiato, 
Penso d'andarsene al Creatore 
Senza il dimittitur di Monsignore! 

Ma si puo dare legge piii strana 
Di Quella stupida legge pagana, 
Che come i laici vuol giudicati 
Vescovi e preti, parrochi e frati? 
Che ai delinquenti disturba il chilo 
PoTfin nel grembo del Saero Asilo? 



— 357 — 

Brche lo Stato fra' i suoi diritti 
Possiede un Codice oontro i delitti, 
Sarebbe bella che fosse adesso 
Alia sbirraglia dato il permesso 
Di por la mano sul malfattore 
Fin nelle camere d^un Monsi^nore! 

d un Ministro che non oondanna 
Qu-esta dispotica le^'^e tiranna, 
Ed un Ministro c'ha tanto offesa 
L'indip^ndenza di Santa Chiesa, 
Questo Ministro delTeresia 
Vuole il Viatico?... vi pare? eh, via! 

perche assolta quella cana^lia 

Fu da un teolop^o di prima vaglia, 

Si vuol tirarne la conseguenza 

Che I'Arcivescovo dovea in coscienza 

L'uso oonceder^li dei Sacramenti?... 

Mio Dio, che lo^ica da cavadenti! 

volgo grida che « il buon Si^nore 
Non vuol la morte del peccatore, 
Che nel Vangelo si trova espresso: 
Ama. il tuo prossimo come te stesso. 
Oh rignorante volf^o che il pelo 
Vuol rivedere fino al Vangelo ! 

' ver che Cristo dalla sua croce 
Disse (( perdono » ma a bassa voce; 
E cio significa fuor di questione 
Che in ogni regoLa c'e reccezione: 
Dunque trattandosi del Santa Kosa 
State pur certi ch'era altra oosa. 

^a figuratevi se c'e ragione 
D'andar sprecando VestreTna unziione 
Per un enfatico capo-balzano, 
Che visse, e vero, da buon cristiano, 
Ma sottoscrisse senza riguardi ^ 
L'anticanonica Legge Siccardi! 



— 358 — 

Si fa gran chiasso perche la sposa 
Incons-olabile del Santa Rosa, 
Inyan del Paxroeo prona ai ginocclii, 
Chiese il Viatico col pianto agli occhi : 
Chi bada al pianto mai delle donne 
Ora che piangono tante Madonne? 

La vi par questa si grave ingiuria 
Che tutto nn popolo si metta in furia, 
Che si scatenino tutti i monelli 
Contro i tricuspidi bruni cappelli, 
Che gridi in coro tutta Torino : 
Morte a quel oane di Pittavino? 

Non era forse piu facil cosa 

Se la buon'anima del Santa Rosa, 
Senza star tanto sul bell'umore, 
Piegava ai voti di Monsignore, 
E volea scrivere in fondo aiPAtto 
Tin semplicissimo : io mi ritratto? 

AUora almeno restava illesa 

L'indipendenza di Santa Chiesa; 
Tutti i conforti gli eran largiti 
Dai Reverendi Padri Serviti, 
E in paradiso volava il morto 
Col visto buono nel passaporto. 

Ma nossignori; — qiieirostinato 
Voile rinchiudersi nel suo peccato. 
Or per sua colpa la Religions 
Vien dappertutto messa in canzone, 
E, quel ch'e peggio, si ficca i denti 
Nelle prebende fin dei Conventi. 

Che a questi apostati non ci sia caao 
D'apporre un solido strettoio al naso? 
Ma per dio santo, non e ella comica 
Che TApostolica sala anatomica 
Non abbia un bistori che Tale tarpi 
A queste scimmie di Paolo Sarpi? 



^ 869 - 

Oh dove sono quel memorandi 
Tempi dei Paoli, degli Ildebrandi, 
Quando i Pontefici gli avean per iiiano 

I sacri fulmini del Vaticano, 

E colla scusa del voglio e posso 
Metteano i principi sotto profosso? 

Quando i Germanici Imperatori 
In penitenza de' loro error! , 
Sparsi di cenere la regia chioma, 
Col sac€0 indosso veniano a Roma, 
E trascinavansi senza stivali 
Per Panticamere pontilicali? 

Quando il sacrilegio Sir di Tolosa, 
Ch'era ben altro che un Santa Rosa, 

II suo cambiando manto regale 
Colla camicia del Quirinale, 
Scontava Tonta del suo peccato 
Sotto le verghe d'un pio Legato? 

Quelli eran tempi! aovra ogni Impero 
Scorrea la vigile barca di Piero ; 
Quelli eran tempi! corona e spada 
Al pastorale cedean la strada, 
Ed ogni Principe prudente e saggio 
Era col Papa pane e formaggio. 

Adesso invece da capo a fondo 
Tutto e sconvolto Tantico mondo; 
Fate miracoli! nessun ci crede, 
Non c'e piu fede, non c'e piu fede; 
Da oscene celie non ba riparo 
Nemmeno il sangue di San Gennaro! 

Se per Veretica Legge Siccardi 
Or s'interdicono gli Stati Sardi, 
Che ne succede? Chiese e ConTenti 
Pagano il deficit dei Sacramenti, 
Ed alle Mense episeopali 
S'alzano i bxindisi dei liber ali. 



^ 360 — 

Piu clie ci penso, piii clie ci medito, 
Le sacre f ol^*ori lian perso il credito ; 
Scoperto ha il nostro secol briaco 
II parafulmini del me ne i... 
E ingolla anatemi, bolle, interdetti, 
Come le giu^^iole, come i confetti. 

E questo secolo die fa la guerra 
A quanto esiste di sacro in terra, 
Che al Santo Padre vuol tor di mano 
Ein romeopatico scettro romano, 
E questo e il secolo detto dei Inmi? 
Che iniqno secolo ! che rei costumi ! 

Tutti i riguardi son manomessi, 
A preti e vescovi si fan processi ; 
rino le barbe di prime pelo 
Si fanno interpreti dell'Evangelo : 
Ma un simil caos quando s'e visto? 
Oh siamo aU'epoca delFAnticristo! 

Gran Dio, che un giorno senza ritegno 
Sfogavi il giusto divin tuo sdegno, 
E perche troppo divote a Venere 
Gomorra e Sodoma mandasti in cenere, 
Le inique pagine perche non ardi 
Dell'iniquissima Legge Siccardi? 

Gran Dio di Giuda, se un di ti piacque 
L'arca poetica scampar dalFacque, 
Se un di al tuo popolo alta una spanna 
Eesti dal cielo piover la manna, 
Fa che sul nostro secolo oada 
L^umor benefice della rugiada! 

Fa che il Pinelli dal Monzambano 
Scenda col nastro deirOrcZin piano, 
Fa che si mandi fuor dei confini 
L'incorreggibile Bianchi-Giovini, 
Pa che il Piemonte metta giudizio 
Pra le fascine del Santo Uffizio! 
(1850. Pubblicata nel Uassaggere Torinese). 



361 



L'ESILIATO A PAEIGI 

AD 

ANGELO COMELLO 

BRINDISI 



ra il lieto oonvivio, tra i liberi canti, 
Tra i nappi spumanti — d'eletto liquor, 
Risuonan le stanze deo^'inni festosi 
Che ai fervidi Sposi — s'innalzan dal cor; 
E anch'io nel mio calice intin^o la penna 
P»er I'Esul che gome in riva alia Senna. 

arigi, Parigi! terribile nome 
Ghe in capo le cliiome — fa tutte drizzar! 
Citta di dolorij citta di tormenti, 
Dischiusa ai viventi — per farli penar, 
IS el sen tn raecliitidi, Spilbercf'o novello/ 
II mio sventurato Compar deiranello. 

Angiol ribelle caduto dal trono, 
Oh dove mai sono — qnei liberi di? 
II tempio e sparito, sfumato e I'altare... 
Mio caro compare, — la e proprio cosi! 
E tu, dalPaltezza di tanti prestigi 
Piombasti nel fango che imbratta Parigi. 



— 362 — 

Ricordi que' giorni, que' giorni si lieti 
Che avevi i tappeti — deU'ex Vicere? 
Che, vigile scolta del ^an Comitato 
Dormivi sdraiato — sul tuo canape? 
Ricordi il mio pagc^io che quasi ogni gior: 
A chieder pan bianco veniva al tuo forn 

Sventura, sventura! quel tempo si bello, 
Compare Comello, — quel tempo fuggi: 
Adesso, mo' guarda! adesso il Signore 
Di patria I'amore — premiando cosi 
(D'orrore i capelli diventano grigi!) 
Ti manda la in fondo, la in fondo... a Par: 

M-a gia te I'ho detto, si rischia la pelle 
A f arsi ribelle — al giogo dei Re. 
Per grazia del cielo Thai salva la testa, 
Ma quanta tempesta — non rugge su te! 
Oh di', non e vero ch'fe meglio la morte 
Piuttosto die viver la in fondo... in quel F< 

lo, vedi, che vissi la fede serbando 

Al buon Ferdinando — e al suo Giuseppii 
Che mai non ho detto, ne scritto parola 
Contraria alia scuola — d'un buon cittadii 
Son qui tra i felici, cui piovono in mano 
Le grazie continue del nostro Sovrano. 

Ma tu, sciagurato, ponendo in oblio 
Che I'unto di Dio — non vuol liberta, 
Tu membro sedesti di quel tribunale 
Che avea il cannoochiale^ — suH'ampia c 
E adesso (una lagrima mi spunta sul ciglii 
Co«tretto a cibarti del pan dell'esiglio ! 

Ai baci amorosi del nostro paterno 
Austriaco Governo — rapito cosi, 
Tra mille dolori, da tutti compianto, 
martire santo, — trascini i tuoi di, 
E pien di Tnarenglii, e pien di Ivigi,^ 
povera vittima, tu gemi.... a Parigi!! 



— 363 — 

Da cento e piu mila fucili ^uardatij 
Sicuri e beati — si vive qua^^iii : 
Se alcuno la paoe del pubblico oscura, 
Ma quanta premura! — - lo mandano in su: 
E tu fra i ba^ordi, in mezzo ai litigi_, 
povero diavolo, rincliiuso a Parigi!! 

A un'ora di notte noi sempre nel letto, 
E tu, poveretto! — dannato a penar, 
Infino all 'aurora in splendido stanze 
Fra i suoni e le danze — costretto a vegliar ! 
Ma Dio cosi vuole, non c'e da ridire, 
Eetag^gio delPesul fu sempre il patire. 

Difatti tua mamma mi dava piangendo 

L'annunzio tremendo — cbe il oor mi feri, 
Cbe in mezzo all^e naie, che in mezzo agli stenti 
Piu Tnagro diventi — piil magro ogni di : 
La borsa paterna mostrommi i vestigi 
Dei gran patimenti che soff'ri a Parigi. 

Ma forse nelPestasi d'un chilo felice 
II core mi dice — che Sua Maesta 
II caro c-erotto d'un'altra amnistia 
Su questa elegia — distender vorra: 
Chi sa che per colmo di tanti prodigi 
Non chiami anche Tesul che geme a Parigi! 



— 364* 



IL LAMENTO BELLA SPIA 



Oh perclie mai ringenua 
Modema Polizia 
Penso di dare il Cognito 
Alia sua veccliia Spia, 
A quel palladio eterno 
D'un logico GovernoP 

Senza le spie, ma ditelo, 
Che cosa e mai lo Stato? 
Un legno senza bussola, 
XJn flauto senza fiato, 
Una necrologia 
Senza la sua bugia. 

Ed io, rOrazio Coclite 
Deirordine sociale, 
Io, Pincrollabil argine 
Del flusso liber ale, 
Da cosi eccelso rango 
Caduto in mezzo al fango! 

E si, per mille diavoli, 
(No'l dico per A^antarmi) 
Ma chi mi guarda in faecia 
Certo non puo negarmi 
Gli atti, I'aspetto, il guardo 
D^un delator gagliaxdo. 

Or temerario, or timido, 
Or parolaio, or muto, 
Piu vigile di Cerbero. 
Piu della volpe astuto, 
Lupo, monton, serpente, 
Sono un Rebus vivente. 



— 365 — 

Del porta voce d'Abraliam 
L'udito mio e piii pronto, 
L 'orecchlo di Dionisio 
Non reg^e al mio confronto, 
L^orechio di Sileno 
Al paraxon vien meno. 

Oh quante volte al celebre 
Pantenopeo caffe, 
Sdraiato sull'elastico 
Cuscin d'un canape, 
lo tesi I'apparecchio 
Del mio sa^ace orecchio! 

E quanti rei vocaboli 

Non ho pigliati al varco! 
Indipendenza, Italia, 
Costituzion, San Marco... 
Come vedete bene, 
Tutte parole oscene. 

E pari al sense acustico 
Ho la virtu visiva : 
Dove il mio sguardo spingesi 
Sguardo nessuno arriva. 
Tutto comprende e vede 
L^oochio che il ciel mi diede. 

Oochio che i mnri penetra, 
Che le tenebre vince, 
Che la pupilla supera 
Del falco e della lince, 
Occhio che non la cede 
Airocchio della Fede. 

Oh quante volte aU'epoca 
Delia rivolta in spe 
Nei pinti geroglifici 
Di qualche reo gilet 
Questo mio sguardo immersi 
E i tre color scopersi ! 



— 366 — 

« Oh quante volte al ta-cito 
Cader d'un giorno inerte », 
Colle narici in aria 
Corsi le vie deserte, 
Qua e 1^ Todor fiutando 
Di qualche oontrabbando ! 

E ascoso sotto un portico 
Cosi tra il chiaro-scuro, 
Viva ritaliay eccetera, 
Scriver vedea sul muro ; 
Scriver yedea, ma spesso 
Ce lo scriveva io stesso ! 

Giorni sereni e limpidi, 
Vita gioconda e bella! 

I talleri danzavano 
Dentro la mia scarsella, 
E a spese dello Stato 
Godevami il papato. 

Adesso, oh metamorfosi ! 
Ho la giacchetta in tocclii, 
In ta&ca ho la peluria, 
Le toppe sui ginocchi; 
Sotto il ventar del marzo 
Sparve Pantico sfarzo. 

Addio per sempre, o splendidi 
Giorni del viver mio, 
Balli, commedie ed opere 
Goduti a ufo, addio... 
Quale orizzonte o&curo 
Veggo nel mio futuro! 

L^amioo del buon ordine, 

II bene intenzionato ^ 
L'oca del Campidoglio, 
II braeco dello Stato, 
II telescopio, il perno 
D'ogni gentil governo, 



— 36r — 

Or vagabondo -e misero 
Come I'Ebreo di Sue, 
In ira a tutti i reprobi 
Che non lo temon piii, 
Sotto o^li oltrag^i e Tonte 
Dovr^ chinar la fronte! 

lo, che fui l!^emp^e Tidolo 
Di mamma Polizia, 
Che per antonomasia 
Fui detto il Tipo-spia, 
Che fui V enfant gate 
Di quindici Fouchfe, 

Come Tafflitta Solima, 
Abbandonato e solo, 
Non trovo un can che la^rimi 
Sul povero figliuolo, 
Che mandi un guardo amioo 
A questo Grande antico. 

Quasi mi fossi idrofobo. 
Son da ciascun fuggito, 
Mi fanno il brutto piglio, 
Mi segnano col dito, 
M'urlano per la via: 
Eccola li la spia! 

E sotto il giogo anarchico 
Di questo reo progresso, 
Perseguitato paria, 
Eestero sempre oppresso, 
Ne fia che un raggio tomi 
De' miei perdu ti giorni? 

Chi sa? nei di che corrono, 
Viste ne abbiam di strane : 
E' capriccioso il turbine 
Delle vicende umane... 
Forse all'onor di pria 
Ritornera la Spia ! 



— 368 — 



IL PASSATORE A FOELIMPOPOU 



E' scura raria, la notte cade 
Di Forlimpopoli sulle contrade: 
La citta tutta dorme assopita... 
Sol nel teatro ferve la vita. 

Simile al fiotto della marea^ 

Si versa il popolo nella platea; 
Nel sue proscenio steso il bon-ton 
Lustra le lenti de' suoi lorgnons. 

Dai lor palclietti, cinte di rose, 

Cento risplendono f anciulle e spose : 

Si celebrava, da quanto io so, 

II di onomastico dell'Oudinot. — 

L'orchestra intanto, per sinfonia, 
Suona il preludio della Lucia^ 
Quando una voce rotonda e piena, 
Tuona al di dentro : fuori di scena! 

Zitto, silenzio ! — dietro il scenario 
S'ode un fischietto, — s^alza il sipario; 
Ed irti i baffi, torvi gli sguardi, 
S'offrono al pubblico venti ^agliardi. 

Giberna al fianco, cappel suo^li occbi, 
Alia cintnra pistole e stocchi,^ 
E del buon pubblico spianate ai petti 
Le venti canne de' lor moschetti. 



— 369 — 

il quadro plastico, c'lianno davanti, 
Restano attoniti tutti gli astanti; 
Del timor panico la gelid^ala 
Batte il suo volo per Tampia sala. 

tiesmerizzato dal truce aspetto, 
II Capo-orcliestra perde Tarclietto, 
E il Commissario di polizia 
Grida smarrito: — Gesummaria ! 

Juand'ecco a porgere nuovo alimento 
Al fluido elettrico dello spayento, 
Sul palooscenico ritta s'avanza 
Una terribile nuova sembianza. 

fll'apopletica vision fatale 
Si leva un fremito universale, 
E sordo sordo serpe un rumore: 
E' il Passatore, e il Passatore! 

E il Passatore, la man sulFanca 
Saluta il pubblico a destra e a manca; 
E, alzando il mantice del suo polmone, 
In questi termini canta I'arione: 

I La compac^nia drammatica 
Diretta dal Pelloni, 
Con scelto repertorio 
Di palle e di tromboni, 
Essen do qui di volo 
Per un memento solo, 

Conscia de' propri meriti, 
Oonscia di quel favore 
Clie desta il venerabile 
Nome del Passatore, 
Vu'DI darvi di passaggio 
Del suo valore un saggio. 

Colto ed incolto pubblico, 
Inolita guarnigione, 
Attenti ben : — la classica 
Odierna produzione 
E' un dramma intitolato : 
II prestito forzato. 

FysiNATO - Foest0 34 



— 3T0 — 

E' un dramma tragi-comico 
Scritto cosi a soggetto, 
Dramma d'un nuovo f^cenere, 
Dramma d'un pfrand'effetto, 
E, quello die piu vale, 
E' un dramma originale. 

Ma voi, se non isbag'lio, 
Del comico mistero, 
Uditori umanissimi, 
Voi non capite nn zero. — 
Ebben, pubblico caro, 
Mi spieghero pin cbiaro, 

Vi mando sotto in su 
Le case e la citta, 
Se fra un'oretta al piu 
Non mi portate qua 
L'un sovra Taltro in fila 
Scudi cinquantamila. 

Vedete, e una miseria 
Che puo coprire appena 
Le spese del viaggio 
E della messa in scena : 
Sono abbastanza umano 
Con tanta forza in manol 

Tin uom di me piu sobrio 
Certo non s'e veduto, 
E si che ancb'io, credetelo, 
Potrei col santo aiuto 
Del cielo e dei tromboni 
Mangiarvi dei milioni. 

Ma clii non e, mi dicono, 
Contento deH'onesto, 
Talor s'espone a perdere 
II manico ed il cesto ; 
Ed io, com'uom prudente^^ 
Non voglio perder niento. 



— 371 — 

Dunque, fratelli amabili, 
Se un po' di soggezione 
Vi desta Pinfallibile 
Canna del mio trombone, 
Portatemi il sacchetto, 
Se no, v^ammazzo. — Ho detto. » 

E si dicendo, cava la lista 

Delle terribili camhiali a vista; 

Da un guardo intorno, fa un passo avanti, 

E legge rindice del mutuanti. 

Cbiamati a nome tutti gli eletti, 

« Adsum » rispondono dai lor palclietti, 
E, ad uno ad uno, se ne van fuore 
Da due scortati guardie d^onore, 

XJn'ora scorsa non era appena 

Che a mucclii a mucchi sovra la scena 
Al capo-oomico stavan davanti 
Cinquantamila scudi sonanti. 

Allor, volgendosi agli uditori, 

Sclama incliinandosi : « Servo, signori ; 

Del vostro prestito grato vi sono, 

E, come e il metodo, vi lascio... un huono. » 

Cosi dicendo, duce e drappello 

Al colto pubblico fan di cappello : 
Pel fianeo destro! — • passo ordinario. 
Avanti! — Marche! — Cala il sipario. 



— 372 — 



UN PEOGRAMMA POLITICO 



Lettrici mie! da qualclie tempo in qua 

TJn ^ran pensier mi va frullando in mente; 

Si tratta d'una ^rande novita 

0, diro meglio, d'un nuovo in^rediente, 

Che introdurre io Yorrei nel material© 

Di questo benemerito Giornale. 

Esso I'ago v'apprende ed il crochet, 
La storia, la moral, la geografia ; 
V'insegna a fare le torte ed i pure, 
Vi diverte con qualcbe poesia; 
Ma trascuro finor di porvi a giorno 
Di tutto quello che succede intorno. 

Per -esempio finor, da quanto io so, 
Non disse verbo dell'affar d'Oriente, 
E, se una volta o due ve ne parlo, 
Ye ne parlo cosi per aocidente; 
E il suo silenzio, scusi, ma bisogna 
Che glielo dica, e proprio una vergogna. 

Qui I'egregia e spettabil Eedazione 
Con questo Paradosso si difende: 
(( Altri fogli hanno assunta la missione 
Di trattar le politiche faccende: 
Noi badiamo al telaio ed al ricamo, 
Ne altrui campo lavorar YOgliamo. » 

Che acrupoli son questi? un tal riguardo 
Gli altri Giornali Than forse con Voi? 
Alle pagine lor date uno sguardo 
E schiettamente mi direte poi, 
Se ricami non son, non son trafori, 
Le notizie che danno ai lor lettori. 



— 373 ~ 

Dunque s'e vero, e o^nun lo puo vedere, 

Che i giornali politici in g-iornata 
Rioainaii le notizie a lor piacere, 
Se questo e vero, e oosa indubitata 
Che tal mestiere a Voi meglio s'addice, 
A voi che fate la Eicamatrice. 

E qui la rispettabil Redazione 

Prudentemente il becco s'e cucito; 
Sicchfe, mie care, x>er la gran ragione 
Che chi face conferina, e stabilito 
Che quanto prima si porra ad effetto 
II mio nnovo e magnifico progetto. 

La mia rivista senza tanti imbrogli 
Delia gran gnerra vi dara un'idea: 

10 spigolando andro da tutti i fogli 
Quanto di nuovo avvien laggiu in Crimea, 
E ad una ad una vi saran contate 

Perfin le bombe che verran slanciate. 

Vi eondurro sul campo di battaglia 

Tra il fuooo dei moschetti e dei cannoni; 
In mezzo al grandinar della mitraglia 
Numerero i f eriti ed i prigioni ; 
E, perche abbiate la misura giusta, 
Vi sapr6 dir che cosa fa V Augusta, 

Ed or, lettrici, che la penna mia 
Ai bollettini della guerra appresto, 
Voi mi verrete a domandar qual sia 

11 colore politico ch'io vesto , 
E vorrete saper se il Eusinato 

Sia in fondo un Moscovita o un Alleato. 

Probabilmente qualche mese or fa 

M'avreste chiesto s'io son Turco o Russo; 
Ma dallo sbarco d'Eupatoria in qua, 
La Mezzaluna ha perso il primo influsso, 
E i Turchi in quest'affar, da quanto io vedo, 
C'entran come Pilato en tra nel Credo. 



— 374 — 

Dunque di Turchi non si parli — e poi 
Che Yolete infilarmi una divi&a, 
Donne mie care, a dirvela tra noi, 
La mia bilancia e anoora li indecisa ; 
Anzi prudentemente, iniin ch'io posso, 
Vorrei restarmi a cavalcion del fosso. 

La posa, non lo nie^o, e alquanto incomoda 
Ed anche, se vooliamo, \in po' indecente; 
Per altro vi diro clie la mi aceonaoda, 
Perclie, in ogni possibile emero^ente, 
Col voltafaccia li del don Girella, 
Potrei saltar da qnesta sponda a quella. 

Ma poi clie per piaoervi io son costretto 
A levarmi la maschera di dosso, 
E volete ch'io salti a mio dispetto 
DalPuna parte oppnr dalPalira il fosso, 
Dopo averci pensato alquanti mesi, 
Mi decido in favor dei Gallo-Inglesi. 

A dirvela per altro in confidenza, 
Sicconie io stimo assai lo statu quo, 
Cosi nel fondo della inia coscienza 
Io sempre parteggiai per Niccolo, 
Poiche infine eo'li e il sol clie tiene immota 
Del reo progresso la volubil ruota. 

E mi ricordo che qualch'anno addietro, 
Allorqnando Tanarchico torrente 
Parea che tntto si portasse dietro 
Le basi del buon ordine presente, 
Ei solo oppose ai grossi cavalloni 
La sua diga di rubli e di cannoni. 

Ed e appunto percio che, ammiratore 
Com'io sono dell'ordine sociale, 
A lui mi strinsi d'un devoto amore, 
D[un amore, direi, quasi filiale; 
Giacche, voglia o non voglia, e quel che scopa 
Le liberali veileita d'Europa. 



— 375 — 

a tutio cio sia detto in gran segreto; 
Cosi a quattr'o'cchi tra voi altra e me; 
Per cui vi preg^a, o a meglio dir, vi vietci 
Di palesar il mio pensier quare, 
Poiche per certe mie ration speciali 
Or sto per le potensse Occidentali. 

on dovete pero meravigliare 

Se, a dispetto del mio convincimentOj 

lo trovo conveniente il dire e il fare 

Al rovescio di cio che bramo e sento ; 

Clie in questo mondo clii e piu furbo e scaltro 

Pensa in un modo ed opera in un altro. 

unque, senz'altre chiaccliere, io mi metto 
Con quei signori cbe da un anno in qua 
Van combattendo, a quanto ci hanno detto, 
Sol per la causa della civilta, 
Che, attesa respressione un po' simbolica, 
Esser potria la CvvUta Cattolica. 

[a non parliam d'avvenimenti arcani, 
Che in fin dei conti sono in man di Dio; 
Se oggi la va cosi, forse domani 
L'andra diversamente, e a parer mio 
Cio che di meglio or ci rimane a fare 
E' sperare, sperare, e poi sperare. 

Id or, riepilogando il fin qui detto, 
Io vi ripeto a mo' di coroUario 
Che, ad onta del mio amor per Niccoletto 
Almen per ora gli saro contrario, 
E i bollettini miei scritti saranno 
In senso turco-franco-austro-britanno. 



— 376 — 



SI ANNUNZIA IL GIOENALE. 



« Quel che si vede e quel che non si vede! 
Con qiiesto titolon sesquipedale 
A voi d'incontro allegramente incede, 
Letton umani&simi, un Giornale, 
Che dacchfe mondo e mondo, io ci scommeti 
II mig'lior non fii scritto e non fu letto. 

E scusate s'e poco. — II graiide impeg^no 

10 m'era assunto con formal contra tto 

I) annunziare nel Regno e fuor del Eegno 

11 nascente Giornale, ed io Pho fatto; 
E rho fatto cosi come si suole 
Quando si vuol dir tutto in due parole. 

Or a tutti i Giornali e alle Gazzette 
Io mi rjvolgo a snono di tamburo ; 
E, con quelPumilta, die non permette 
Un ostile rifiuto io li scongiuro, 
Poi che siam di Novembre e non d'Agosto, 
A string^rsi un pochino e farci posto. — 

Da cio vedete (xmie siam disposti 
A oeroar la concordia e I'armonia, 
E come non vogliamo a tutti i costi 
Aver gatte a pelar con chicchessia ; 
Che dal Congresso di Parigi in poi 
Noi siamo tutti per la pace... e vol? 



— 377 --- 

tjna pace peraltro a piedo armato 
E pronta s^mpre ad affrontar ^ ^uerra: 
Quindi, se il guanto ci sara ^ittato, 
Noi bravamente il leverem di terra, 
E colla scTiBa del nessnn 61 tocchi, 
A chi graffia ^affieremo gli occhi. 

Dunque coi nostri cari confratelli, 
Sol provocati, scenderemo in lizza; 
In tutto il resto, mansueti a^nelli, 
S-e pur ci monti, inghiottirem la stizza, 
E, a risehio di seoppiar, dentro la ^ola 
L'impeto strozzerem della parola. 

Al pill, giacche nel titol del Giornale 
Una valvola abbiam di sicurezza, 
Certe cose, clie il dirle alia papal© 
Sarebbe indizio di poca accortezza, 
Le porrem, come articoli di fede, 
Li cosi tra il si vede e il non si vede. 

Da tutto quello ch'io rimai finora 

II piu minchion de' miei lettori intende 
Come noi non vogliamo, almen per or a, 
Por mano nelle politiche faccende: 
Dio ci guardi dal far questo sproposito. . . 
Dopo un numero o due : Salva deposito ! 

Percbe noi siam certe teste balzane 
Ch'ove ci salti il moeclierino al naso 
Vogliam dir vino al vino e pane al pane; 
E se la nostra opinion per oaso 
Certi altri tali non la mandan giu 

j Quel che si vede non si vede piil. 

E poi, cTedete a me, quel tal Congresso 
M-ando ormai la politica a Patrasso ; 
Tin anno addietro transeat, ma adesso 
Che il mondo marcia a gambe di compasso, 
Ai giornali politici non resta 
Che chiudere il negozio e dir ch'e festa. 



— 378 — 

Dunque e deciso die il nostro ^iornale, 
Per non tirarsi tanti imbrop^li addosso, 
Fara come qii-el bravo vetturale 
Che gira un miglio p-er schivare il f osso : 
Di Lettere dira, d'Arti, di Critica, 
Di tutto, insomma, fuor che di politica. 

D'ordinario sara scherzoso e lieto 

Come un ragazzo clie non ha pensieri ; 
Ma se talvolta nelPumor faceto 
Cadra in sermoni stranamente austeri, 
Usategli perdono e cortesia, 
Perche soH're talor di nostalgia. 

Onestamente schietto, al dio Mammone 
Non vendera la penna e la matita ; 
Deirambiguo mantel di Don Pirlone 
Sara per lui Tipocrisia svestita, 
E al prepotente ghignera sul vise 
Lo sprezzo del sno ironico sorriso. 

Gli seritti suoi nell'unto forestiero 
Non imbrodolera poco ne tanto; 
Italo di favella e di pensiero, 
D'ltale oose parlera soltanto; 
E, a guarirle se il puo, mettera in mO'stra 
Qu'ante sonvi magagne in casia nostra. 

E poiche casa nostra, a quanto io so 
Dalle nozioni avut'O in geografia, 
Si stende alquanto oltre il Ticino e il Po 
Ed abbiam dei parenti anche la via, 
Cosi avrete ogni mese un Bollettino 
Da Fir^nze, da Eoma e da Torino. 

Se apparira talor qualche capitolo 

Che a voi non sembri aver capo ne piede, 
Pensate che il giornal porta per titolo; 
« Quel che si vede e quel che non si vede: 
Non giungendo a capir quel che leggete, 
InfoYcftte gli occhiali e capirete. 



— 3?9 ^ 

111 ^crittoxi chi sien di queste pag^ine 
Non vel diro, benevoli lettori: 
Vi diro sol che siamo una f arragine 
D'artisti, di poeti e prosatori, 
Cui venne il ^rillo di distrarsi un po' 
Dalle miserie dello Statu quo. 

)ir6 inoltre che tutti presso a poco 
II lume possediam dell'intelletto; 
Che se abbiam freddo ci scaldiamo al fooo, 
E &e abbiam sonno ci mettiamo a l-etto ; 
E se non basta, a^p^innc^ero che siamo 
Tutti fi^liuoli del ^ran padre Adamo. 

3r clie v'e noto clii siam noi, si spera 
Cbe piglierete al eiuffo roecasione 
D'associarvi a un ^iornal ch^ tante schiera 
Sotto il vessillo suo brave persone; 
Fatelo dunque, percbe infine poi 
Se non lo fate e pe^^^io assai... per noi! 

Uincaricato della Redazione 

FRA FTJSXIS'A. 



— 380 — 



LE CONFESSION! DI ASMODEO. 



Nella mia qualita di Era Eusina, 
0, se meglio vi par, di fannuilone, 
Colle mie mani in man Taltra mattina 
Ruminava tra me per qual cagione 
Quel briocon d'Asmodeo, da un mese in poi. 
Non si lasicia veder ne a me, ne a vol. 

Era Taltre cose m'e caduto in mente 
Che la sua vita fosse giunta a sera; 
E^ gia per quell' amor che a lui vivente 
Si mi stringea, pensava in qual maniera 
Versar potessi la mestizia mia 
In due righette di necrologia. 

Quand'eooo odo un rumor lieve e sommesso 
Come di topo che rode una trave; 
Poi quel romor si fa piu forte e spesso | 

Quasi nelPuscio girasse una chiave; 
Guardo, e veggo un'orribile figura 
Filtrar pel buco della serratura. 

Airaspetto diabolico i ginocchi 

Mi tremarono sotto, e in lui fissando, 
Quasi per infernal fascino, gli occhi, 
— Chi sei? — richiesi ; e raltro sghignazzandc 
• — Perche mi guardi cosi, frate babbeo? 
che! piu non ravvisi il tuo Asmodeo? — 



— 381 — 

noto suon di quella voce, in petto 
'utto tornommi il buon umore antico; 
1 nella foga di quel caldo affetto, 
Ion cui s'accoglie un confidente amico, 
Ihiusi al cor© il Gerente principale 
)'el nostro b-enemerito giornale. 

cia, offertog^li un sigaro d'Avana, 
jd il suo zolfanello relative, 
enz'altro gli cercai di quella strana 
naspettata visita il motive, 
ien persuaso che la sua presonzia 

la doveva ad un affar d'urgenza. 

infatti il mio visitator oomuto', 
L pie' pari saltando in ar^omento, 
ncomincio : — Saprai ch'io son venuto 
^ientemen che col pio divisamento 
)i versar nel tuo seno, o rever-endo, 
)ell6 mie tante angoscie il peso orrendo. 

ando, tre mesi or son, nel vasto ^regge 
)ei sciupacarte m'imbrancavo ancb'io, 
^rudentemente m'imponea la legge 
)i badare senz'altro al fatto mio, 
jiurando di frenar I'estro mordaoe 
Pur di vivere con tutti in santa pace. 

il diavolo propone e Dio dispone. — 

1 fatto sta cbe si trovava inscritto 

Fra' miei impiegati un certo linguaccione, 
}lie, in barba al mio conciliativo editto, 
5enza rispetto alcun, fece man bassa 
5ui giornalisti e sui giornali in massa 

rse gli offesi alPatto irriverente 
Paioeano orecciii di mercante; ma 
tl gran guaio si fu che il maldicente 
3i chiamasse il Dottore Verita: 
3h! se potea p-ensarla, in fede mia, 
&li dava il nome di Dottor Bugia, 



— 382 ~ 

Ma fin qui, meno male. — II ^ran peccato, 
Che mi tormenta di rimorso eterno, 
Lo commisi quel di che m'ho pensato 
Di offrire il portafoglio deirinterno 
A un certo^ tal clie, come cani alPosso, 
Cento nemici m'ha tirato addosso. 

Ah, Ciaria traditor, di quanti affanni 
II tuo articolo audace emmi ar^omento! 
Tu cominciasti dal tap^liare i panni 
Or a questo, ora a quello ; e non contento 
D'adoprar le cesoie e le tena^lie, 
Ti venne in €apo di coniar medaff'lie! 

Non era questo, no, non era questo 

L'innocuo ufficio di tue ciancie argute: 
Rider sta ben, ma di quel ri&o onesto 
Che appena appena osa sfiorar la cute ; 
E il riso tuo qual lamina rovente 
fricrgea le carni alia povera gente. 

Non puoi credere, o Padre, in quante pene 
Quel linguacciuto mariuol mi ha mes&o! 
lo, che fui sempre un diavolo dabbene, 
Per sua cagion mi s-ono compromesso, 
Compromesso cosi che mi par strano 
Di qui trovarmi ancora vivo e sano. 

lo vedo insomma, o Padre benedetto, 
Che l^e cose hanno preso un certo aire, 
Che se un poco di freno non ci metto, 
Non so perdio! come I'andra a finire: 
Di questo trotto, ti confesso il vero, 
Temerei di finirla a San Severo, 

E tu pur, Padre mio, tu si prudente,^ 
E mansueto, e al buon ordine amico, 
ColVaffar della colla ancor pendente 
Tu pur m'hai posto in un novello intrico. 
Esponendomi ai fulmini implaoabili 
Ji^V Euganea e do' suoi due Responsabili^ 



— 383 — 

Ma finiamola — e poi cLe, ^razie al cielo, 
Dal cataletto io me ne son fu^^ito-, 
Sovra il passato si distenda un velo 
E pongasi in oblio qnanto lio patito, 
Pnrclie nelPavvenir piu non ci accada, 
Per correr troppo, di sbagliar la strada. 

Di te mi fido ; Ciarla m'ha promesso 
Che d'ora innanzi mettera gindizio; 
Scrissi a Baidoria, e m'ha risposto anch'esoO 
Di picgarsi a qualunque sacrifizio ; 
Insomma tutti trotteran via dritto 
Per quel progxamma che in mio nome hai scritto 

Dnnque, mi raccomando : — sii prud-ente, 
Non impacciarti mai negli altrui f atti : 
Osserva e taci ; e se, per accidente, 
In qualche vergognosa opra t'imbatti, 
Ponti una man sugli ocelli e tira via; 
Lascia le bestie in pace e... oosi sia. 

FRA FTJSINA. 



— 384 — 



A SUA GRAZIA 

ASMODEO PEIMO 
Per la grazia di Dio e degli Associati 

FELICEMENTE SOGGHIGNANTE 

in Milano, Piaz2ja Fontana 



Visto che il padre Eraclito, 
Ministro dellMnterno, 
Affranto sotto Tarduo 
Peso del suo governo, 
Per cavarsi d'lmbro^lio, 
Kinunzia al portaf og"lio ; 

Visto che la buaggine 
DeU'ex-Ministro ha sazia 
L'alta, rinesauribile 
Bonta di Vostra Grazia, 
Clie accoxda a quel buffone 
La cbiesta diraiasione ; 

lo, Fra Fnsina, al secolo 
Chiamato il Biionteinpone, 
Ora ascritto alia duttile 
Casta di Don Pirlone, 
Pel ben del vostro Impero 
Domando il Ministexo. 



~ 385 ~ 

E perclie Vostra Grazia 
Non mi ritenga ind-e^no 
Di mane^^iar le r^edini 
Del torbido suo re^no, 
Regalo il mio salario 
AlPoberato Erario. 

Conscio deiralto incarico 
Clie mi verra affidato, 
Sapro j^uardar dai turbini 
La barca dello Stato ; 
E siccome la pratica 
Val piu della grammatica, 

Cosi il solenne esempio 
Di quanto abbiam sofferto 
Servendomi di bussola 
Per I'avvenire incerto, 
Virero il bastimento 
A secxmda del vento. 

Siamo in tempi difficili, 
Ma difficili assai! 
Con questo colto pubblioo 
Non la s'imbercia mai: 
Fate dieci contenti, 
Ne disgnstate venti. 

Vha chi nel ben s'inziicchera, 
V'ba clii appetisce il male; 
Questi tira al dispotico, 
Quest' altro al liberale; 
Insomma, a conti fatti, 
L'e una gabbia di matti. 

lo pero colPastuzia 

Del mio prudente inge^no 
Sapro guidare il ferreo 
Timon del vostro regno, 
E allargarne i confini 
A spese del vicini. 
'VBrnxto - Poes/e 25 



~ 386! — 

Won h poi si difficile 
L'art-e di oj^overnare: 
Basta €he Vostra Grazia 
Sappia con c^arbo iisare 
Or le brusche, or le buone, 
Secondo roccasione. 

Cosi se i Yostri sudditi, 
(Vale a dir ^li associati) 
Sedotti dalle cbiacchiere 
Dei male intenzionati, 
A bassa od alta voce 
Vi gridasser la crooe, 

Purch^ alle rispettive 
Scadenze trimestrali 
Paghino in effettive 
Le tasse personalis 
Finche lor place e pare 
Li lascerem gridare. 

Ma se mai, ribellandosi 
Di vassallaggio ai patti, 
Grincauti trascorressero 
Dalle parole ai fatti, 
Ci piglierem la noia 
Di oonsegnarli al boia. 

In quanto agli altri crimini 
Di seconda importanza, 
Tre o quattr'anni di carcere 
Saran piu cbe abbastanza; 
Salvo, se il male indura, 
Di rinforzar la cura. 

Insomma oso promettere 
Che il pnbblico europeo 
Sara alfin per oonvincersi 
Che il regno d'Asmodeo 
E' il piu savio e giocondo 
Eegno di questo mondo. 



— 387 — 

Che se a caso qualche invido 
Giornaluocio straniero 
Osasse dir che ai popoli 
Del vostro eccelso impero 
Molto promesso avete 
E poco manteiiete, 

lo soffiero nel mantice 
De^li orofani ufficiali, 
Perche sputino in faccia 
Agli esteri ^iornali, 
Che qui nel vostro Stato 
Noi godiamo il papato. 

Anzi ch'e inoomprensibile 
ColPinteresse nostro 
Un regime qnalsiasi 
Che non sia il Pungol vostro; 
Pungol provvidenziale 
Pel progresso sociale. — 

Intanto ai cari sudditi, 

Perche stien cheti -e buoni, 
Annunzierem nel feglio 
Prossime innovazioni.... 
Si varia un po' il formato.,.. 
E via del trotto usate. 

Forse che a voi, mio Principe, 
Di sensi alti e caparbi, 
Questa, alia don Basilio, 
Politica non garbi ; 
Pur meno assai, vel giuro, 
Si ottien col muse duro. 

In giomata, credetelo, 
La pubblica opinione 
Conta assai piu AeWultima 
Re gum ratio, il cannone, 
E chi oontr'acqua voga 
SpesBo ribalta e affoga. 



^ 388 — 

E' T©r che siete Principe 
Per la ^razia di Dio, 
Ma se i s^oci vi piantano, 
Grazia divina, addio. — 
Quanti quaggiu vi sono 
Graziati ^enza trono! 

Adunque, o Serenissimo, 
Se eiete persuaso 
Che in ri^a di politioa 
M'abbia nn di&creto naso, 
Datemi il portafoglio 
Ed io vi salvo il so^lio. 

Se no, m'incresce il dirvelo, 
Anche lag^iii a Milano 
Quella ootal disgrazia 
Soong-iurerete invano 
Clie un jjfiomo v'e snccessa 
In Calle Valleressa. 

Ed or di tanta audacia 
Chi©dendovi perdono, 
Col capo nella polvere, 
Dinanzi al vostro trono, 
TJmilmente s'inchina 
II vostro 



FRA rusiNA. 



389 



UN CONSIGLIO D'AMICO. 



Garo Asmodeo! — (scusatemi 
Questo far confidente) 
Neirumile mia supplica 
Del (Sedici corrente 
A voi I'opera mia 
In buona fede offria. 

Lo Stato andava a rotoli 

(Come ne andr^ qualch'altro) ; 
Ed io, c'ho Tamor proprio 
Di credermi uno scaltro, 
Sperava in buona fede 
Di rimetterlo in piede. 

Ma le cose cambiarono 
Da cinque ^iorni o aei; 
E, riflettendo me^lio 
Ai casi vostri e ai miei, 
La sark un'increanza, 
Ma ritiro Tistanza. 

Yeggo da certi sintomi 
Che non isbaglian mai, 
Che voi siete in pericolo, 
Ma in perioolo assai : 
La prima Ammonizione?... 
Sintomo di ptigione! 



— 390 — 

Capirete benlssimo 

Che con tal prospettiva 
L'onor del portafoglio 
Non ha certo attrattiva; 
Percio, senza rimorso, 
Rinunzio al mio concorso. 

E' bello fuor di dubbio 
L^e&ser locato in alto; 
Ma, se mai si procipita, 
Pin periglioso e il salto; 
E poi, se nasce il caso, 
Vi ridono sul naso. 

Regni pur vostra Grazia 
Come le pare e piaoe; 
Per conto mio desidero 
Vivere in santa pace, 
E lontan fin che posso 
Dairugne del Profoss-o. 

Pero, da fedelissimo 
Suddito qual vi sono, 
Non crediate ch'io voglia 
Lasciarvi in abbandono ; 
Anzi, in tanto periglio, 
Ip v'offro un mio consiglio. 

Volete proprio vivere 
Lunga e felice vita, 
Senza la cnra eroica 
Di Santa Margherita? 
Riforma radicale: 
Sbattezzate il Giomale! 

Questo nome di Pungolo 
Gli e un nome eterodosso, 
Che magnetizza i fulmini 
E se li tira addosso : 
Cambiatelo... ma presto! 
Gli e un nome disonesto. 



Se fosse xmo scudiscio, 
Un frustiiio, un bastone, 
Anche una Sferza, transeat 
lo vi direi : benone ! 
Ma un pungolo, tra noi, 
Gli e un arnese da buoi. 

Desiderate un titolo 

Che vi metta al coperto? 

Un titolo umoristico, 
Cbe piacera, son certo, 
Anche alia gente soda? 
Eccolo qui: — la Coda, 

Ma non basta — imponetevi 
Un altro sacrifizio ! 
Scancellate il diabolico 
Ceffo del frontispizio 
Sostituendo a quelle 
Tanto di Stenterello. 

E invece dell'esotica 
Epigrafe spagnuola 
Dalla savia testuggine 
Norma pigliando e scuola, 
Stampate in italiano : 
Chi va piano va sano, 

Cogi per voi propizii 
Si svolgeranno i fati ; ^ 
E dispensando in seguito 
Ai candidi associati 
Cipria, rugiada ed oppio... 
Guadagnerete il doppio. 



FRA FUSINA. 



— 3&^ 



DON PIELONE. 



Sia laudato il Si^nor, dicea Pirlone, 
M e yenuta una buona ispirazione ! 
Ancli 10 vo^lio mestare il gran cibreo 
Con Asmodeo. 

Se non fo presto, il fratacchion Fusina 
Kesta solo padron della cucina, 
h ficiupera g'li stomiaclii e i palati 
Co' suoi trovati. 

Se oo' miei filtri e il mio soffietto anch'io 
Jt^o^so cacciarmi in mezzo al tramestio 
bondurro la ration© adagio adagio 
A naufragio. 

Maledetta la logica © il buon senso 

Che mette al lumen-Christi il nostro censo^ 
L/resimero ben io la causa giusta 

Con la mia frusta! 

Ma a dirlo si fa presto... il farlo e il Quia- 
yuesti armeggioni son vispa genia... 
iiurian fin la rettorica del boia 

Quando li squoia. 

Ma proviam colle buone e piano piano 
1)1 fare ai barbassori un soprammano... 
be ci rieseo, porro fuor di moda 

E corna e ooda 



— 393 ^ 

D^Asmodeo, diayolaccio protestante, 
Nemico alia virtii, del vizio arnante, 
E die fa il gaz col fuoco delF inferno 

Per suo ^overno... — 

Tacque... pen^so — poi, ben leccato il boUo, 
V appicico nel mezzo a un protocollo, 
E 8U vi scrisse con soave eloc]uio 

Questo sproloqnio : 

Supplied ad AsTnodeo. 

Signer diavolo^ nmilmente 
A voi prostrasi un credente 

C'ha fede nel Pungolo, 

Per le pecore e pe' buoi 

Che fur prima e saran poi, 

E' rimedio eroico. 

Ed infatti, col bastone 

Spin^e al pascodo il padrone 

Le affamate pecore, 

Accio mangino bel bello 

Quanto basti perclie il vello 

Cresca per le forbici. 

Ed i buoi caocian tra' solchi 
Con il pungolo i bifolclii 

Per far buona semina; 

Poi per premio alia fatica 
Con la stessa mano arnica, 

Con lo stesso pungolo 

Li soispingono al macello. — 
Che bifolchi di cervello! 

Viva r Aritmetica ! 



Proprio il pung^olo e una fede, 
E' un Corano per clii erode 

D'arte machiavellicst. 

Oh! potessi alfine anch'io, 
Asmodeo, gioviale Iddio 

De' eervelli scariclii, 

Imbrancarmi tra i macliioiii 
Per provare se son buoni 

I miei studi pratici! 

Ti prometto, o pio demonio, 
Fedelta di nuovo conio, 

Quasi mirahilia... 

yerita, Bugia, Fusina 
Caccer6 nella sentina ; 

E con volo celere 

Spingero spedita a riva 
De' lettori tra ^li evviva, 

La mia nave cauta. 

Spero allor che a Don Pirlon© 
Tu darai, con la pension^e, 

Privilege! e titoli: 

Ed il Pungolj ritemprato, 
Fara scendere al Mercato 

Piu b^stiei del soljto. 



— 395 — 



AL DON PIRLONE DEL PUNGOLO. 

Risposta di Fra Fusina. 



— Don Pirlone! — oh ! quanto e oome 
3uoiia bene questo nome 

Nel nostro Pungolo! 

el briccone di Asmodeo 
Smette il gru^no oscuro e reo 

E fa giudizio. 

li fece buon mercato 

Dei consigli cbe gli ho dato. — 

Che bravo diavolo! 

11a scorta del sant'uomo, 
Derto, fior di galantuomo 

Diverra in seguito : 

I allor, se a Dio place, 
Avro il bacio della pace 

Da tutti i candidi. » 

lesto logico riflesso 
lo facevo meco stesso 

Lo scorso sabato, 

lando vidi fra i campioni 
Del piu allegro dei demoni 

Quol nome celebre. 

— Che fortuna! il caporale 
Del buon ordine sociale 

Nel nostro esercito ! 



— 396 — 

Ora si cKe ^li associati 
Pioveran da tutti i lati 

Come le allodole! — : 

E con sguardo curioso 

Di quel Grande ru^iadoso 

Lessi la supplica — 

Poffarmio! clie cosa ho letto? 
Oh! imbroglione maledetto! 

Oh! falso apostolo! 

Empiamente ti fai bello 
Delia spoglie delPagnello 

Per trarei in trappola^ 

Tn scimmieg"gi il Don Pirlone, 
E non sei in conclusione 

Che un Bruto in mascl 

Che vorrebbe nel cibreo 
Di quel povero Asmodeo 

Mescer Parsenioo. 

Ma al mio sg'uardo non jgi scampa ; 
Tra il velluto della zampa 

Scoperto ho Tunghia. 

Relegato alia sentina 
Tu vorresti Fra Fusina, 

Perche Sua Grazia, 

Einnegando la mia cura, 
Si gettasse a dirittura 

Fra le tue braccia. 

Cosi, preso il sopravvento 
Sul volubile talento 

Della tua vittima, 

Dal consorzio degli onesti 
Nella rea il travolgeresti 

Lue demagogica : 



— 397 — 

quel povero mincliione, 
Dalla illustre commissione 

D'i^iene pubblica, 

atto buon per I'ospitale, 
Creperebbe nelle sale 

De^rineurabili. — 

unque va pei fatti tuoi, 

Ne immischiariene oon noi, 

Don Pirlone apocrifo. 

) tu fossi, qual ti vanti, 
Fn dei nostri ne^ozianti 

Di cipria e d'oppio, 

3rclie mettere airesilio 

Fra Fusina, il Don Basilic 

Vero e lef^^ittimo? 

anne dun... Ma no^ — se il vuoi, 
Combiniajnola fra noi, 

Ch-e sara me^lio. 

•ima in collera coi santi 

Che in baruffa coi birbanti — 

E' la mia massima: 

il piu comedo van^elo 
Colle bestie del tuo pelo 

E' la conoordia. 

iinque senti : — il monopolio 
TJsurpar del nostro Folio 

lo non desidero; 

a non voglio, a dirla scbietta, 
Che nc'ssuno si permetta 

Darmi VescoTnio. 

lindi il nie^lio che ci avanza 
E* un trattato d'alleanza 

Tntto amiohbvole. 



~ 398 — 

Don Pirlone e Fra Fusina 
Direttori di cucina? 

Oh clie delizia! 

I benevoli lettori, 
Lusingati da^li odori, 

Dei nostri intingoli, 

Su^geranno a larga dose 
Dalle rime e dalle prose 

Quel siffatto oppio, 

Che, filtrando nei cervelli, 
Spazza via le idee ribelli 

E oalma il sang^ue. 

E Asmodeo, rimesso in moda, 
Colle fibbie e eoUa coda 

Sembrera un angelo. 

Dunque e detto: — d'ora in poi 
II Giornal lo farem noi, 

E al'lora il Pungoloy 

Sotto il nostro patronato, 
Verra certo re^istrato 

Era i testi d^obblicr-o. 

FRA rirsiisrA. 



~ 399 -^ 

A FRA FUSINA, 
Replica di Don Pirlone. 



Fusina ! la mia f ama e assicurata 

De' ^onzi pel favor da lun^lii seooli, 
E invan t^in^eg-ni e specoli 
-Di scoprir la mia faccia inas'olierata : 
lo so chi sona, ed abile 
Soffoco il vero sotto il ^ran probabile: 
E tu, frate novizio, anzi babbeo, 
Mi credi avverso al re^no d'Asmodeo? 

Se il diavol non mi porta, io non so andare; 

S'io rabbandono, fallisc-e il demonio: 
I Frate di nuovo conio, 

Che unisci la cucina col pen&are, 

Vuoi far fortuna, e pavido 

Fra il diritto barcolli ed il CTior avido? 

Oosi tu resti, politico idiot a, 

Fra le colme misure a pancia vuota, 

3e vuoi farmi davvero il pertichino, 
Impasta cautamente i birbi stolidi ; 
Per noi soste^ui solidi 
Fur sempre Stenterello ed Arleochino ; 
Palestra di ginnastica, 
La cos'Cienza tua sia bene elastica, 
E, masticaiido il cranio de' fratelli, 
Adopra i denti alia Samminiatelli. 

2!i6 premesso, se vuoi, frate Fusina, 
Meco tentar La via delLa fortuna, 
L'alma intorno alio stomaoo raduna 

E adora la cucina. 

iivvezzati a man^iare in tutti i piatti, 
E d'ogni cibo a far la digestione; 

ISotvI clii pa^a, e caccia la ra^'ione 
Alio spedal de* matti. 



— 400 — 

Popolano col becero, col o^rande 
Metti alio stelle i dritti feudal! , 
Eegala al ciabattin falsi ^ambali, 

Ed a Frine ^hirlande. 

Ridi di tutto, fuor clie di te stesso, 
Ma ridi di sottecchi e non veduto; 
E, dove occorra, in maschera da Bruto 

Fatti fare un processo. 

Lascia cbe il mondo vada oome vuole, 
Ma scalda I'epa al cittadino incendio. 
E intorno a chi piu fa lar^o dispendio 
Fa oome il ^irasole. 

Impara a mente la cannon di moda, 
Senza badare in qual tono sia ^critta; 
Ed alia schiera, che sa cascar ritta, 

Liscia ben ben la coda. 

Mostrati bestialmente umanitario 

Per o^ni bestia... fuor clie pe' fratelli; 
E a' ciuclii dalle mosclie e da' randelli 
Fa salvo il tafanario. 

Se un birbo fa fortuna, ^rida bravo! 
Se cade un galantuom, passaci sopra ; 
Cbi ^uarda a' mezzi non compisce Topra, 
Di vuote larve schiavo. 

Ed or cbe mi son fitto nella mente 
D'inforcar la coda del demonic, 
Se sei metallo de^no del mio conio 

Vedro palesamente. 

Facendo la cilecca alia coscienza, ^ 
Terrai tu il sacoo cb'io sapro stivare; 
E fing^eremo di dover mangiare 

Per divota ubbidienza. 

Se mang^eremo molto, il cencio rosso, 
Se poco, avremo invece la prigione ; 
Ma fa cuor, dove mangia Don Pirlone, 

Eimane appena Tosso. 

Don PntLOKE. 



401 — 



A DON PIRLONE. 

Replica di Fra Fnsina. 



olendissimo amico, al piede vostro 
Col capo nella polvere mi prostro; 
E di quanto vi scrissi ^iorni sono 

Vi dom'ando perdono. 

' vero — a<^li atti, al viso, al collo torto 
Sooprir dovea di primo colpo il morto; 
Ma, devoto qual sono a San Tomaso, 

Volli appellarmi al naso. 

id il mio naso, convinto e confosso, 
Non ha pin nnlla da ridire adesso, 
Per cni, senz'altro, al vostro era m'inchino 
Magnifico codi^o. 

)uelle massime sante, ond'e cosperso, 
Glorioso Pirlone, il vostro versa, 
Staranno ognor (come vi stavan prima) 

De' miei pensieri in cima, 

)el molto affetto die per m.e nutrite, 
Vi rendo, Padre mio, grazie infinite, 
E dei consign clie m'avete dato 

Vi son tanto obbligato. 

Benche, a dir vero, il condur me alia scuola 
Gli e come un portar cacio a Gorgonzola, 
Che, grazie al cielo, al par di voi, messere, 
Gonosoo il mio mestiere. 

^u?jiNATO - Foesie 26 



— 402 — 

Ne bisogno m'avea che un Don Pirlone 
La venisse a trinciar da Cicerone, 
E a dirmi in faccia ch'io g'li ten^a il saicco, 
Oh oospetto... di Bacco! 

E darmi del novizio e del babbeo! 

A me, I'intimo amico d'Asmodeo, | 

A me, del trono suo prima colonna? i 

Oh corpo... di mia nonna 

E quando in nome di mia nonna io giuro 
Vo' dir che Tira mia piu non misuro, 
E divento addrittura una finmana, 

Anzi una ti^re... ircanaJ 

Oh! ma che dissiP — nel furente eccesso 
Deirira mia dimenticai me stesso: 
Pexdona, o nonna, se il mio labbro insane 
Ti ha nominata invano! 

E voi pur perdonate, o Don Pirlone, 
L'urto nervoso della mia ragione: 
Eu I'amor del meatier che m'ha oostretto 

A perdervi il rispetto! 

Ho peocato, egli e ver, peccato assai, 
Perche contro la regola peccai ; 
Mentre il corruccio mi bollia nell'alma, 

Finger dovea la calma, 

Di Don Basilio il nome oh! non si m-erca 
Chi un faccione non ha di gutta-perca, 
Che sotto il tocco della man che "oreme 

E piange e ride e geme. 

Si, lo confesso, un grande idiota io sono, 
Poi che agli urti del core m'abbandono, 
J] gli permetto di stamparmi in viso 

X^'ira, rangoscia, il risQ, 



— 403 — 

d'ora in poi di questo i^eo difetto 
^urgliero la coscienza, io vel prometto, 
se il cor le far a da vegliarino, 

Gli applichero il sordino. 

I resto, poi che mi^ trovate dep^no 

3i affratellare il mio col vostro in^e^no, 

U grande scopo di serbar ben tondo, 

Qual Dio lo fece, il mondo, 

>sperienza vostra e il vostro acume 
^ra r ombre mi saran soste^no e lume, 
.^erche a caso intoppando in^ qualahe ^asso 

Non mi si annaspi il passo. 

L sarete cosi lo mio prof eta, 

id io I'astro che se^ue il suo pianeta, 

), se vi place un paragon piu schietto, 

Voi Ludro ed io Ludretto. 



FRA PTJSINA. 



— 404 ~ 



IL MIO PROGRAMMA MINISTERIALE 



Poi clie Sua Grazia, 
Da quel che senta, 
M' assume al pubblico 
Insegnamento, 
Mutar m'incarico 
In oapo a un mese 
In carbon fossil e 
Tutto il paese. 

Quel tal proverbio 
La canta cliiara: 
(( Piu che si studio 
Manco s^ivipara. » 
Da cio rilevasi, 
E ce ne avanza, 
Che il vero scibile 
E' rignoranza. 

Dunque a diffondere 
D'ora in avanti 
La gran propaggine 
DegFignoranti, 
Sar6 solleeito, 
Quant' altri mai, 
Di porre ^IVIndice 
Libri e librai. 



Ma, i>er non cliiudere 
Proprio a lucchetto 
Gli urti espansibili 
Deirintelletto, 
Lascero PAbaco, 
L'Abbecedario 
E, in via di ^razia, 
Forse il Lunario. 

Meno Tepigmfi 
E le canzoni 
Per messe, lauree 
E matrimoni, 
Le belle letter-e 
Si andran multando, 
Siccome artiooli 
Di contrabbaiido. 

Broscritti i genii, 
Gia siamo intesi, 
Compresi sieno 
Od incompresi, 
E imposti al pubblico 
Tridui ed offerte 
Contro il oontagio 
Delle scoperte. 

Via Santa Libera 
Dal ruol dei Santi, 
Messo airergastolo 
L'avverbio Avanti; 
In pochi termini, 
Riforma intera 
Nei Dizionarii 
D'ogni maniera. 

Certi voeaboli 
Ermafroditi 
Dal nuovo Lessico 
Voglio banditi, 
Come, ad eeempio, 
Per dime aleuni, 
Statuti. Camere, 
Voti^ Cormmi, 



— 406—^ 

D^altri vocaboli 
Vo' rimpastate 
L'etimoiogiche 
Fonti viziate: 
Cosi, per mettervi 
La oosa al naso, 
A mo' d'esempio 
Eccovi un caso: 

Se alcun Repuhhlica 
Cerclii cos'e? 
Le^ga: — Kepubblica 
Viene da Re, 
Da Re che Puhhlica 
Le^gi 6 precetti 
Pel miglior ess ere 
De' suoi soggetti. 

Cosi ciambella 
Da dambellano 
E da gabella 
Verra Gabbiano; 
Da demolire 
Democrazia 
Come pulire 
Da Poiizia, 

Su questo conio 
Cosi rifuso 
Di certi termini 
L'iniquo abuso, 
Ad usum populi 
Ssixk ridotto 
L' antico Lessieo 
Guasto e corrotto. 

Di piu, per render© 
Ai nostri Stati 
La quiete arcadica 
Dei tempi andati, 
Mandero al diavolo 
Le ferrovie, 
II gas e simili 
Stregonexie, 



Del luTTien luminis 
II monopolio 
Rimanga mcolume 
Al sego e ail'oiio, 
E chi vuol muoversi 
Prenda i vigiietti 
Sui velociteri 
Delia iranciietti. 

Sgalileatasi 
L^astronomia, 
Al sole un foglio 
Segni di via, 
E pel buon ordine 
Intimi a questo 
Orbe terraqueo 
L'antico arresto. 

L'industre chimico 
Da' filtri suoi 
Fior di papavoro 
Stilli per noi, 
Ne vi sia reoipe 
Di medicina 
Senza una pillola 
D'oppio e moriina. 

Chi d'^rti e lettere 
Si mostri infetto, 
Si terra d'oochio 
Come sospetto, 
E all'ialte cariche 
De' nostri Stati 
Soltanto gli ebeti 
Saran chiamati. 

Oosi h probabile 
Che, passo passo, 
Ridotti ai placidi 
Sonni del tasso, 
I nostri popoli, 
Docili aguelle, 
Cavar si lascino 

A TIP Via In •npllft 



— 408 — 
ASMODEO I.° IN EXTREMIS, 

PARTE PRIMA. 



— Pan pan! — Chi piccliia alia mia porta? « 
Tin messaggiero di Sua Grazia io sono : [prfc 
In noni'e della le^^e, aprite, aprite! — » 
Di qnesta voce formidata al suono, 
Sehiudo Timposta, e traielato e ansante 
M^appare un grosso diavolaccio innante. 

« — Per ordine del vostro e mio sovrano, 
Asmodeo Primo, io vengo, o Reverendo, 
A depor, oom'e scritto, in propria mano 
Quest' urgente dispaccio » — e si dicendo 
Una lettera enorme in man mi pianta, 
Condannata a centesimi cinquanta. 

Apro e leggo: — Mio caro Fra Fusina^ 
A braccia aperte al mio letto ti aspetto! 
Sento pur troppo ormai die s' avvicina 
II mio istante supremo, e nel tuo petto 
Vorrei, pria di partir da questo mondo, 
Versar de^ tanti miei peccati il pondo. 

Due gran sbocchi di sangue ho avuto ormai, 
E, se il terzo mi coglie, io son perduto, 
Deh! se am>ore di me ti prese mai, 
Per caritd non perdere un Tninuto! 
Perche pronto m^arrivi il tuo soccorso, 
11 mio Corrier ti porter a sul dor so. — 

Detto fatfx) — la tonaca m'allaccio, 
Spicco un salto, gli balzo a cavalcione, 
E strettamente al suo collo m'abbraccio: 
Ei Bui pie s'appunto, scliiuse il balcone, 
E via per I'aria sibilar fe' I'ali, 
Come sparvier clie sulla preda cali. 

Qui piglierei pel ciuffo roccasiono, 
S^ non amassi andar per le piu corte, 
Di farvi del mio vol la descriziono, 



^ 409 — 

Perclie le descrizioni sono il mio forte... 
Ma ci Yorrebbe troppo tempo, e intanto 
Sua Grazia se ne andrebbe in camposanto. 

Dunque, lettori miei, tirero dritto, 
E vi diro, per non tenervi in pena, 
Vi diro che, compiuto il mio tragitto, 
Mi ritrovai, dopo mezz'ora appena 
Di quella corsa indiavolata e strana, 
In casa d'Asmodeo — Piazza Pontana. 

Nella camera entrai : — - stavan seduti 
Melanconicamente appie del letto, 
A capo basso, pensierosi e mnti 
Falstaff, Bonsenso, Dulcamara e Cletto; 
E al capezzal, colTinfermier Follia, 

I due dottori Verita e Bugia. 

Come in simili casi avvien pur troppo, 
Discordavan tra lore i due curanti : 
L'un del Pagliano suggeria il sciroppo, 
L'altro volea che, a mo^ di vescicanti, 
Gli lossero applicati sulla pancia 
Cinque numeri o sei della Uiloncia. 

Ma, discordi nel metodo di cura, 
Diceano entrambi che La malattia 
Era pur troppo di si rea natura 
Da condurlo ben presto aH'agonia; 
Onde, al mio arrive, tutta Tadunanza 
Levossi in piedi e sgombero la stanza. 

Com'io fui solo, m'accostai plan piano 
Al capezzale deiragonizzante: 
Ei mi vide, e, stendendomi la mano: 
— Oh ! Era Fu.. - comincio ; ma in quell'istante 
Tin acoesso di tosse entro la gola 

II resto gli strozzo della parola. 

lo gli porsi due gooce di cordiale, 
Che stfiva chiuso in una bocoettinta : 
Einfrancato cosi, sovra il guanciale 
Eizzossi alquanto e disse: - Oh! fra Eusina... * 
Ma quel che disse il povero morente 
Lo stampero nel numero seguente. 

FRA FTrSDTA. 



— 4id -- 

PARTE SECONDA. 

Eaccapezzando il filo del discorso 
Che, per tirare un po' di fiato, avea 
Inten^otto nel numero decorso, 
Lettori oari, io dunque vi dicea 
Che Sua Grazia Asmodeo, preso il oordiale, 
Cosi mi favello dal suo guanciale: 

« — Oh! Fra Eusina mio, col pianto agli occhi 
Ti rendo g^razie della tua pieta ; 
E buttarmi vorrei proprio m ginocchi 
Per dirti quanto io ti sia grato, m.a 
Con questa tosse che mi squarcia il petto 
Non e prudenza venir giu dal letto. 

Dunque, buon Padre, tel ripeto ancora, 
DaH'altare del cor grazie ti rendo; 
E, poi che breve e del mio viver Tora, 
Spiritum ineum m unanus tuas covinnendo ; 
II che vuol dire, tradotto in volgare, 
Che il povero Asmodeo sta per crepare. 

Seguito avessi i tuoi consigli santi, 
Che a si mal passo non sarei ridotto! 
Invece ch,e a clisteri ed a purganti, 
Vivre' ancor di busecca e di risotto, 
E tenendo la coda umile e bassa, 
Sarei cresciuto come un ponoo in grassa. j 

E il PungolOj mutando in incensiere 
E battendo le mani ai burattini, 
Avrei visto cader nel mio paniere 
Una pioggia di fieri e... di fiorini, 
E forse un giorno avrei mirato anch'io 
Nel libro degli eletti il nome mio. 

Ma, nossignori; — come un buon soldato 
Che, se muore, morir vuol sotto Parmi, 
Pet un matto capriccio avea fissato 
Di lasciarmi spezzar pria che piegarmi: 
Stolto ! e scordai che la Fortuna cerca 
Chi ha la spina dorsal di guttaperca. 



-. ill ^ 

!d ora sol die il mio mordaoe istintd 
M^ha condotto si presto airagonia, 
Mi si squareia la benda, e son convinto 
D'aver smarrito la diritta via, 
La via postale, quella via maestra 
Ohe assicura la quiete... e la minestra. 

Ed io per stradicciuole oscure e strette 
M'insanguinai fra' sterpi e piedi e mani; 
E mentre coi setoni e le coppette 
Io sperava drizzar le gambe ai cani, 
Quel cani inveoe, ingrati e sconoscenti, 
M'han ricevuto col mostrarmi i denti. 

Dr quel cli'e fatto non si puo disfare, 
E inutile sarebbe ogni lamento; 
Pur, Reverendo Padre, oso sperare 
Che pel mio, bencbe tardo pentimento, 
Nell'altro mondo mi sara concesso 
Tutto il perdon che mi si nega adesso. 

yhe se quest' alma, allor che tardi o presto 
Avra compiuto il suo mortal viaggio. 
Come insegna Pitagora, da questo 
In altro corpo avesse a far passaggio, 
E, trasformato pur come Dio vuole, 
Tornassi anoora a rivedere il sole. 

Io tel prometto (e stanne pur sicuro 
Che questa volta non prometto invano) 
Le matte idea del mio passato abiuro ; 
E, a conservarmi il pane quotidiano. 
In pace, sieno pur Turchi o Cristiani, 
Lascero tutti... e specialmente i cani. 

Io smettero quell' aria di Gradasso 
Che dal trono m'addusse al cataletto, 
E, procedendo via col capo basso 
E colle mani incrociate sul petto, 
A quanti incontro, abbiano toga o spada, 
Earo un inchino e cedero la strada. 



— 412 — 

E, yisto come i cibi un po' salati 
Sieno indig^esti, con miglior consi^lio 
Sapro ammaniare a' miei nuovi abbonati 
Salse di maiva e brodi di coniglio, 
Cliiamando a cuociii delia mia cucma 
Don Pirione soltanto e i'ra i'usina. 

Siccome poi quel caro Don Pirione 

De' miei scappucci e alquanto indispettito, 
Parai colla tua &avia intercessione 
Clie sia fra noi ogni rancor sopito, 
E ^li dirai che, come il mio ^li dono, 
Cosi imploro, morendo, il suo perdono. 

Ora^ sotto il guancial poni la mano 
E tira fuor quel foglio suggellato: 
E' il testamento che quand'era sano 
Ho tutto di mia man scritto e firmato; 
Ma non dovrai dissuggellar Tinvolto 
Che in capo a un mese che m'avran sepolto 

Altre quattro parole ed e finita. — 
Se un giorno o Taltro tu incontrassi mai 
Color che m'han perseguitato in vita, 
Ch'io li saluix) tanto a lor dirai, 
E che, scusa la frase, eternamente 
lo li avro la dove li avea vivente. — 

Qui di Sua Grazia agonizzante in volto 
Un beffardo aogghigno si dipinse: 
Poi, Terrante suo sguardo in me rivolto, 
Nella gelida man k man mi strinse, 
Mentre il pallido suo labbro morente 
Borbottava : io... li.. avro... la... e..ter..n.a. 

[men...te!... - 

Cosi da questa a piu Serena vita 
Trasmigro d'Asmodeo Panima altera! 
Nessun ch'io sappia alia fatal partita 
Vesti gramaglia o si cambio di ciera: 
Gia si rimedia a tutto in questo mondo... 
E morto un papa se ne fa un seoondo. 



^ 413 ^ 



SINFOMA. 



Mentre tutto occnpato... a far niente 
[ Giacea disteso nel mio dolce letto, 
I Sentii oome una man die gravemente 
I A posarsi venia qui sul mio petto ; 
Volsi la faccia, e a me ritto dappresso 
Vidi un figure die parea di gesso. 

a — Ola, vate, die fai? Su via, ti desta 
Da quel letargo ond'hai la mente oppressa ; 
Ti rompa I'alto sonno nella testa 
La rimembranza dell a tua promessa ; ^ 
Che, come scrisse quell 'autor del Lazio, 
ProTriissio boni viri est obbligatio. 

liUomo di Pietra io son! laggiii a Milano 
Tue novelle attendea da ben sei mesi; 
E, poi die Tebbi sospirate invano, 
Dal piedestallo secolar disoesi, 
E, deireterno tuo silenzio stance, 
Venni io stesso a svegliarti a Castelfranco. 

Lascia una volta questo reo costume, 
Che a viver no, ma a vegetar t'invita: 
Non sai che il sonno e le ozlose piuine 
Ilanno dal mondo ogni virtu sbandita? 
E che nel vecchio e nel moderno stile 
E^ poltrone sinonimo di vile? — » 

Al provocante suon di tal rampogna 
Sul momento restai muto e conf uso ; 
Poi cosi tra il dispetto e la vergogna 
Ersi la f route e Io guardai nel muso ; 
E (( — Compare, gridai, se non ti spiace, 
Bell! lasqiaini doimire in santa pace. 



— 414 — 

Mec^lio e dormire cli-e veder le tante 
Miserie umane cbe ci stanno intorno; 
Me^Ho dormire, o fame almen sembiante, 
Infin che sptinti il benedetto ^iorno 
Che della sve^Ha ci dara il se^nale... 
La tromba del Giudizio Tiniversale. 

Allor vedrai cbe saro desto ancb'io, 
E, come angel sfuggito alia sua cella, 
Fra que' risorti ancbVi lo spirto mio 
Intiionera la sua canzon piu bella; 
Ma fin cbe spunti quel siffatto giorno, 
Se mel permetti, a' sonni miei ritomo. 

A' miei sonni ritorno ed al mio letto, 
E fra il tepor del morbido guanciale 
lo fumo e dormo e sogno e mi diletto 
Pensando cbe nel Codioe Penale, 
Grazie al cielo, non v'ba legge cbe vieti 
I fantastici sogni dei poeti. 

E poi, perbacco ! non avro il diritto 

Di dormir io, se dorme ancb'esso Omero? 
Quandoque bonus come Orazio ba scritto ; 
E se talvolta Omero dorme, in vero 
Non so veder percbe non sia permesso 
Ad un mio pari di dormir piu spesso. 

Tu vedi dunque cb'io potrei, volendo, 
Colla solenne autorita d'Qrazio 
Controminar senz'altro il tuo tremendo 
Proraissio honi viri est obbligatio, 
E al riscbio pur d'una condanna in mora 
Dormire ancor come dormii finora. 

Riflettendo pero cbe I'uomo onesto 
A questo mondo ba una parola sola, 
Poicbe la m'h sfu^s:ita, o tardi o presto, 
Sapro tenerla ancb'io la mia parola; 
E in sfeguito s'udra sull'?7om di Pietra 
Qup^lcbe suono ecbeggiar della mia cetrs^; 



— 415 — 

- Dico cetra cosi pierclie lo impone 
II dispotismo della rima in etra; 
Altrimenti avrei scritto colascione, 
Se colascion potea rimar oon pietra; 
Poiclie, a dirla fra noi, questo soltanto 
E' lo strumento su cui rido e canto. — 

o verro dunque, giacclie Tho promesso, 
Qualche volta verro sul tuo ^iornalo : 
Ma, pria di farci il mio solenne incrresso, 
Trovo cpsa prndente e naturale 
Che a salvag-uardia della tna salute, 
A conoscer mi dia intiis et in cute, — 

n primis ti diro, se pnr nol sai, 
Cbe i versi miei li tiro ^iu alia grossa, 
Che della lima non mi servo mai 
Perche mi manda i griccioli per Tossa, 
E i miei concetti te li sputo fuore 
La come in boeca me li manda il core. 

?'avverto inoltre che la Musa mia 
Di far cio che le piace ha per sistema ; 
Che, povera com'e di fantasia, 
Torna sovente sniristesso tema; 
E cio per la ragion, che correr suole 
La lingua siempre dove il dente duole. 

)r sappi che per sua mala ventura 
Ha proprio guasto un dente masoellare, 
E deU'edace tarlo la puntura 
E notte e giorno non la lascia stare; 
Ond'e che la sua lingua impazi'ente 
E' sempre, sempre li sopra quel dente. 

aran dieci anni, un ciarlatan di vaglia 
Sollevarla tento da quel tormento; 
II dente le spezzo colla tenaglia, 
Ma la radice vi rimase dentro, 
E pur troppo a strapparla ormai comprese 
Ch^ hqii baeta neppur la chiave ingles^. 



— 416 — 

Percio tu capirai che la tapina 

Con quel brutto imbarazzo alia ^n^iva 
Sparsa sempre vedra di qijjalclie spina 
La sua gjoconda ilarita nativa ; 
E, so stizzosa la vedrai sovente, 
Vuol dir senz'altro clie le duole il dente. 

Or cbe t'ho detto quel clie io sono e quale 
Sia rimpasto del mio temperamento, 
Se accoglierla vorrai nel tuo Giornale, 
La mi a povera penna io ti presento ; 
Se non ti ^arba il vin della mia botte, 
Amici come prima e buona notte. — » 

Colle braccia conserte e a capo basso, 
Come chi pensa a cio clie deve fare, 
Qualclie istante resto rUomo di sasso 
(Gia sasso o pietra gli e Tistesso affar-e) ; 
Poi esclamo sorridendo : « — savio o matte 
Ti pigliero come il Signor t'lia fatto. 

Or clie ci siamo intesi^ io volto via 
E torno in riva del natal mio Olona ; 
Tu intanto della tua musa restia 
L'inerte scilinguagnolo sprigiona; 
Io S'offriro, purcli^ella canti e scriva, 
Anche i guaiti por la sua gengiva. — » 

Disse, baciommi in volto, e dalla stanza 
TJsci con lento e maestoso inoesso ; 

10 Io seguii del guardo in lontananza, 

Poi sursi in piedi, e, come un giorno anch^e&s 

11 San Giovanni deirApocalissi, ^ 

Pigliai la penna e quel die vidi scrissi. — 

Don Fuso. 



-^ 41T 



ALLA DIREZIONE 



DELL trOMO DI PIETRA 



PETIZIONB 

PI FRA FTJSINA CONTRO DON FUSO 



isto, o Signori, che messer Don Fuse 
Alia penna antepone il oapezzale, 
E a scuoterlo dal sonno in cni s'e chinso 
Tutta la vostra autorita non vale, 
Mi presento nmilmente al vostro TJffizio 
Per offrirvi in sua vece il mio servizio. 

Wse ei dira che vo^lio farmi il vino 
Coll'uva altrui — ma die ne importa a voi? 
Tutti tirano I'acqna al lor mulino, 
Ed io fo' quello die fan tutti ; e poi, 
A dirla schietta, tra Don Fuse e me 
C^e la distanza d'un abisso, oti c'e! 

^rimo — Don Fuso e una persona nuova, 
Co mo e donde sbucata Iddio lo sa : 
Seoondo — e un ^ran poltrone, e ve lo prova 
II suo silenzio da tre mesi in qua ; 
Terzo — e una testa calda; e finalmente 
Ha la disgrazia d'aver guasto un dente. 

USINATO - Poeste 27 



-^ 418 — 

lo invece, e il dico con or^o^lio, io sono 
Per urhem et per orbem conosciuto; 
Ad esaltate idae non m'abbandono, 
Ma secondo clie spira il vento, fiuto; 
E se i denti mi dolo'ono, sto zitto... 
Ci metto su il creosoto e tiro dritto. 

Quanto airattivita poi non mi deprno 

D'esser messo neppure al suo oonfronto: 
Basta i parti ^nardar del nostro ingegno 
E yivaddio si fa presto il conto; 
Ei vi promise Eoma e Toma, e infine 
X stento partori quattro s-estine. 

Id tre mesi prestai 1' opera mia 

Presso Quel che si vede e non si vede: 

Morto il prirao padrone, in Lombardia 

Ad occhi chinsi n© se^uii I'erede, 

S erven do gratis et amore Dei 

II S'econdo Asmodeo degli Asmodei. 

Che se la Corte sua piu non frequento, 
Com-e la frequentai per lo passato, 
Non per questo pi^liatene ar^omento 
A sospettar ch'ei m'abbia licenziato; 
In quella voce il fatto sta cb'io stesso 
Mi son di propria volonta dimesso. 

E qui al oerto, cnriosi come siete, 
Vi solletichera la tentazione 
Di domandarmi le ration secrete 
Delia mia volontaria dimissione; 
Ma per certi politici ri^nardi 
Qu^este ragion ve le diro piu tardi 

Per or vi basti di saper qualmente 

Libero io sia d'ogni e qualunquo impegno,, 

E possiate dispor liberamente, 

Per quanto ei val, del mio fratesoo ingegno,, 

Esicluso, cio s'intende, ogni attentat© 

Ai costumij alia Chiesa ed alio Stato. 



_ 419 — 

accte, per non aver ^atte a p^elare, 
Voglion certi aTcromenti esser banditi; 
Ed io, vedete, se mi lascian fare, 
Posseff^o tutti quanti i requisiti 
Cbe fan d'uopo a redigere un Giornal© 
In armonia col Codice Penale! 

ila mia qnalita di Reli^oso, 

D^un carattere son placido e mite; 

Amo lo statu quo, son rispettoso 

Verso le autorita oostituite, 

E porto sulla palma della mano 

II gran principio : CJii va pian va sano, 

3sser Don Euso, inveoe, un certo tale 
Che non sa rispettar sella ne basto ; 
Di politica ciancia e di morale, 
E oolla S€usa del suo dente guasto 
In capo la nn mese, se Dio non v'aita, 
Vi manda tutti a Santa Margberita. — 

1 or cbe v'ho candidamente sebiuso 

La mia mente e il mio cor, nutro speranza 

Cbe in barba aironorevole Don Fuso 

4ccoglierete la presente istanza, 

E il diploma non sol, ma Tonorario 

Mi dar^ete di vostro segretario. 

le s'ei, sdegnoiso del sofferto smacco, 
Vi cbiedesse ragion di tanto affronto, 
Ditegli pur cbe yien da me I'attaooo 
E a sostenerlo in faccia sua son pronto; 
Anzi vi prego di gettargli intanto, 
A nome mio, se pur lo av€te, il guanto. 

FRA FTJSIN-A. 



420 — 



RISPOSTA 



Dl DON FUSO CONTEO FRA FTJSINA 



Ah frataccio impudente! e fino a quando, 
Quoilsque tandem, ti farai zimbello 
Delia mia pazienza? e, recitando 
Or la parte del lupo, or delPa^nello, 
Col subdolo arine^^io del Farisei 
Vorrai il naso ficcar ne' fatti miei? 

Maschera, io ti conosco, o, per dir meglio, 
Non io soltanto, ti conoscon tutti : 
E die ne importa a te s'io dormo o veg'lio, 
Se son belli i miei versi o se son brntti? 
Tu aborri i miei principi avversi a' tuoi, 
Ed e percio cbe soppiantar mi vuoi. 

Scolar di Don Basilio, io ti ravviso 
Al brnno cappellon che ti ricopre, 
Al guardo loisco, al menzogner sorriso, 
Alia fnrbesca ambip^uita dell'opre, 
E a quel turpe desio che in te traluoe 
Di gittar I'ombra dove sta la luce. 

E poi che scintillar sullo scrittoio 

JielVUom di Pietra qnesta luce or vedi, 
Tu gli vieni ad offrir Io spegnitoio 
De' tuoi santi consigli, e cosi credi 
Rimorohiarlo plan pian per quella via 
Che batte VUnivers e VArifmnia. 



— 42i --- 

non favredi ormai ch'fe troppa vieta 
/a scuola del Basilic e del Pirlone, 
1 ch'e rorp-ello della tua monota 
rel listin della pubbliea opinione 
)al sue antieo valor tanto discese 
Juanto... le austriache nel venturo mese? 

I che il carro delPuman progresso 
*iu nel suo corso rattener non lice, 
|oi eli»e ne reg^e Tanimoso incesso 
i' arcana deile idee for2;a motrice, 
e pur ne leghi al tiio oodin le mote 
Jredi per cio clie resteranno immote? 

mbettando tu vai sn tutti i toni 

1 gran proverbio : Chi va plan va sano; 

la 1^ strade ferrate ed i vagoni 

A avranno adunque fabbricati invano? 

]li via: getta nno sgnardo a te d'intorno, 

] non dir notte quando spunta il giorno. 

Lzie a Dio, non c'e pin mamma Censura 

Jhe il pensiero ti castri e la parola, 

Ita con un po' d'ingegno e di bravura 

^uoi sputar f uori cio che tieni in gola ; 

Q colla Legge sulla stampa in mano 

ii puo andar di buon trotto e andar sano. 

>oi clie importa, &© cammin facendo 
Ji s'insanguina il piede a qualclie sasso? 
le, alia meta sognata aliin giungendo, 
Lnsio e il respire e affaticato il passo? 
)lie impoj'ta cio, purche dato ci sia 
)'un qualclie miglio raccorciar la via? 

>dilo pure, in questo arduo cimento 
d!eglio e per te metter le pive in saoco : 
^orna, gufo spennato, al tuo oonvento 
L dir compieta e ad annasar tabacco, 
i non darti pensier se bene o male 
j'acqua vuol oorrer per il suo canale. 



— ¥22 — 

Che se frenarla in suo oammin t'azzardi, 
Pa^lierai cara quest'inutil bri^a; 
La fiumana s'in^rossa, e presto o tardi 
A. tuo dispetto rompera la di^a ; 
E quanti siete, \i vedremo tutti 
Irne travolti ne' suoi vast! flutti. 

Tu mi gettasti il guanto — io lo racoolgo 
E a tutta oltranza la disfida accetto ; 
Tu nel bruno mantello, io mi ravvolgo 
Neirira santa clie mi bolle in petto: 
In guardia adunque, e fra noi due s'assida 
Giudice VUom di Pietra e poi decida. 

Don Ftjsoi 



REPLICA 

DI FRA FXJSINA CONTEO DON FUSO 



anti del paradiso! e booca umana 
Taut© bestemmie proierir potea, 
Ne la tua a castigar lingua profana 
Dal ciel la provocata ira soendea, 
Com'e un di, forse per men gravi ofEese, 
Sovra la rea Pentapoli discese? 

I qui, messere, con quel far severo 
Che Tonesta delLa ooscienza ispira, 
Un ribaldo ti grido, un menzognero, 
Quando travolto da una stupid' ira 
Osi me apostrofar, me Fra Fusina, 
Come f ossi addrittura un Catilina ! 

'ur nella mia rassegnazion cristiana 
Voglio S'cordar la personale oft'esa, 
Ma, come tigre cento volte ircana, 
Spiego tutti gli artigli alia difesa 
Di quel principio cbe fu &empre il pemo, 
Volere o non voler, d'ogni Groverno. 

imili all'oebe, cbe in remoti tempi 
Dai barbari ban salvato il Campidoglio, 
Noi difendiamo dal furor degli empi 
Le peoore e i pastori, il tempio e il soglio; 
E per tal modo non facciamo in fondo 
Che preservar dalla barbarie il mondo. 

I, se il progresso altro non e alia fine 
Se non la civilta messa in azione, 
lo dieo in barba alle tue ree destine 
Che di progresso possiam dar lezione, 
Poi ch^ con una fatica diabolica 
Teniamo in pie la Cwiltd,,, CattoUca, 



— 424 — 

Si, nol siam pro^ressisti, e al par di te 
Sappiam, se o^corre, accarezzar la mocla; 
Mettiamo i guanti bianchi e il frak pare, 
E non e vero clie portiam la coda; 
Prova ne sia ch'io son senza parrucca 
E conto appena trenta pieli in zncca. 

E piacciono a me pure i bnoni pranzi 
E la melodiosa arte d'Orfeo, 
Ed amo la lettura de' romanzi, 
Era i qnali soglio preferir VEbreo, 
Non qnello Errante che s'intende oil! guai, 
Quel di Verona, cli'e piu bello assai. 

Clie se pospongo per cento ragioni 
Ai lumi ad olio lo splendor del ^asse, 
E agli antichi rotabili i vagoni 
(Quel specialmente della terza Classe) 
Per questo si dira che teng^o a sdegno 
Tutti i prodotti delPumano ingegno? 

Ob no davvero ! anzi faro cbe tosto 

D'altre scop^erte a me Tonor s'ascriva; 

Tin nuovo estratto d'oppio bo gia composto, 

E spero d'ottener la privativa 

Per lo smercio di oerti hiscottini, 

Cbe... (scusate, ma qui metto i puntini). 

Tu vedi dunque cbe non son poi tale 
Qual mi dipinge la tua penna audace, 
Cbe, moderato si, ma liberale 
Mi vanto io pure, e, fin cbe dorme in pace, 
Dentro il letto delPordine sociale, 
L^acqua lascio oolar pel suo canale. 

Sol quando ingrossa e straripar minaccia, 
Allor soltanto io ne sorveglio il corso, 
E coi pie m'affatico e colle braccia 
Percbe non n^esca fuor nemmeno un ;i^6rso; 
Cosi s'ottien cbe a poco a poco svamjii 
Quella gran furia... e sono salvi i campi. 



— 425 — 

Cd e oon tale intendimento onesto 
Che airUom di Pietra i miei servi^i ofiersi; 
Ad un tempo salvar maiiioo e cesto, 
Ecco il fine de' miei lepidi versi, 
E sovrattntto conservare intatto, 
Finclie si puo, colla minestra il piatto. 

Quelle certe utopie che, a quanto pare, 
Caro Don Fuso, per la testa avete, 
lo vi consiglio di lasciarle stare, 
E vel consiglio per la vostra quiete; 
Se non esiste pin Mamma Censura, 
C'e, lo sapete ben, la Zia Frocura, 

E fra le due parenti, in verita, 
Non saprei dirvi la miglior qual sia: 
La Mamma, e vero, correggeva, ma 
Non castigava ; e la signora Zia, 
Piu ragionevol forse, ma piu dura, 
Non corregge, oastiga addirittura. 

Voi, credetelo a me, non siete fatto 
Per mettervi alia testa d'un giornale: 
Voi m'avete, scusate, un po' del matto, 
E i matti son mandati alio spedale; 
La Legge sulla stampa e bella e buona, 
Ma oon quella tal Zia non si minchiona. 

Quanto airUomo di Pietra, e troppo saggio 
Ed oculato perclie a prima vista 
Non giunga a indovinar tutto il vantaggio 
Che il suo Qiornal dadla mia penna acquista; 
Credo appunto per cio che inutil sia 
Raocomandar di piii Tlstanza mia. 

Anzi, poi che Don Fuso ha gia proposto 
Che I'Uom di Pietra fra noi due decida, 
lo, che voglio la pace ad ogni costo, 
Dichiaro nullo il mio cartel di sfida : 
Senza dir verbo il compromesso accetto 
E ad occhi chiusi la sentenza aspetto. 

Fra Ftjsina.. 



^4^6 



SENTENZA DELL'TJOMO CI PIETUA 



NELLA CONTROVERSIA 



DON FUSO-FRA FUSINA 



Esaminata a fondo la questione 

Vertente tra don Fuso e Fra Fusina, 
Consultata in materia ropinione 
Espressa deirEinecio e dal Gravina, 
L'TTomo di Pietra nella sua sapienza 
Trova di pronunziar questa Sentenza : — 

Considerando che il costume odiemo, 
Un po' troppo, a dir ver, spregiudicato, 
Non tome piil, o meno assai, Tinferno 
Di quanto lo temea per lo passato ; 
Considerando che la santa coda, 
Voglia o non voglia, e andata giu di moda; 

Visto ehe al giorno d'oggi ad ogni oosto 
II secol nostro vnol cacciarsi avanti, 
E per t^nerlo fermo al proprio posto 
Una fatica ci vorria da santi; 
Pensando infine che non h prudente 
A ritro&o vogar della corrente; 

Per mantenersi finclie il possa, intatta 
II favor della pnbblica opinione, 
L'Uomo di* Pietra troveria ben fatto, 
In linea di politica ragione, 
Di dare il benservito al frate intruso 
E nel suo posto oonservar Don Fuso. 



^4^1 ^ : ^^ 

Ma d'altra parte poi considerandb 

Che un giornale un po' libero e spigliaio, 
Per quanti ooclii abbia in testa, a quando a 

[quando 
Va incontro a qiialclie riscbio inaspettato 
Come sarebbe a dir, la sospenaione, 
La multa e, Dio non voglia, la prigione: 

Considerato cbe non tutti al mondo 
Son di principi e di coscienza eguali, 
Che il parlar schietto non produce in fondo 
Che pericoli e guai, mentre i giornali, 
Che pesan le parole alia hilancia, 
Godon buona salute e metton pancia; 

Visto alfin che il mestier del progrossista 
Per certuni e nn mestier troppo immorale, 
Com'fe imprudente il mettere a rivista 

I misteri del regno... minerale, 

Si dovria, senza tante chiacchierate, 
Bandir Don Fuse e conservare il frate. 

Simil ne piu ne meno a un bastimento 
Trabalzato qua e la dalla tempesta, 
In si vario dell'alma ondeggiamento 
Piu non sapendo dove dar la testa, 
L'Uom di Pietra senz'altro si propone 

II giudizio imitar di Salomone. 

Percio con saggio intendimento opina, 
Anzi decreta e vuol che sia ooncesso 
'Al molto rispettabil Era Fusina 
II chiesto impiego e Tonorario annessp, 
Ma non per questo che si tenga escluso 
Quel capo strambo di messer Don Fuso. 

Con arte diplomatica cosi 

Manipolando insieme il Don e il Fra, 

Prelibato boccone in pochi di 

L^Uomo di Pietra regalar potra 

A' suoi ghiotti lettor, quel tal ragout 

Che la in Francia si chiama il juste mijieu. 



— 428 — 

Se Don Fuse azzardasse per ventura 

Qualclie tema iiii po' troppo stimolebnte, 

Si puo lasciarlo far senza paura, 

Poiche 'avrem sempre proiito un buon calviante 

In qualclie sudorifera sestina 

Del nostro suUodato Era Fusina. 

E, vice versa, se costui per caso 
Dei deprimenti esa^erasse Tuso, 
Agli assQciati sfo^lierem sul naso 
Quattro strofette di messer Don Fu&o>; 
E con questo sistema abile e aoco-rto 
Si potranno salvar cavoli ed orto. 

Cosi, restando a cavalcion del fosso, 
Si evita il riscliio di cascarci dentro ;, 
Ed or bianco vestendo ed ora rosso. 
Si pno vo-gar secondo spira il vento; 
E il vento a questo mondo e og^nor propizio 
Per cbi f a di cappello e a Caio e a Tizio. — 

Qnesta sentenza, vista e confermata 
In pien consiglio dalla Eedazione, 
Alle due parti sia comunicata 
Per gli effetti di legge e di ragione, 
In via di grazia dicliiarando esenti 
Dalle tasse e dai bolli i due petenti. 

Per rUomo di Pietra 
II S egret aria 

'PtrSETTI 



~ 429 ~ 

AL EEVERENBO PADRE 

LAMORICIEEE 



Secura all'egida 
Del grande intrigo 
Pescato al Mincio, 
Fritto a Zuri^o, 
L^ Italia in fieri 
Dall'Arno al To 
Mandava a rotdi 
Lo statu quo, 

Tolti al benefice 
Protettorato 
Deirillustrissimo 
Signor Croato, 
I nuovi popoli, 
Ormai padroni 
Di dire in pubblioo 
Le lor ragioni, 

Stratcciando il codice 
Del gius divino, 
Ad nn sacrilego 
Re giaoobino 
S ' immaginarono' 
D'offrire in dono 
Di tre legittimi 
Sorrani il trono. 

Ne basta ; a cresioeore 
D'un bnon boooone 
La mensa olimpica 
Del Re gbiottone, 
Empi ! allungarono 
Le mani ladre 
Sul patrimonio 
Del Saaito padre. 



~ 430 — 

E, per difendere 
L'atto nefando, 
Con San Crisostomo 
Vanno gridando : 
a Che ool dominio 
Spiritnale 

Non dee oonfondexsi 
II temporale. » 

Forse il Crisostomo 
Avra ragione; 
Ma, nel perioolo 
D'una questione, 
Potean, servendosi 
D'un mezzo aocorto, 
Salvare i cavoli 
A un tempo e Porto. 

Se incompatibili 
Tra lor pur sono, 
Come pretendesi, 
L'altare e il trono, 
Nel bivio orribile 
Dovean, mi pare, 
Lasciargli il sopflio 
E non I'altare : 

Ma il buon Pontefice, 
Serbando illesa 
La parte solida 
Delia sua Chiesa, 
Non sconcertava?! 
L'nmor sereno 
Per Qualcbe eretico 
Di pin o di meno. 

Ma poi che Tavido 
Re snbalpino, 
In barba ai lasciti 
Di san Pipino, 
S'e messo in animo, 
Povero allocco, 
Di far PItalia 
Tutta d'un tbcoo, 



- ^31 - 

II Re-Pontefice, 
A fin che il santo 
Do^ma del quindici 
Non vada infranto, 
Nell a sua collera 
Diede di mano 
All'armi emerite 
Del Vaticano. 

Fu tutta polvere 
Bruciata al vento! 
II sacro fulmine, 
Sooppiato a stento, 
!Fe', come un razzo 
Artificial e, 
Molto schiamazzo 
E nessun male. 

Visto che I'empia 
Sion non crolla 
Sotto le scariche 
Delia sua Bella, 
Visto clie i reprobi 
Scomunicati 
Mangiano e bevono 
Come i prelati, 

Penso che il provvido 
Metodo antico 
A' di clie oorrono 
I^on conta un fico, 
E che a decidere 
L'ardue questione 
Meglio cbe il canone 
Giovi il oannone. 

Ed ecoo un subito 
Grido di guerra 
Dairime viscera 
Scuote la terra!... 
Monsignor d'Orleans. 
Sulla gran cassa 
Sbuffando predica 
La leva in mas€a. 



— 432 ^ 

AlPapostolico 

Suon de' baiocchi 
I sacri militi 
Scendono a fiocclii; 
E in lor le belliche 
Fiamme ravviva 
D'altre Peru^ie 
La prospettiva. 

Potea benissimo 
Di Die il Vicario 
Sparmiar nel critico 
Caso Perario, 
Chiamando d'Angeli 
Una legione 
Col solo incomodo 
D'un'orazione : 

Ma fatto il cal-oolo 
Cosi airingrosso 
Che, grazia al fervido 
Slancio ortodosso, 
Le pie limosin-e 
Saldan Tingaggio, 
E il Lloyd austrxaco 
Ponsa al viaggio, 

Trovo piu comodo, 
Per ora almeno, 
Farsi un esercito 
Tutto terreno ; 
E reconomica 
Del ciel caterva 
Serbolla in pectore 
Come riserva. 

Tedeschi e Svizzeri, 
Belgi e Spagnnoli 
S'urtan, s^affollano 
'Ne' siacri ruoli : 
Commos&o ai gemiti 
Del Papa-Re, 
Tira la sciabola 
Perfin Nofe! 



— . 433 — 

Ma in mezzo al babamo, 
Che versa Iddio 
Sill b»eatissimo 
Core di Pio, 
Un pensier torbido 
Abi! lo molesta... 
A tante braocia 
Manca una testa. 

Via, non affli^gerti, 
Santo Padre, 
Se ancora acefale, 
Son le tue squadre: 
Fede e cora^^io, 
Coraggio e fede ! 
Dio le tue angoscie 
Vede... e provvede. — 

De' campi d' Africa 
Noto campione, 
Disceso al regime, 
Delia pensione, 
Sotto le tegolo 
D'un quinto piano 
Marciva un pseudo — 
Repubblicano. 

Ne' di cbe furono 
Tinto il oervello 
Di certe massimo ; 

Di Jobn Russello, 
Col pi d'anatema 
La grand' ipaLpresa 
Che ai veochi cardini 
Toxno la Chiesa. 

Ma, dopo il celebre 
Colpo di stato, 
Di Dio la grazia 
L'ha visit ato ; 
E visto in pratica 
Qual magro pane 
Fruttan le fisime 
Repubblicane, 

;nato - Pocsh 28 



— 434 — 

Curvo lo sgirito 
Alia raorale 
Del santo foglio 
Pagatoriale; 
E, Tonta a ter^ere 
DeU'ex-peccato, 
Sublim-e apostata, 
Si fe' soldato. 

Viva rasoetico 
Scudo romano 
Che metamorfosa 
Bruto in Seiano, 
E il bonnet frigio 
Del quarantotto 
Nella callottola 
Di Don Mar^otto. 

II nnovo esercito 
Ha ormai la testa! 
Campane ed or^ani 
Snonate a festa; 
Ballate, o vescovi, 
La sulla Senna; 
fondi pubblici, 
Crescete a Vienna! 

Eotta dal turbine 
Ritorna in Squero 
La venerabile 
Barca di Piero; 
Piii non pericola 
II roman soglio... 
L'oca gia vi^ila 
In Campidoglio. 

Vieni, spes unica 
Del Padre Santo, 
Calma il sno spirito, 
Tergi il sue pianto: 
Vieni, coordina, 
Addestra airarmi 
L'orda babelica 
De' suoi gendarpii. 



— 435 ^ 

Un di per opera 
Dell'Uom divino 
L^acqua, oh! miraoolo, 
Mutossi in vino; 
Ma tu, corbezzoli, 
Quanto piu bravo! 
Muti un Austria€0 
In un Zuavo. 

Va dunque^ visita 
Pesaro e Ancona 
Col fiero vescovo 
Di Carcassona, 
Fa campi, edifica 
Ridotti e forti, 
E alfin sguinza^lia 
Le tue ooorti. ^ 

Se Tempia a sperdere 
Oste d^Ammone 
Tin pezzo d'asino 
Bastb a Sansone, 
Che non puo vincere 
L^eroe d'Al^eri 
Con un esercito 
D'asini interi? 

Che se Pelettrico 
Del patrio amore 
A^ tuoi satelliti 
Non scalda il core, 
Su! galvanizzali, 
Poveri grami, 
Colle cantaridi 
De' tuoi Proclami. 

— ' ' La democratica 

« (tidra infernale 

(c Tira a sconvolgere 

. « L'ordin sociale: 

« Fuoco alia miccia, 

a Avanti!.. TJrrah!... 

(( Papa e sinonimo 

a Di civilta. 



— 436 — 

ff Sol, perclie in tenebre 

« L'orbe non cada, 

Snudo la ru^p^ine 

« Delia mia spada, 

« E Tin'altra io m-edi^o 

a Nuova Farsalia 

a Per questi barbari 

« Turcbi d'ltalia. 

a Putti, corag^io! 

« Dal Vaticano 

« L'almo Pontefioe 

a Su voi la mano 

« Stende e vi snoociola 

« Giii dal balcone 

« La sua apostolica 

a Benedizione. 

'a Su dunque impavidi 

« Dai chiusi valli 

a Si scaraventino 

ff Fanti e cavalli, 

« E il sacro intuonisi 

a Inno guerriero: 

« — Morte air Italia, 

a Viva San Piero! 

« Viva il Collegio 

a Cardinalizio, 

a Viva la fiacoola 

c( Del Sant'TJffizio, 

a Viva la cbierica, 

a Viva la tiara, 

« Viva il battesimo 

a Date al Mortara. 

« Clie val, S6 irrompono 

a Da tutti i lati 

a Quanti ha P Italia 

a Armi ed armati? 

a Fuoco alia miccia, 

a Avanti; urrab!... 

« Les Italiens 

« Ne se battent pas,, — 



— 437 ^ 

II suon terribile 
Di questi accenti 
Scuote gli esotici 
Tuoi roggiinenti, 
Che in coro mugghiano 
— Avanti! avanti! — 
Su tutti i diapason 
Dei Mezzofanti. 

Gia mugge il turbine 
Delia battagiia, 
Gia intorno piovono 
Paiie e mitragiia, 
E ad ogni gemito 
Di quel gagliardi 
Rutta un articoio 
L' abate Nardi: 

Gia veggo ii diavoio 
A cappeiiate 
ilnsaccar i'anime 
Scx)municate, 
E i nostri martiri 
D'un tiro solo 
Lassu fra gii Angeli 
iSpiccare ii voio. 

Putti, coraggio! 
Dateci drento : 
Sangue d'eretici 
Sangue d'armento; 
Su ! massacrateii 
Senaft pieta.... 
Papa e sinonimo 
Di civiiti : 

Cosi dal sudicio 
Limo deterao 
Questo beii'angolo 
Deii'uni verso, 
Strappato aii'ungiiie 
Deila rivoita, 
Bitorni in fiorihus 
Come una voita. 



— 438 — 

Tornino i Principi 
Diseredati 
Alia legittima 
De' loro Stati ; 
Tornino i popoli 
Al solvo et quiesco 
Sotto la ferula 
Del buon Tedesico. 

E a te, benefioo 
Genio immortale 
Che, nuovo Cerbero 
Del Quirinale, 
Rin^hiando vigili 
Papa e Papato, 
Qual degno premio 
Pia mai serbato? 

Porse a' tuoi meriti 
Pronta giustizia 
Fara la porpora 
Cardinalizia? 
Nel calendario 
Forse porranti 
La cifxa a crescere 
Degli altri santi? 

Queste serbandoti 
Glorie modeste, 
lo vorrei fondere 
L'alte tue geste 
In una statua 
D'aureo metallo, 
Col monte Pincio 
Per piedeetallo : 

E sotto a lettere 
Di cartellone, 
Vi farei incidere 
Questa iscrizione: 
SUB ANTONELLICO 
PII NONI IMPERIO 
POSUIT ECCLESIA 
LAMORIOIERIO. 



— 439 ~ 



IL GIALLO E IL NERd 



GOLOllI DI MODA- 



Parlato ha Poracolo che dei Figurini 

Presiede ai destinit 

Degli alti deereti fedel messa^-p^iere, 

Di Francia il Corriere 

Impufit^a il frustino, si g^itta a cavallo 
E il reg'iio proclama del nero e del giallo. 

Ai siibiti onori, che il mondo le appresta, 

A Vienna ^ran festa! 
Le Note di Banco con rapido salto 

Eimontano in alto,, 
E Schmerling dal pfiubilo smarrito, perduto, 
Promette a Venezia... perfin lo Statuto. 

La fmcida e sbircia coccarda d'Asburfs^o 
Intuona il resurgo; 
E, tutti soordando ^li oltrao^gi patiti 
Nei tempi fug'griti, 
A fresco ritinta si slancia ed invade 
Del mondo ^alante le vaste contrade. 

Smettendo gli scrupoli dei veccbi rancori, 
Ai nuovi colori 
Anch'esaa I'ltalia tributa I'oma^^io 

Del suo v.afisallag^io, 
E dalla modema vertigine attratta, 
Di giallo 8 di nero le vesti s'imbratta. 



— 440 — 

Or sono cinque anni, Tusanza del di 
Non era cosi : 
Ben altri colori tin^eano le ^onn-e 

Deiritale donne! 
Allora del bianco, del verde, del rosso 
Commercio in Italia, commercio all'in^rosi 

Allora la triade de patri colori 

Sui nastri, sni fiori; 
AlloT snlle spille, sn^li anrei monili 

Di tante g^ntili, 
Cerchiati in brillanti, rubini e smeraldi, 
II Re Galantuomo, Cavour, Garibaldi. 

Oh ! il cielo non voglia clie il vostro poeta 
Diventi prof eta 
Ma se procediamo di questo j^^aloppo 

Vedremo pur troppo 
Dell'Itale donne sul cinto elegante 
Brillar di Franz Joseph I'au^usto sembiau 

patri colori! dal mobile sesso 

Dimenticlii, adesso 
Tra i fiori ammuffati di qualche negozio; 

Marcite nelFozio; 
E vsol tratto tratto nei porni di gala 
Gnizzate tra i lampi di qualche Bengala. 

Pero il giallo-nero non giunse si tosto 

A togliervi il posto. 
Era i Qanti di gioia, la vostra compita 

Effimera vita, 
A tinte men fosche del giallo e del nero, 
patri colori, cedeste Timpero. 

De' vostri trionfi legittima erede, 

E' allor clie si vede 

Nel ciel della Moda la tinta cruenta 

Spnntar di Magenta, 

E fido satellite le vien davvicino 

II caldo e vivace color Solferino 



-- 441 — 

Ma suonano a stormo le sicule squille 

Al ^rido del Mille: 
Gia Torde borboniehe iioii trovan piu scliermo. 

Risorta e Palermo! 
E tutta r Italia festante, comniossa 
Ai fianclii si allaccia la tunica vossa. 

Ma in questa novella eamicia di Nesso 

Rinchiuso, compresso, 
Serpeggia serp^eg^ia il fomite ardente 

D'un morbo latente; 
II morbo clie Italia piu tardi colpia 
II morbo chiamato la Papa-fohia. 

II nostro magnanimo, clie fa qui in Italia 
Le veci di balia, 
Confida la eara sua bambola in mano 

Del celebre TJrbano, 
Che, ligio ai consigli del suo principal©, 
Le da per rioetta La legge marziale, 

Del morbo temuto sviata la fonte 

Laggiu in Aspromonte, 
Airinclita cura sorri&e e plaudi... 

Drouyn de Lhuys; 
E anch^esso il Pontefice dal suo Vaticano 
Mando un Benedicite al medico Urbano. — 

Cosi della rossa oamicia la foga 

Perdendo la vog.a, 
L'instabile Moda condanna alio sfratto 
II rossos scarlatto : 
Ed, arra di pace, ne invia dalla Senna 
I nuovi colori col timbro di Vienna. 

Al gallico rito, clie sul piedestallo 

Isso il nero-giallo, 
Anch'essa PItalia s'inchina ed assume 
Lo strano costume; 
E copre d'incensi, cosparge di fieri 
L'e^otico altare dei nuovi oolori. 



— 44:^ — 

Fu di clie la Musa d'un inclito Bardd 

Con ^hio^iio beffardd 
Colori esecrabili a un italo cor 

Grido quei €olor; 
Ed ora, oh ver^oKnal non conta piu un fico 
Deirantico Bardo ranatema antico. 

donne d' Italia, perclie quest' oblio 
Deirodio natio? 
Non v'empie di cupi fantasmi il pensiero 
Quel giadlo, quel nero? 
De' vostri conve<?ni non turban la ^ioia 
Que' turpi colori di prete e di boia? 

AlP ultimo lembo del suolo lombardo 

Spino^ete lo sc^uardo ; 

E la, minacciosi del Mincio alia sponda, 
Specchiarsi ^ neH'onda 

Gli stessi vedrete -colori funesti 

Che v'ornan le braccia, le chiome, le vesti* 

Fiiiche di Venezia nel grembo s'annida 
La razza omicida, 
Finchfe del fratelil percote le ter^a 

La nordica ver^a, 
Oh! infame la Moda che imporci s'avvisa 
Del Vandalo esoso I'esosa divisa. 

Strappiamo al T-edesco quest' ultimo brano 
Di suolo italiano : 
E allora non solo del g'iallo e del nero 

M'acconcio all'impero, 
Ma fo Sacramento, se il vuole la Moda, 
D'appormi alia nuca due braccia di coda! 



— 44^ — 

DIO CI AIXJTI 

{Boze cos polske) 

INNO NAZIONALE 

(Libera versione dal polaeco) 

)ol fumar degli inoendi e del sangue 
An€0 inulto de' nostri fratelli, 
Signer, questo popol cbe langue 
Manda il cupo suo gemito al ciel : 
E' Tina prece che imbianca i capelli 
Che per I'ossa fa correre il ^el. 

ija corona di spine, siccome 
Delia eollera tna monnmento, 
Radicata per entro le cliiome 
Con eterno snpplizio ci sta; 

E col suon d'nn eterno lamento 
Invochiam la tua tarda pieta* 

Jtnainte volte, o gran Dio, ne percosse 
II flagel delle verghe straniere! 
Pur, le terga, di sangue ancor rosse, 
Qnesto grido ne usciva dal cor : 
« Vinceranno le nostre preghiere, 
« Perche sei nostro Padre e Signer! » 

di nuovo, securi e fidenti, 
Figgevaon nel futnro lo sguardo. 
Ma di nnovo, poiche tu il consenti, 
II nemico ci preme col pie, 

E ci chiede con ghigno beffardo: 
Quegto Dio, questo Padre dov'e? 

Egli e allor che su in cielo rivolto 
II balen delPirosa pupilla, 
Noi guardiam se qualch'astro travolto 
Per schiacciarlo precipiti al suol... 
Ma la volta de' cieli e tranquilla, 
Ma raugello vi libra il suo vol. 



_ 444 — 

E oosi, poi clie il dubbio Taocieca 
E scorata s'addorme la f-ede, 
Questo popol di martiri impreca 
Bestemmiando alia terra e al Signer; 
Ma il Signer clie qui dentro ci vede 
Non il labbro ma. giudica il cor. 

TJna torma di truci asaassini 
S'lia divisa la nobil corona; 
V^han fratelli che fatti Caini 
Sui fratelli vibraron racciar... 
Signore, a que' tristi perdona 
Cbe tradivan la patria e T altar! 

Altri demoni opraron con essi, 

E il tuo sdegno ripiombi su quelli : 
Noi, Signore, siam sempre gli stes^i! 
Sempre ardenti d'amore •e di fe', 
Come al nido 'convolan gli augelli, 
Le nostr'alme convergono a To. 

Signer, la paterna tua mano 
Questi poveri oppressi difenda! 
Di quel ben, ch'or ti chiedono invano, 
Tu li affida in un oerto avvenir; 

Fa che il fior del martirio li attonda, 
Se la patria li cbiama a morir. 

Del tuo Arcangelo ai cenni, anelando 
Noi trarremo aH'orrendo conflitto; 
Pugnerem petto a petto, nh il brando 
Dalla vindice man ci cadrk, 

Fin che a Satana in core confitto 

II cruento vessil non sara. 

Ai poUuti di sangue fraterno 
Ridaremo il fraterno saluto, 
Ed al vil clie con barbaro seberno 
Or si pasce del nostro dolor, 

Noi diremo: Ti prostra, o caduto, 
A quel Dio, cbe ci e padre e Signorl 



M5 — 



LA QUESTIONE VENETA 

Quomodo sedet sola Austria! 



Laus Deo! — L' Italia 
E' forte, e unitai; 
La sua ortopediea 
Cura e compita, 

E smessi i trampoli 
Di Villafranca, 
Comincia a muoversi 
Snodata e franca. 

D'o^ni miseria 

Finch'era al fondo, 
Fu vil mancipio 
Di tutto il mondo; 

Ora ammuccliiatisi 
Yenti milioni, 
Intima il cognito 
A' suoi padroni. 

Tre se ne andarono 
GruUi e confusi 
Belando: oh poveri 
Sudditi illusi! 

II quarto, vittima 
Di g^enti ladre, 
Chiode un ricovero 
Al santo Padre. 

E gli offre in cambio 
Delia pigione, 
L'uso promiscuo 
Del suo Chiavon^. 



— ^46 — 

II quinto, dilV Obolo 
Gittando I'amo, 
L' arietta modula 
Del Non possiamo, 

E il sesto ed ultimo 
Nel suo covi^lio, 
Accarezzandosi 
II monco artio4io, 

Mastica in rabido 
Suon di lamento 
« Maledettissimo 
Non-intervento ! d 

Casi I'ltalia 

Fatta maggiore, 
Scelse un leo'ittimo 
Procuratore, 

Perch e nel termine 
Di qualche mese 
Quel sesto ed ultimo 
Sbratti il paese. 

Quel capo armonioo 
Del Re Soldato 
Giuro di compiere 
L'alto mandato, 

E far PItalia 
Di se padrona 
Per tutti gli an^oli 
Dove il Si suona. 

II serenissimo 

Nostro imperante, 
Visto il pericolo 
Farsi gigante, 

La di Varsavia 
Al gran Congresso 
In elemosina 
Chiese Tlngresso. 

I vicendevoli 
Torti scordati, 
Lassu convennero 
Qli ex-alleati^ 



^U7 — 

E (tra parentesi 
I)is€U&so il caso: 
Se Vassa fetido^ 
Disturhi il naso), 

Dope moltissimi 
Considerando 
Sul quare e il quoviodoy 
Sul dove e il quando, 

II sacro Sinodo 
Del Settentrione 
Prese I'ener^ica 

Ri&oluzion© : 

« Che se T Italia 
Non vuol Tedeschi, 
Ci pensi T Austria... 
A uscir dai freschi. » 

E infatti TAustria, 
Che uscir non vuole, 
De' suoi mille obici 
Punta le gole: 

Eiparo al turbine 
Ch-e le sovrasta 
Ha il Quadrilatero, 
E tanto basta! — 

II Quadrilatero, 
Non c'e che dire, 
E' un osso incomodo 
Da digger ire; 

Ma, la Dio ^azia, 
Or gl'Italiani 
Hanno lo stomaoo 
E i denti sani; 

E se papparonsi 
Gaeta e Ancona, 
Perche no Mantova 
E no Verona? 

Se il Quadrilatero 
Fosse in effetto 
Quel gran miraoolo 
Qhe ci vien detto. 



— 448 — 

si darebbero 
Cotanta smania 
A dir ch'e Vargine 
Delia Germania? 

Sia pur — ma, ditemi, 
La <?ente ammodo 
Ruba la pentola 
Per farsi il brodo? 

Lo vo^lion Vargine'? 
La cosa e piana: 
Che se ne stampino 
Uno a Lubiana ; 

Ma fin che I'Austria 
Cel pianta in casa, 
Senz'altre cbiaccliiere, 
Tabula rasa! 

Clie se quest'ultima 
Tana nemica 
Troppo ci lo^ori 
Tempo e fatica, 

Verso nord-est 

Volci^iani T antenna... 
Da Fiume a Pest, 
Da Pest a Vienna. 

— Ma in quest'ipotesi 
Saria violato 
II territorio 
Confed'erato, 

E piomberebbero 
Sn^ritaliani, 
Oltre gli Anstriaci, 
Anche i Prnasiani. — 

Ostil la Prnssia? 
Pazzo cki '1 €rede; 
Se crepa T Austria 
E' lei I'erede, 

Lei clie in Germania 
Di far s'in^eg-na 
Cio clie in Italia 
Fe la Sardegna, 



— 449 — 

Clie se dimenticlii 
Per la rivale 
La sua politica 
Tradizionale, 

L' arnica Francia 
La terra in freno 
Con qnalche provide 
Caiitorio... al Eeno. 

Posto il litigio 
Al tu per tu, 
Yedremo in pratica 
Clii potra piii ; 

Vedremo (e Tepoca 
Non e lontana) 
Se c-eda Vargine 
la fiumana. 

E ^ia ch'e prossimo 
Questo bel ^iorno, 
Fratelli, diamoci 
La man d'attorno, 

AfRn che all' ultima 
Resa dei conti 
II si^nor Benedeck 
Ci trovi pronti. 

Forse alio strin^ere 
Delia question e 
Udrem I'antifona 
Delia Cessione; 

Ma, posto a oolcolo^ 
II prima e il poi, 
x\ffari simili 
Non fan per noi. 

Che? se mi portano 
Via Poriuolo 
Ho a rioomprarmelo 
Dal borsaiuolo? 

Fuori le miocie 

E fuoeo ai pezzi!... 
Botte ci vogliono, 
Altro che bezzi! 



— 460 — 

— Pero ritalia 
Con quest' aff are 
Sarebbe libera 
DairAlpi al Mare. — 

Eh via! Tltalia 
Non de-e ne puo 
Curvarsi aU'ordine 
D'un Pagherd, 

Ha qualche debito ? 
Ebben lo saldi, 
Ma colla sciabola 
Di Garibaldi. 

E' mezzo seeolo 
CLe queste iene 
Vanno succbiandoci 
E borsa e vene, 

E si dovrebbero 
Sbramare anoora? 
Tartaro emetico, 
Alia laalora! 

E che ci rendano 
D'un colpo solo 
Insiem ool Veneto 
L'Istria e il Tirolo. 

No, non contamini 
Till vil oontratto 
L'ultima patina 
Del gran riscatto, 

E sia il novissimo 
Trionfo nostro 
Scritto col san^ne, 
Non colPinchiostro. 

Intanto armiamoci, 
Ma stiamo in riga, 
E, a tempo debito, 
Eotta la diga, 

L'onda benefica 
Del nnovo Impero 
Scorra dal Brennero 
Fino al Quarnero. 



— 451 — 



GOLDONl 

CHE PARTE PER LA FRAISTCIA. 



'avete veduto del plastico quadro 

II tema le^^iadro? 
E' Carlo Goldoni clie in barca si slancia 

Per ^irsene in Francia : 
E in varie attitudini i figli dell' Arte 
Salutano il caro Poeta che parte. 

'ributo gli danno d'un comico inchino 

Bri^liella e Arleccbino: 
Rosaurta soispira, la vispa Servetta 

Gli fa una smorfietta, 
E il classico mento del buon Pantalon 
Commosso gli mormora: Bon viazo, paron! 

W lepido vate, die Italia le invia, 

La Francia plaudia, 
E Tin lieto mandava saluto fraterno 

Al Planto moderno, 
Che in trenta e piu anni vissuti a Parigi 
Miete molti applausi... e poclii luigi. 

Ja ai lauri, raccolti da un'itala penna 

In riva alia Senna, 
D'un'invida gara pur troppo s'acoese 

La mnsa f rancese ; 
Ed e da queirepoca che Francia ci tiene 
A dar le sue recite sulFitale scene. 

E' lunga la filza di drammi e commedie, 
Di farse e trao'edie, 
Che sovra i teatri de' nostri paesi 

Ci han dato i Francesi ; 
Ma, men fortunati del nostro Goldoni, 
I^on ebbero sempre le stesse ovazioni. 



— 452 — , 

Siccome in Italia c'e un po' di buon naso, ■ 
Ti 1,1. ^ norma del caso, W 

11 pubbhco nostro le mani picchio, 
jj, . . T Ovvero fischio : 

iii, principalmente neo'li ultiiiii tempi, 
i^a storia oe n'offre moltissimi esempi. 

II prologo piacque del quadro drammatico 
..^ ^^. ,. . . DalVAlpi alV Adriatico : 
Ai tratti di spirito di qualclie zuavo, 
T^r . G-i^an scoppi di bravo! 

Ma un privio amoroso, die alPArno sen venn< 
i5enclie attor di merito, fe im fiasco solenne. 

Ci diero una recita lassu a Solferino... 
^ Davvero benino! 

Ma quando a Zurigo la scena s'apri, 

La folia zitti, 
-^ al quadro finale di Nizza e Savoia 
Die segni non dubbi di stizza e di noia. 

E molto piu ancora ci noia, ci attedia 

L'eterna oommedia, 
Che al suon dei tamburi, in ^allico idioma, 

^ Si recita a Eoma ; 

Un! come e possibile lo stare nei panni 
Ad una commedia di diciassett'anni! 

Sommandole insieme, g'li e un bel mucchio d'on 
.^ Ma, ^Tazie al Si^nore. 

(rurche il capocomico non manclii al contratt 
^ Siam ^iunti al quint' att 

iii, a marcio dispetto di tanti codoni, 
Noi pur, grideremo : Bon viazo, paroni! 

CLe SB non volessero, finita I'azione, 
Calare il telone. 
Oh allor, colla debita formak licenza, 

(E al caso anclie senza) 
Vcdrein, ne son oerto, slanciarsi al sipario 
La tunica rossa del vecchio Impresario. 



FINE. 



4^ «l«^^'" 



INDICE, 




xllle mio Mtrici . . . . 


?a(, 


La donna romantica . . . 




I due secoli (XVIII e XIX) . . 




11 medico oondotto . . . . 




TJn'occhiata ai paesi piccoli 
Fisiologia del lyon . . . . 






Un'inipressione antunnale . 




Bella ma povera . . . . • 




Brutta ma ricca . . . . . 




La direzione del globo . . . 




Le necrologie . . . . . 




L'etere solforico . . . . 




11 cotone fulminante . . . . 




Tre ritratti ...... 




A Leonzio Sartori . . . . 




11 cor contento . . . . . 




Alia Svanzica .... 


n 


La capricciosa .... 




XJn progetto scentifico 




Lo studente di Padova 




Tin atto di contrizione 




11 laureando .... 




1 La ricetta del medico condotto . 




Bettina in citta .... 




11 sogno felioe .... 




Un bnon diavolo 




j 11 piccolo turcofilo 




L'uomio budella .... 




AironorevoLe Proto della Tipografij 




Guglielmini in Milano 




1 11 Poeta e la Gloria . 




Alia Luna ..... 




Viva il Bloomerismo . 




Abbasso il Bloomerismo 




L'oTologio .... 




Una grande passione . . 




Ad una signora di Faenza . 





— 464 — 

Episodi della Guerra d'Oriente 

TJn programma politico 

In morte delPoro 

La malattia delFuva 

TJn auto da fe . 

II ritorno . 

La profuga lombarda 

Lina la povera . 

Le due gemelle . 

Iln'imprudenza . 

Estella e Bice . 

Giaello Tomicida 

II perdono 

Un fallo . 

Le due madri 

Malvina 

L'ora di ricreazione 

Ad una madre . 

La pentita . 

Suor Estella 

Felicita e sventura 

II piccolo mendicante 

La fontana malodetta 

Una visita al cimitero 

II buon operaio 

II cattivo operaio 

Le due fiammelle amoroso 

Araor di madre 

L'amor d'una bambina 

Lo scoglio degli orfani 

La pregbiera della sera 

A Guendalina V... A. 

Ancor madre 

TJn addio . 

II mio dolore . ^ . 

Ad Elisa Zanardelli . 

In morte di Bianca Battistini 

A giovane sposa . 

A Lisa . . 

In morte di Tommaso Grossi (Erminia 

Fud) . . . . . 
In morte di Tommaso Grossi (a 

minia Fua) . 
La Religions 
Commiato . 



— 45B — 



POESIE PaTRIOTTICHE. 



L'illuminazione de^li Apennini . 

Maria Luigia e Francesco I. 

II canto degli insorti 

Alia nobil donna C. B. S. . 

A Gen ova ..... 

II popolo a Carlo Alberto . 

Per album .... 

Per la nobile fanciulla settenne S. P. 

II profug^o ..... 

A Venezia ..... 

A monsignor Fransoni 

L'esiliato a Parigi ad Angelc Comello 

II lamento della spia 

II Passatore a Forlimpopoli 

TTn programma politico 

Si annunzia il giornale 

Le confessioni di Asmodoo . 

A Sua Grazia Asmodeo Prime, ecc 

Un consiglio d'amico 

Don Pirlone .... 

Al Don Pirlone del Pungolo (risposta 
di Fra Fusina) .... 

A Fra Fusina (replica di Don Pirlone) 

A Don Pirlone (replica di Fra Fusina) 

II mio programma ministeriale . 

Asmodeo I. in extremis 

Sinfonia ...... 

Alia Direzione dell'?7omo di Pietra) 
(petizione di Fra Fusina contro 
Don Fuse) ..... 

Risposta di Don Fuso contro Fra Fu- 
sina ...... 

Replica di Fra Fusina contro Don Fuso 

Sentenza deWUomo di Pietra nella 
oontroversia Don Fuso-Fra Fusina 

Al reverendo Padre Lamoriciere . 

II giallo e il nero, colori di moda . 

Dio ci aiuti ..... 

La questione veneta . 

Goldoni che parte per la Francia 



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Connecticut 

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